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lunedì 30 agosto 2010

karen silkwood

Karen Silkwood è stata una attivista del sindacato chimico-nucleare statunitense che lavorava come tecnico presso gli stabilimenti della Kerr-Mcgee a Crescent,Oklahoma,USA.La sua mansione era quella di fare i pellet di plutonio per barre di combustibile da usare nei reattori nucleari.Morì in circostanze misteriose a 28 anni in un incidente stradale il 13 novembre 1974,mentre stava portando avanti una indagine sulle numerose irregolarità che aveva riscontrato all’interno dello stabilimento stesso.Dopo aver aderito al sindacato,le fu assegnato il delicato incarico di indagare e controllare la sicurezza dei lavoratori:incarico che là portò subito a scoprire numerose falle sulla sicurezza stessa:esposizione al plutonio da parte degli operai e il numero insufficiente delle docce nei reparti sottoposti alle contaminazioni.Nell’estate del ‘74 denunciò tutte queste irregolarità ed altre,testimoniando di fronte alla Atomic Energy Commission(AEC).I fatti che successero nei giorni seguenti,riassunti nel libro”The killing of Karen Silkwood”di Richard Raske si possono riassumere così:una misteriosa serie di contaminazioni trovate sul suo corpo o sull’ambiente domestico la allontanarono dal lavoro,probabilmente intenzionali,fatte da qualcuno per allontanare(?) una testimone scomoda.E cosi la Silkwood per smascherare questo complotto decise di andare oltre alla AEC e contatto un giornalista del New York Times,L’appuntamento era per la sera del 13 novembre 1974 con il giornalista David Burnham e il dirigente sindacale Steve Wodka:testimoni affermano che la mattina di quel fatidico giorno,la donna aveva un corposo dossier di documenti.La sera di quel giorno fu trovata semidistrutta la Honda Civic di Karen Silkwood e dentro il cadavere della povera donna,un incidente avvenuto in circostanze sospette e mai chairite nonostante diverse indagini e diversi processi.Negli anni è uscita fuori la solita tesi complottistica che vede coinvolti servizi segreti occidentali e misteriosi gruppi iraniani,un furto di 44 kg di plutonio dalla fabbrica della Silkwood,fatto in cui si era accidentalmente imbattuta la coraggiosa attivista per caso mel corso delle sue indagini.Nel 1983 l’intera storia fu magnificamente immortalata da Mike Nichols nel film “Silkwood” interpretato da una Meryl Streep in stato di grazia:fu per episodi come questo e film che l’America prese una coscienza sulla questione nucleare.

La fonte di questo post è wikipedia usa,se la traduzione risulta errata o lacunosa segnalatemelo

giovedì 22 aprile 2010

google contro la censura

L’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma che “ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione; questo diritto include la libertà di sostenere opinioni senza condizionamenti e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo ai confini”. Scritto nel 1948, questo principio è oggi perfettamente applicabile ad Internet – uno dei più importanti strumenti per la libertà di espressione nel mondo. Tuttavia il controllo esercitato dai Governi sulla rete sta crescendo rapidamente: dal blocco completo al filtraggio dei siti, ai provvedimenti giudiziari che limitano l’accesso ad alcune informazioni, fino alle misure legislative che obbligano le aziende a controllare i propri contenuti.

