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venerdì 4 giugno 2010
l’anno nero del pacifismo
Questo 2010 è un anno nero per il pacifismo;prima il caso Emergency quando il 10 aprile scorso tre operatori dell’organizzazione umanitaria (Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani) furono arrestati a Lashkar Gah, nella provincia afghana di Helmand, con l'accusa - poi rivelatasi infondata - di aver complottato per uccidere il governatore della provincia. Nel corso delle operazioni della polizia afghana, coadiuvata da truppe occidentali impelagate nella locale guerra, furono trovate all'interno dell'ospedale gestito da Emergency cinture esplosive, granate e pistole. L'arresto dei tre suscitò particolare clamore. Secondo Gino Strada l'operazione era un tentativo di screditare quello che ha definito un "testimone scomodo", riferendosi alla sua organizzazione.Dopo i tre cooperanti di Emergency furono per fortuna liberati, in quanto non colpevoli.Tutta questa faccenda ha portato però alla sospensione delle attività dell'ospedale di Lashkar Gah,con grande danno alla popolazione civile.Poi pochi giorni fa il caso Gaza quando le forze armate israeliane hanno attaccato un convoglio di aiuti umanitari diretto a Gaza. Almeno 16 civili, quasi tutti turchi, sono stati uccisi nel raid compiuto e che racconto qui.La mia idea è che il pacifismo militante,quello delle semplici persone,non delle spedizioni militarguerresche che di pace non hanno nulla, dà sempre fastidio a chi vuole quella guerra,a chi detiene il “potere” e questo pacifismo certe volte,involontariamente,si confonde con le idee del”nemico” proprio come successe al grande filosofo Bertrand Russell che allo scoppio della Prima guerra mondiale,per le sue idee pacifiste (nel 1916 aveva pubblicato i Principi di riforma sociale) gli costarono l'allontanamento dall'insegnamento e la rottura col Trinity College e nel 1918, per via di un articolo contro la coscrizione obbligatoria, scontò sei mesi di carcere:il suo pacifismo fu accusato di essere filotedesco,il nemico di allora.Il vero pacifismo è contro tutte le guerre e non ci sono guerrafondai buoni o cattivi:chi fa la guerra ,qualunque tipo di guerra,sta sempre dalla parte del torto,in ogni caso w la pace sempre.
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domenica 21 marzo 2010
massacro di sharpeville
Con l'espressione massacro di Sharpeville ci si riferisce a una sparatoria avvenuta in Sudafrica il 21 marzo 1960, nel periodo di massima intensità delle proteste popolari contro la politica dell'apartheid messa in atto dal National Party. Durante una manifestazione pacifica a Sharpeville, la polizia sudafricana aprì il fuoco sulla folla dei dimostranti, uccidendo 72 persone.
La manifestazione di Sharpeville era stata organizzata dal Pan Africanist Congress (PAC) per protestare contro il decreto governativo dello Urban Areas Act, informalmente chiamato pass law ("legge del lasciapassare"). Questa legge prevedeva che i cittadini sudafricani neri dovessero esibire uno speciale permesso se fossero stati fermati dalla polizia in un'area riservata ai bianchi. I lasciapassare venivano concessi solo ai neri che avevano un impiego regolare nell'area in questione.
L'African National Congress (ANC) organizzò negli anni successivi diverse manifestazioni pacifiche, inclusa quella commemorata nel Sudafrica moderno nella Giornata Nazionale della Donna. Una nuova manifestazione organizzata dall'ANC doveva svolgersi il 30 marzo. Il PAC, che era il rivale diretto dell'ANC nella guida alla lotta anti-apartheid, decise di anticipare i tempi e chiamò la popolazione a manifestare il 21 marzo.
I dimostranti (in numero compreso fra 5.000 e 7.000) si radunarono verso le 10 del mattino presso la stazione di polizia di Sharpeville, nell'odierno Gauteng; si dichiararono sprovvisti di lasciapassare e chiesero alla polizia di arrestarli. Le autorità usarono diverse forme di intimidazione per disperdere la folla, inclusi caccia militari in volo radente e lo schieramento di veicoli blindati della polizia. Alle 13:15, la polizia aprì il fuoco sulla folla. Secondo i dati ufficiali furono uccise 69 persone (inclusi 8 donne e 10 bambini) e oltre 180 furono ferite.
