domenica 18 aprile 2010

il federalismo di Carlo Levi

Un omaggio a Carlo Levi e alle sue idee,sempre attuali...
...Si usa dire che il grande nemico è
il latifondo, il grande proprietario; e certamente, là dove il latifondo esiste,
esso è tutt'altro che una istituzione benefica. Ma se il grande proprietario,
che sta a, Napoli, a Roma, o a Palermo, è un nemico dei contadini, non è
tuttavia il maggiore né il più gravoso. Egli almeno è lontano, e non pesa
quotidianamente sulla vita di tutti. Il vero nemico, quello che impedisce
ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini, è la piccola
borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente:
incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e
della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non
sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema
meridionale.
Questo problema, nel suo triplice aspetto, preesisteva al fascismo; ma il
fascismo, pure non parlandone più, e negandolo, l'ha portato alla sua
massima acutezza, perché con lui lo statalismo piccolo-borghese è arrivato
alla più completa affermazione. Noi non possiamo oggi prevedere quali
forme politiche si preparino per il futuro: ma in un paese di piccola
borghesia come l'Italia, e nel quale le ideologie piccolo-borghesi sono
andate contagiando anche le classi popolari cittadine, purtroppo è
probabile che le nuove istituzioni che seguiranno al fascismo, per
evoluzione lenta o per opera di violenza, e anche le più estreme e
apparentemente rivoluzionarie fra esse, saranno riportate a riaffermare, in
modi diversi, quelle ideologie; ricreeranno uno Stato altrettanto, e forse
più, lontano dalla vita, idolatrico e astratto, perpetueranno e peggioreranno,
sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l'eterno fascismo italiano. Senza una
rivoluzione contadina, non avremo mai una vera rivoluzione italiana, e
viceversa. Le due cose si identificano. Il problema meridionale non si
risolve dentro lo Stato attuale, né dentro quelli che, senza contraddirlo
radicalmente, lo seguiranno. Si risolverà soltanto fuori di essi, se sapremo
creare una nuova idea politica e una nuova forma di Stato, che sia anche lo
Stato dei contadini; che li liberi dalla loro forzata anarchia e dalla loro
necessaria indifferenza. Né si può risolvere con le sole forze del
mezzogiorno: ché in questo caso avremmo una guerra civile, un nuovo
atroce brigantaggio, che finirebbe, al solito, con la sconfitta contadina, e il
disastro generale; ma soltanto con l'opera di tutta l'Italia, e il suo radicale
rinnovamento. Bisogna che noi ci rendiamo capaci di pensare e di creare
un nuovo Stato, che non può più essere né quello fascista, né quello
liberale, né quello comunista, forme tutte diverse e sostanzialmente
identiche della stessa religione statale. Dobbiamo ripensare ai fondamenti
stessi dell'idea di Stato: al concetto d'individuo che ne è la base; e, al
tradizionale concetto giuridico e astratto di individuo, dobbiamo sostituire
un nuovo concetto, che esprima la realtà vivente, che abolisca la
invalicabile trascendenza di individuo e di Stato. L'individuo non è una
entità chiusa, ma un rapporto, il luogo di tutti i rapporti. Questo concetto di
relazione, fuori della quale l'individuo non esiste, è lo stesso che definisce
lo Stato. Individuo e Stato coincidono nella loro essenza, e devono arrivare
a coincidere nella pratica quotidiana, per esistere entrambi. Questo
capovolgimento della politica, che va inconsapevolmente maturando, è
implicito nella civiltà contadina, ed è l'unica strada che ci permetterà di
uscire dal giro vizioso di fascismo e antifascismo. Questa strada si chiama
autonomia. Lo Stato non può essere che l'insieme di infinite autonomie,
una organica federazione. Per i contadini, la cellula dello Stato, quella sola
per cui essi potranno partecipare alla molteplice vita collettiva, non può
essere che il comune rurale autonomo. È questa la sola forma statale che
possa avviare a soluzione contemporanea i tre aspetti interdipendenti del
problema meridionale; che possa permettere la coesistenza di due diverse
civiltà, senza che l'una opprima l'altra, né l'altra gravi sull'una; che
consenta, nei limiti del possibile, le condizioni migliori per liberarsi dalla
miseria; e che infine, attraverso l'abolizione di ogni potere e funzione sia
dei grandi proprietari che della piccola borghesia locale, consenta al
popolo contadino di vivere, per sé e per tutti. Ma l'autonomia del comune
rurale non potrà esistere senza l'autonomia delle fabbriche, delle scuole,
delle città, di tutte le forme della vita sociale...
tratto da "Cristo si è fermato ad Eboli" dello scrittore Carlo Levi scritto tra il dicembre del 1943 e il luglio del 1944 a Firenze e pubblicato da Einaudi nel 1945.

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