Non è quindi una sorpresa il fatto che Google, come altre aziende del settore tecnologico e delle telecomunicazioni, riceva regolarmente dalle autorità governative richieste di rimozione di contenuti dai propri servizi. Naturalmente molte di queste richieste sono assolutamente legittime, come quelle mirate alla rimozione di materiale pedopornografico. Riceviamo inoltre regolarmente, da parte delle Autorità competenti, richieste relative ai dati personali degli utenti. Anche in questo caso, la stragrande maggioranza di queste richieste è fondata e queste informazioni sono necessarie per il legittimo svolgimento di inchieste giudiziarie. Tuttavia, i dati relativi a queste attività non sono stati finora resi disponibili su larga scala. Crediamo che una maggiore trasparenza porterà a ridurre i rischi di censura.
Per questo lanciamo oggi il Government Requests tool, che permette di fornire a tutti le informazioni relative alle richieste di rimozione di contenuti o di dati personali degli utenti che riceviamo dalle autorità governative di tutto il mondo. Per questo lancio, stiamo utilizzando dati relativi al periodo Luglio-Dicembre 2009, e prevediamo per il futuro di aggiornarli con cadenza semestrale. Leggete questo post per sapere di più sui nostri principi riguardanti la libertà di espressione e i contenuti controversi sulla rete.
Stiamo già cercando di agire con la maggiore trasparenza legalmente possibile per quanto riguarda le richieste dei Governi. Quando possibile, informiamo gli utenti sulle richieste che potrebbero riguardarli direttamente. Se rimuoviamo un contenuto nei risultati delle ricerche, lo segnaliamo apertamente agli utenti. Le cifre che oggi condividiamo portano questa trasparenza un passo più avanti e riflettono il numero totale di richieste ricevute, suddivise per giurisdizione. Inoltre, condividiamo la quantità di richieste di rimozione di contenuti alle quali non ci conformiamo, e sebbene non ci risulti al momento possibile fornire maggiori dettagli utili sulla nostra osservanza di richieste relative ai dati degli utenti, è nostra volontà farlo in futuro.
Nel più ampio contesto del nostro impegno nei confronti della Global Network Initiative, abbiamo già sottoscritto i principi e le prassi che governano la privacy e la libera espressione. Nello spirito di tali principi, ci auguriamo che questo nostro strumento aiuti a far luce sulla vastità e la portata delle richieste di rimozione di contenuti e di trasferimento dati che ci pervengono dai Governi di tutto il mondo. Speriamo inoltre che tale strumento rappresenti solo il primo passo verso una maggiore trasparenza di tutte le aziende del settore tecnologico e delle telecomunicazioni per quanto riguarda queste attività.
Scritto da: David Drummond, Senior Vice-President, Corporate Development and Chief Legal Officer
fonte:il blog di Google

mercoledì 24 febbraio 2010

il potere contro google

A fine 2006, alcuni studenti di una scuola di Torino si sono filmati mentre maltrattavano un compagno di classe affetto da autismo e hanno caricato il video su Google Video. Vista la natura assolutamente riprovevole del video, è stato rimosso a distanza di poche ore dalla notifica della Polizia. Google collaborò con la polizia locale per l'identificazione della persona che lo ha caricato, che è stata poi condannata dal Tribunale di Torino a 10 mesi di lavoro al servizio della comunità, e con lei diversi altri compagni di classe coinvolti. In casi come questo, rari ma gravi, è qui che il nostro coinvolgimento dovrebbe finire.
In questo caso, tuttavia, la Procura di Milano ha deciso di incriminare quattro dipendenti di Google - David Drummond, Arvind Desikan, Peter Fleischer and George Reyes (che ha lasciato l'azienda nel 2008) - con accuse di diffamazione e mancato rispetto del codice italiano della privacy. Per essere chiari, nessuno dei quattro Googlers incriminati ha avuto niente a che fare con questo video. Non vi erano rappresentati, non lo hanno ripreso, caricato o rivisto. Nessuno di loro conosceva le persone coinvolte e non hanno saputo dell'esistenza di questo video fino a quando non è stato rimosso.
Secondo il quotidiano La Stampa all'udienza del 18 Febbraio 2009 i genitori del ragazzo vessato ritirano la querela in seguito alle scuse ed alle iniziative di Google promosse in ambito sociale
Nonostante questo, oggi un giudice del Tribunale di Milano ha condannato i 4 per mancato rispetto del codice Italiano della privacy. Tutti e 4 sono stati dichiarati non colpevoli delle accuse di diffamazione. In sostanza questa decisione significa che i dipendenti di piattaforme di hosting come Google Video sono penalmente responsabili per i contenuti caricati dagli utenti.
Google farà ricorsocontro questa decisione che ritengono a dir poco sorprendente dal momento che i 4 imputati non hanno niente a che fare con il video in questione. Ritengono, anzi, che durante l'intero processo abbiano dato prova di grande coraggio e dignità; il semplice fatto che siano stati sottoposti ad un processo è eccessivo.
C'è un'altra importante ragione, però, per la quale Google è profondamente turbata da questa decisione: si trova di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La Legge Europea è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza. La motivazione è che questo meccanismo di "segnalazione e rimozione" avrebbe contribuito a far fiorire la creatività e la libertà di espressione in rete proteggendo al contempo la privacy di ognuno. Se questo principio viene meno e siti come Blogger o YouTube sono ritenuti responsabili di un attento controllo di ogni singolo contenuto caricato sulle loro piattaforme - ogni singolo testo, foto, file o video - il Web come lo conosciamo cesserà di esistere, e molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici ad esso connessi potrebbero sparire.
fonte:google