I motivi per cui la polizia decise di aprire il fuoco sono stati a lungo indagati. L'ufficiale in comando in seguito dichiarò che i dimostranti avevano iniziato a lanciare sassi, e che ad aprire il fuoco furono alcuni poliziotti meno esperti, senza che fosse impartito alcun ordine in merito. Un certo grado di nervosismo nelle file della polizia poteva essere dovuto al fatto che poche settimane prima alcuni poliziotti erano stati uccisi a Cato Manor. Le indagini della Truth and Reconciliation Commission stabilirono che la decisione di aprire il fuoco era stata in qualche misura deliberata e che c'era stata una grossolana violazione dei diritti umani, in quanto era stata usata una violenza eccessiva e non necessaria per fermare una folla disarmata. La polizia continuò a sparare anche mentre i dimostranti fuggivano, e molte delle vittime furono colpite alla schiena.
La notizia del massacro contribuì a creare una escalation della tensione fra i neri e il governo bianco. In risposta al diffondersi della protesta, il 30 marzo il governo dichiarò la legge marziale. Seguirono oltre 18.000 arresti.
Il 1º aprile, le Nazioni Unite condannarono ufficialmente l'operato del governo sudafricano con la Risoluzione 134. Il massacro divenne un punto di svolta nella storia sudafricana, dando inizio al progressivo isolamento internazionale del governo del National Party. Il massacro di Sharpeville fu anche uno dei motivi che convinsero il Commonwealth a estromettere il Sudafrica.
In ricordo del massacro avvenuto 45 anni prima, il 21 marzo 2005 è stato dichiarato dall'ONU "Giornata internazionale per l'eliminazione della discriminazione razziale".
In Sudafrica, a partire dal 1994, il 21 marzo si celebra la Giornata dei Diritti Umani.
tratto da wikipedia
La manifestazione di Sharpeville era stata organizzata dal Pan Africanist Congress (PAC) per protestare contro il decreto governativo dello Urban Areas Act, informalmente chiamato pass law ("legge del lasciapassare"). Questa legge prevedeva che i cittadini sudafricani neri dovessero esibire uno speciale permesso se fossero stati fermati dalla polizia in un'area riservata ai bianchi. I lasciapassare venivano concessi solo ai neri che avevano un impiego regolare nell'area in questione.
L'African National Congress (ANC) organizzò negli anni successivi diverse manifestazioni pacifiche, inclusa quella commemorata nel Sudafrica moderno nella Giornata Nazionale della Donna. Una nuova manifestazione organizzata dall'ANC doveva svolgersi il 30 marzo. Il PAC, che era il rivale diretto dell'ANC nella guida alla lotta anti-apartheid, decise di anticipare i tempi e chiamò la popolazione a manifestare il 21 marzo.
I dimostranti (in numero compreso fra 5.000 e 7.000) si radunarono verso le 10 del mattino presso la stazione di polizia di Sharpeville, nell'odierno Gauteng; si dichiararono sprovvisti di lasciapassare e chiesero alla polizia di arrestarli. Le autorità usarono diverse forme di intimidazione per disperdere la folla, inclusi caccia militari in volo radente e lo schieramento di veicoli blindati della polizia. Alle 13:15, la polizia aprì il fuoco sulla folla. Secondo i dati ufficiali furono uccise 69 persone (inclusi 8 donne e 10 bambini) e oltre 180 furono ferite.
I motivi per cui la polizia decise di aprire il fuoco sono stati a lungo indagati. L'ufficiale in comando in seguito dichiarò che i dimostranti avevano iniziato a lanciare sassi, e che ad aprire il fuoco furono alcuni poliziotti meno esperti, senza che fosse impartito alcun ordine in merito. Un certo grado di nervosismo nelle file della polizia poteva essere dovuto al fatto che poche settimane prima alcuni poliziotti erano stati uccisi a Cato Manor. Le indagini della Truth and Reconciliation Commission stabilirono che la decisione di aprire il fuoco era stata in qualche misura deliberata e che c'era stata una grossolana violazione dei diritti umani, in quanto era stata usata una violenza eccessiva e non necessaria per fermare una folla disarmata. La polizia continuò a sparare anche mentre i dimostranti fuggivano, e molte delle vittime furono colpite alla schiena.