giovedì 12 novembre 2009

la censura contro i blogger


i blogger sono in pericolo.
Sono 185 i blogger che nel mondo sono minacciati, arrestati o rischiano il carcere a causa di quello che hanno scritto o denunciato sui loro blog. Il paese più pericoloso per i blogger è la Cina, seguita dall’Egitto e dall’Iran. Globalvoices.org ha lanciato il progetto Threatened voices per monitorare la censura sul web in tutti i paesi del mondo.Guardate la cartina subito per rendersi conto della situazione:
blogger_piccola1
Nella lista c’è anche la blogger cubana Yoani Sánchez, autrice del blog Generación Y, columnist di Internazionale, sequestrata e picchiata qualche giorno fa a L’Avana per le sue opinioni anticastriste.
Oppure la blogger tunisina Fatma Riahi, incarcerata a Tunisi il 2 novembre con l’accusa di essere l’autrice del blog satirico Blog de Z che pubblica anonimamente vignette contro il governo di Ben Ali. Il blog di Fatma (fatma-arabicca.blogspot.com) è stato oscurato qualche giorno prima del suo arresto.

mercoledì 21 ottobre 2009

libertà di stampa


il sito "reporter sans frontieres "ha pubblicato il rapporto annuale sulla libertà di stampa nel mondo.
Per la prima volta dal 2002, i venti Paesi europei non dominano più l'indice. Solo 15 dei 20 paesi leader sono del Vecchio Continente, rispetto ai 18 nel 2008. Undici di questi 15 paesi sono membri dell'Unione europea. Essi comprendono i prime tre, Danimarca, Finlandia e Irlanda. Un altro membro dell'UE, Bulgaria, è in calo costante dall'epoca dell'adesione nel 2007 e ora è al 68esimo (contro la 59esima nel 2008). Questa è la collocazione più bassa tra tutti i membri dell'Unione europea.
La più grande caduta nel corso di un anno tra tutti i membri dell'UE è stata quella della Slovacchia. Il Paese è crollato di 37 posizioni fino ad arrivare a quota 44. Ciò a causa principalmente dell'ingerenza del governo nelle attività dei media e l'adozione nel 2008 di una legge che impone un diritto automatico di risposta a mezzo stampa. Anche due paesi candidati all'adesione all'UE hannosperimentato cadute drammatiche. Si tratta di Croazia (78esima), scesa di 33 posti, e della Turchia (al 122esimo posto), scesa di 20 posizioni.
L'impatto della criminalità organizzata e il fatto che i giornalisti siano divenuti possibili obiettivi spiegano la caduta di entrambe Bulgaria e Italia (49esima ), Paese che ha ricevuto la classifica peggiore dell'UE tra i sei fondatori. Le pressioni del Cavaliere sui mezzi di comunicazione, una maggiore ingerenza, la violenza mafiosa contro i giornalisti che denunciano le attività della malavita e un disegno di legge che dovrebbe drasticamente ridurre la possibilità dei media di pubblicare intercettazioni telefoniche spiegano perché l'Italia è scesa per il secondo anno consecutivo. La Francia (43esimo posto) non se la cava molto meglio, cadendo di otto punti a causa delle indagini giudiziarie e di arresti di giornalisti e di incursioni su mezzi di informazione, e anche a causa di interferenze nei mezzi di comunicazione da parte di politici, tra cui il presidente Nicolas Sarkozy.
I paesi più repressivi della regione, Uzbekistan (160) e Turkmenistan (173), non si sono evoluti in modo significativo e i loro giornalisti sono ancora oggetto di censura, trattamenti arbitrari e di violenza. I colloqui cominciati con l'Unione europea e gli altri partner non sembrano avere dato frutto in termini di diritti umani e ci sono tutte le ragioni di temere che la comunità internazionale dovrà sacrificare la libertà di espressione nella corsa per la sicurezza energetica. Sia l'Uzbekistan che Turkmenistan sono ricchi di risorse naturali, compresi gli idrocarburi.La Russia (153esimo posto) è scesa di 12 posti, per la prima volta sotto la Bielorussia (151esimo posto). Le ragioni di questa caduta, tre anni dopo l'assassinio di Anna Politkovskaya, comprendono omicidi continui di giornalisti e attivisti per i diritti, che contribuiscono a informare la popolazione, e le aggressioni contro i rappresentanti dei media locali. Esse comprendono anche il ritorno con forza crescente di censura e di autocensura e il completo fallimento nella punizione dei responsabili per gli omicidi.
Indicatori mostrano un deterioramento della situazione della libertà di stampa in quasi tutte le ex repubbliche sovietiche, tranne la Georgia (81) e, in misura minore, la Bielorussia (151), il cui governo ha avviato una cauta e finora limitato miglioramento nelle sue relazioni con la stampa come parte di un rinnovato dialogo con l'UE. È difficile in questa fase prevedere se questa increspatura sulla superficie possa crescere o è destinata a sparire.
La Georgia è stata in grado di saltare di 39 posizioni, perché durante la guerra che ha combattuto non ha imposto coperture, anche se la tensione politica ha continuato ad avere un impatto sui mezzi di informazione. La sua vicina di casa a del Sud del Caucaso, l'Armenia (111esimo posto) è scesa notevolmente a causa di diversi casi di violenza fisica nei confronti di giornalisti e di tensione politica che ha continuato ad influenzare i media e la società.
Non vi è stato alcun cambiamento nella vicina Azerbaijan, dove la situazione continua ad essere davvero preoccupante. Questo era chiaro a Reporters sans frontières dai limiti imposti alla stampa durante la campagna elettorale presidenziale, nel novembre 2008, e dalla decisione della televisione nazionale e della radio di vietare alle stazioni radio straniere (BBCRadio Free Europe e Voice of America) di trasmettere sulle frequenze locali.
Il declino della libertà di stampa ha continuato in Asia centrale, soprattutto in Kirghizistan (125esimo posto) e nel vasto e ricco di risorse energetiche Kazakistan (142esimo posto) caduti entrambi di più di 15 posti. Il Kazakistan si è distinto per il numero di cause per diffamazione intentata contro giornali indipendenti e dell'opposizione e il suo ricorso alla collaudata pratica di chiedere somme colossali per danni per costringere le pubblicazioni a chiudere.
La classifica del Kazakistan, la peggiore da quando questo indice ha preso vita nel 2002 è dovuta anche a causa di intimidazioni e violenze contro i giornalisti e l'estensione ai siti web di una legge che restringe la libertà dei media tradizionali. In Kirghizistan, le preoccupazioni sono state alimentate da un aumento delle aggressioni e intimidazioni nei confronti dei giornalisti, fatto che ha portato alcuni a fuggire dal paese, da una campagna elettorale vista da un solo punto di vista e dalla pressione sulle stazioni radio straniere, che hanno bisogno di un accordo preliminare con le autorità per essere in grado di trasmettere a livello locale.La grande caduta della Turchia è dovuta a un'ondata di casi di censura, in particolare la censura dei mezzi di comunicazione che rappresentano le minoranze (soprattutto i curdi), e gli sforzi da parte dei membri degli organi di governo, le forze armate e il sistema giudiziario di a mantenere il loro controllo sulla copertura delle questioni di interesse generale.
Nella Croazia, che spera di poter aderire all'Unione europea molto presto, alcuni aspetti delle relazioni serbo-croate sono fonte di tensione e sono off-limits per i media. I giornalisti che violano il tabù sono spesso bersaglio di violenza. Gruppi di criminalità organizzata sono stati responsabili di attacchi fisici ai giornalisti.
La classifica completa la trovate qui.