La notizia del massacro contribuì a creare una escalation della tensione fra i neri e il governo bianco. In risposta al diffondersi della protesta, il 30 marzo il governo dichiarò la legge marziale. Seguirono oltre 18.000 arresti.
Il 1º aprile, le Nazioni Unite condannarono ufficialmente l'operato del governo sudafricano con la Risoluzione 134. Il massacro divenne un punto di svolta nella storia sudafricana, dando inizio al progressivo isolamento internazionale del governo del National Party. Il massacro di Sharpeville fu anche uno dei motivi che convinsero il Commonwealth a estromettere il Sudafrica.
In ricordo del massacro avvenuto 45 anni prima, il 21 marzo 2005 è stato dichiarato dall'ONU "Giornata internazionale per l'eliminazione della discriminazione razziale".
In Sudafrica, a partire dal 1994, il 21 marzo si celebra la Giornata dei Diritti Umani.
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domenica 14 marzo 2010
aldo capitini
il maestro della nonviolenza in Italia.
Ad Aldo Capitini, pedagogista ed instancabile promotore di attività politiche e sociali
nonviolente, va il grande merito di aver introdotto in Italia la cultura della nonviolenza; il suo pensiero e le sue azioni ispirano ancora oggi idee,gruppi e movimenti che si occupano di
nonviolenza.Capitini nacque a Perugia il 23 dicembre del 1899 in una famiglia semplice, padre custode della torre del municipio e madre sarta. Ritenuto inabile al servizio militare per motivi di salute, non partecipò alla prima guerra mondiale; così dal 1920 al 1922 si dedicò ai classici greci e latini, studiando da autodidatta - aveva infatti conseguito il diploma di ragioniere - impegnandosi anche fino a dodici ore al giorno ed indebolendosi fino all’esaurimento fisico: fu in questa circostanza che, come Capitini stesso dirà in seguito, fece esperienza del limite e della fragilità umana. Nel 1924 passò l’esame da privatista per la licenza liceale e grazie all’alto punteggio ottenuto vinse una borsa di studio presso la Normale di Pisa, dove conseguì nel 1928 la laurea in Lettere e Filosofia.
All'inizio degli anni Trenta era assistente di Momigliano quando Giovanni Gentile, direttore dell’Ateneo pisano, lo nominò segretario economo della Normale. E proprio in questi anni trascorsi a Pisa, Capitini cominciò a maturare la scelta nonviolenta: nel pieno del clima violento instaurato dal
regime fascista, lesse l’autobiografia di Gandhi pubblicata in Italia nel ’29
e venne profondamente colpito dall’esempio di lotta nonviolenta che il
Mahatma aveva condotta in Sud Africa e che stava conducendo in India
attraverso la noncollaborazione e la disobbedienza civile. Negli stessi anni
in conseguenza alla scelta di non uccidere, divenne vegetariano (sarà poi
negli Anni 50, che Capitini fonderà la Società vegetariana italiana). Ma nel
’33, avendo rifiutato il tesseramento al Partito fascista, si dimise dal suo
incarico alla Normale sollecitato dallo stesso Gentile.Tornato a Perugia, si dedicò a scrivere testi che fornissero valide motivazioni etiche per le quali rifiutare il fascismo: nel ’36 Benedetto Croce farà pubblicare la prima opera di Capitini, Elementi di un’esperienza religiosa, che diventò presto uno dei principali riferimenti letterari per la gioventù antifascista. Ciò indusse Capitini, insieme con Guidi Calogero, a stabilire un movimento clandestino antifascista con lo scopo di diffondere la propaganda contro il regime, nell’anno stesso in cui
erano stati uccisi i fratelli Rosselli. Al movimento, cui aderirono molti intellettuali, tra i quali Walter Binni, Norberto Bobbio, Cesare Luporini,Ugo la Malfa, Mario Dal Pra, fu dato il nome di Liberalsocialismo: può risultare un accostamento di compromesso di due termini comunemente diametralmente opposti, ma l’idea di Capitini era quella di unire in un unico sforzo quanto di meglio potesse offrire il Liberalismo delle idee e della libertà di affermarsi, con la condivisione di una simile opportunità da parte di tutti, rendendo tutti attivi e partecipi anche alla vita economica. Nel ’42 il movimento fu scoperto e i suoi partecipanti arrestati e rinchiusi nelle Murate di Firenze. Capitini venne rilasciato dopo 4 mesi perché la
censura di regime ritenne innocui i suoi Elementi e li considerò un semplice libro religioso. Nel maggio del ’43 Capitini fu nuovamente arrestato per essere rilasciato definitivamente nel luglio successivo.