lunedì 21 settembre 2009

censura 2009


Ecco le immagini che l'ATAC, l'azienda trasporti pubblici di Roma, ha deciso di censurare. Le immagini sarebbero state affisse nelle stazioni della metropolitana della capitale (e non, come sostiene il presidente dell'ATAC, sugli autobus). 
è la pubblicità di alcuni programmi del canale Current.
Lasciamo a voi la valutazione del contenuto di questi manifesti. Ricordo che l'agenzia che ha creato i visual è cOOkies Adv, con sede a Milano.

Il manifesto con la bibbia pubblicizza la puntata del VANGUARD "I martiri della camorra", in cui si racconta la storia di un sacerdote ucciso dalla camorra.





lunedì 15 giugno 2009

il leone del deserto

Il leone del deserto
Paese: Stati Uniti - Libia
Anno: 1981
Durata: 206 min.
Colore: colore
Audio: sonoro
Genere: guerra
Regia: Moustapha Akkad
Sceneggiatura: H.A.L. Craig
Interpreti e personaggi
Anthony Quinn Omar al-Mukhtar
Oliver Reed Gen. Rodolfo Graziani
Rod Steiger Benito Mussolini
Irene Papas Mabrouka
John Gielgud Sharif el-Gariani
Raf Vallone Col. Diodice
Gastone Moschin Col. Tomelli
Il leone del deserto
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il leone del deserto, realizzato nel 1981 per la
regia di Moustapha Akkad, è un film storico,
con la partecipazione di Anthony Quinn nel
ruolo del condottiero senussita libico Omar al-
Mukhtar, che si batté contro l'esercito Italiano
precedentemente alla Seconda guerra
mondiale.


Trama
È l'anno 1929 e l'allora capo del governo
italiano, il dittatore fascista Benito Mussolini
(Rod Steiger) deve confrontarsi con la
ventennale guerriglia intrapresa dai locali arabi e
berberi di Libia che si battono contro il
colonialismo italiano e le sue
rivendicazioni di una "quarta sponda", a
simboleggiare un rinato Impero Romano
sul suolo d'Africa. L'Italia aveva
occupato la regione, che era parte
dell'Impero Ottomano, nel 1911-1912,
sconfiggnedo i turchi che occupavano il
Paese. Nel film Mussolini nomina il
generale Rodolfo Graziani (Oliver Reed)
come suo sesto Governatore di Libia,
sicuro che un militare di tale credito
saprà schiacciare la rivolta e ristabilire la
pace e la sicurezza dei coloni italiani, (in
gran parte provenienti dalle regioni povere del Sud Italia e dal Veneto e dal'Emilia). Nella realtà
storica il governatore della Libia era Pietro Badoglio , e solo nel 1930 Graziani fu nominato vice
governatore della Cirenaica, una delle due regioni libiche.
Ad ispirare e guidare la resistenza è Omar al-Mukhtar (Anthony Quinn). Insegnante di professione,
partigiano per dovere, Omar al-Mukhtar si è votato ad una lotta che non potrà vedere vinta nel
corso della propria vita. Un arrogante imperialista contro un idealista con un'ideologia, lo scontro è
fra due nemici implacabili.
Anche se Omar al-Mukhtar ed i suoi uomini si avvalevano di armi obsolete, il generale Graziani
ammise e testimoniò della loro grande abilità nel muovere guerra. Graziani controllava il Nord
Africa con la forza dell'esercito italiano, e carri armati e aeroplani furono impiegati per la prima
volta nel deserto. Una dotazione primitiva non poteva reggere il confronto con delle armi moderne,
e malgrado il loro coraggio i libici soffrirono pesanti perdite (ma nel film si vedono morire quasi
esclisivamente soldati italiani). Nonostante tutto ciò, essi impegnarono per venti anni gli italiani
impedendo loro di conseguire una vittoria completa. Nel film poi pochi cavalieri berberi amati di
fucili, sconfiggono più volte le colonne italiane con le autoblindo e le mitragliatrici, che si scontrano,
in maniera poco credibile, tra loro. In una scena vi è una carica di beduini a cavallo, armati di fucili,
contro carri armati italiani, e questi cominciano a esplodere uno dopo l'altro, con della dinamite,
come nei western, rubata da un deposito di munizioni in un'azione precedente.
In una scena Omar al-Mukhtar mostra il suo vero e più intimo lato umano rifiutandosi di uccidere
un giovane ufficiale disarmato, ma fornendogli anzi una bandiera italiana per il ritorno. Omar al-
Mukhtar dice che nell'Islam non si uccidono i soldati prigionieri, ma si lotta solo per la propria
patria e solo se mossi dalla necessità; altrimenti si deve odiare la guerra. Lo sceneggiatore farà
invece uccidere quel tenente italiano da un suo superiore, alle spalle e a tradimento.
Nel film si dà ad intendere che al-Mukhtar sia stato catturato dalle truppe nazionali italiane, mentre
in realtà fu catturato da uno squadrone di regolari libici a cavallo, inquadrati nell'Esercito italiano.
Curiosità
Quando venne ricostruito l'ingresso di Rodolfo Graziani a Bengasi, girato a Roma vennero
invitati alcuni membri del Movimento Sociale Italiano che si commossero per il realismo. Il
Movimento Sociale Italiano si oppose a togliere la censura al film dopo che era uscito nel
resto d'Europa.
Il ritratto di Omar al-Mukhtar compare sul retro della banconota libica da 10 dinari.
Il film Il leone del deserto fu parzialmente finanziato con 35 milioni di dollari da Muammar
Gheddafi, il quale chiese l'inclusione di una scena storicamente inesatta che mettesse in
cattiva luce i Senussi, in modo da separare la figura di al-Mukhtar, suo riferimento ideale, da
quella di re Idris I, capo dei Senussi e cacciato dalla rivolta di Gheddafi.
Il film è stato ripetutamente trasmesso dalla televisione libica, per diffondere la visione
storica di Gheddafi il quale è rappresentato da bambino presente all'impiccagione di al-
Mukhtar.
Lo storico inglese Denis Mack Smith ha scritto sulla rivista Cinema nuovo: "Mai prima di
questo film, gli orrori ma anche la nobiltà della guerriglia sono stati espressi in modo così
memorabile, in scene di battaglia così impressionanti; mai l'ingiustizia del colonialismo è stata
denunciata con tanto vigore....Chi giudica questo film col criterio dell'attendibilità storica non
può non ammirare l'ampiezza della ricerca che ha sovrinteso alla ricostruzione". (Eric
Salerno, Genocidio in Libia, Roma, 2005, p. 15).
Il regista e produttore siriano Mustafà Akkad fu ucciso in Giordania nel 2005 in un attentato
kamikaze di terroristi di Al Qaeda ad Amman.
Censura in Italia
Le autorità italiane hanno vietato la proiezione del film nel 1982 perché, nelle parole del primo
ministro Giulio Andreotti, «danneggia l'onore dell'esercito». Pare che il veto sia stato posto
dall'allora sottosegretario agli Affari Esteri Raffaele Costa.
Fu intentato persino un procedimento contro il film per "vilipendio delle Forze Armate". La pellicola
non fu mai distribuita nel Paese, dove resta tuttora introvabile nelle videoteche, anche se
facilmente reperibile su internet.
Nel 1987 fu bloccata la proiezione dalla digos in un cinema di Trento e il tutto si concluse con un
processo.
L'unico festival dove è stato proiettato semi-ufficialmente è stato il Riminicinema a Rimini nel
1988.
Craxi promise di mandarlo in onda sulla RAI, ma la promessa non venne mantenuta.
È stato proiettato non ufficialmente in altri festival senza alcuna interferenza da parte del governo.
Nel 2009, in occasione della visita in Italia del leader libico Gheddafi, la piattaforma televisiva
SKY ha trasmesso il film l'11 giugno.
Set
Il film venne girato a Hollywood, a Roma e in Libia, nel deserto e nel Fezzan.

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