Intanto con la fine del conflitto molti degli aderenti al Liberalsocialismo fondarono il Partito d’Azione: Capitini rifiutò di aderirvi perché riteneva la forma di partito un’istituzione che, con i suoi apparati che prevedono una sorta di delega dei cittadini a coloro che dirigono appunto il partito,allontanasse i singoli dalla partecipazione al potere che è di tutti (si pensi,ad esempio al tesseramento, forma di esclusività che non coinvolge tutti).
Egli preferiva invece la forme del movimento, aperto a tutti quindi più congeniale alla partecipazione allargata al potere dal basso. Il filosofo umbro fu così escluso dall’assemblea costituente nonostante il suo impegno attivo contro la dittatura e per la Repubblica.
Nel 1944 Capitini fonda a Perugia il primo Centro di Orientamento Sociale(COS), una contro-istituzione da opporre alla realtà chiusa dei partiti. I COS erano assemblee popolari nelle quali tutti potevano intervenire,esporre la propria opinione, presentare alla collettività sia problemi amministrativi locali che questioni sociali, politiche, economiche di rilevanza nazionale; nessuno veniva escluso, motivo per cui per prendere parte alle discussioni non era richiesto alcun tesseramento o iscrizione. Lo scopo principale del COS era lo sviluppo della democrazia su un terreno di civiltà e nonviolenza, fornendo alle moltitudini anonime tutti mezzi
necessari per comprendere la realtà in cui vivevano, ed una volta presane coscienza operare in essa per il miglioramento. Il COS era il principio del potere dal basso ed omnicratico, del superamento delle distanze tra politici, intellettuali, funzionari e popolo. Nonostante i COS si
diffondessero in altre città: (tra le principali Ferrara, Firenze, Bologna,
Lucca, Arezzo, Ancona, Assisi, Gubbio, Foligno, Teramo, Napoli) e raccogliessero consensi partecipati, furono ignorati dalla sinistra ed aspramente criticati dalla Democrazia Cristiana, che avviò una vera e propria azione di ostracismo verso queste riunioni, chiedendo addirittura
alle autorità di proibirle, riunioni nonviolente che costituivano una prova
alle potenzialità positive di un potere decentrato.L’idea di centralità di ogni singolo, di una società fatta dalla partecipazione e dalle scelte dei suoi componenti, che non devono subire
l’autorità dall’alto, ma essere forza attiva del cambiamento, si rispecchia anche nella concezione religiosa di Capitini. Egli considerava la religione il convincimento interiore di ognuno del rispetto verso l’altro (il TU),verso gli animali e verso la vita in qualunque forma si manifesti. La sua idea di religione, fortemente ispirata dall’esempio di San Francesco, era
lontanissima da quella istituzionalizzata della Chiesa Cattolica, contro la quale Capitini indirizzò più obiezioni. Già dagli anni del fascismo egli restò più che disorientato dagli accordi del Patti Lateranensi (quando invece per lui la Chiesa avrebbe dovuto spingere i suoi fedeli a rifiutare e a noncollaborare con un regime violento e antidemocratico). Nel dopoguerra
Capitini organizza con Ferdinando Tartaglia, un ex-prete cattolico fiorentino, il Movimento di religione con lo scopo di promuovere la riforma religiosa in direzione dei principi dell’apertura e del dialogo continuo verso tutte le altre religioni, e soprattutto della formazione spirituale di cittadini responsabili e consapevoli della propria centralità
nelle dinamiche sociali, politiche, economiche; nell’ottobre del ’48 a Roma si tenne il Primo congresso per la riforma religiosa.E fu proprio durante un convegno del Movimento di religione che Capitini fu ascoltato da un giovane che restando profondamente colpito dalle sue
parole, maturò la scelta di opporsi alla leva militare. Era infatti Pietro Pinna, il primo italiano obiettore di coscienza del servizio militare del dopoguerra. Pinna fu processato, condannato ed incarcerato più volte; fino al rilascio definitivo e al "congedo" per motivi di salute. Pinna divenne uno stretto collaboratore di Capitini ed insieme promossero una serie di
iniziative per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza.
Nel ’52 in occasione del quarto anniversario della morte di Gandhi, il filosofo umbro fondò il primo Centro per la nonviolenza. Nello stesso anno trasportò l’esperienza dei COS in ambito religioso, con la fondazione del COR, Centri di Orientamento Religioso, con l’aiuto di Emma Thomas,un’ottantenne quacchera inglese, con lo scopo di far convergere la religiosità di tutti coloro che vi avessero preso parte, qualunque fosse il loro credo, per favorire la conoscenza delle religioni diverse da quella
Cattolica e per offrire ai cattolici spunti per una riflessione critica. La
Chiesa locale vietò la frequentazione del COR e quando nel ’55 Capitini
pubblicò Religione aperta il libro fu messo nell’Indice dei libri proibiti.
Tuttavia Capitini collaborò con alcuni cattolici, tra i quali don Milani e
don Primo Mazzolari. Ma la polemica con la Chiesa continuò dopo il
Concilio Vaticano II: con la pubblicazione di Severità religiosa per il
Concilio e la richiesta dell’annullamento del battesimo.
Nel ’59 ritroviamo Capitini tra i fondatori dell’ADESSPI, Associazione di
difesa e sviluppo della scuola pubblica in Italia.
Il 24 settembre 1961, negli anni forse più cupi della guerra fredda, ha luogo, organizzata da Capitini, la prima Marcia per la Pace e la fratellanza dei popoli da Perugia ad Assisi che ancora oggi riproposta ogni due anni. Tra le iniziative cominciate da Capitini e ancora oggi attive vi è il Movimento nonviolento e il suo organo di stampa Azione nonviolenta, di
cui Capitini fu direttore.
Capitini morì a Perugia nel 1968 circondato da amici, in seguito ad un
intervento chirurgico. Negli ultimi anni della sua vita aveva fondato e diretto il periodico Il Potere di tutti nel quale esponeva e chiarire i principi
del suo progetto di omnicrazia che Capitini poneva come obiettivo della
società nuova, nella quale il potere fosse distribuito tra tutti attraverso un
generale decentramento del potere che però non avrebbe dovuto creare
diverse comunità chiuse ed isolate l’una dall’altra, ma portare all’esistenza
di libere realtà autogestite, tra loro consociate e collaboranti, anche
internazionalmente, nel rispetto della massima apertura.
«Io non dico: fra poco o molto tempo avremo una società che sarà perfettamente
nonviolenta...
fonte:Palabre. Maestri della nonviolenza
Ad Aldo Capitini, pedagogista ed instancabile promotore di attività politiche e sociali
nonviolente, va il grande merito di aver introdotto in Italia la cultura della nonviolenza; il suo pensiero e le sue azioni ispirano ancora oggi idee,gruppi e movimenti che si occupano di
nonviolenza.Capitini nacque a Perugia il 23 dicembre del 1899 in una famiglia semplice, padre custode della torre del municipio e madre sarta. Ritenuto inabile al servizio militare per motivi di salute, non partecipò alla prima guerra mondiale; così dal 1920 al 1922 si dedicò ai classici greci e latini, studiando da autodidatta - aveva infatti conseguito il diploma di ragioniere - impegnandosi anche fino a dodici ore al giorno ed indebolendosi fino all’esaurimento fisico: fu in questa circostanza che, come Capitini stesso dirà in seguito, fece esperienza del limite e della fragilità umana. Nel 1924 passò l’esame da privatista per la licenza liceale e grazie all’alto punteggio ottenuto vinse una borsa di studio presso la Normale di Pisa, dove conseguì nel 1928 la laurea in Lettere e Filosofia.
All'inizio degli anni Trenta era assistente di Momigliano quando Giovanni Gentile, direttore dell’Ateneo pisano, lo nominò segretario economo della Normale. E proprio in questi anni trascorsi a Pisa, Capitini cominciò a maturare la scelta nonviolenta: nel pieno del clima violento instaurato dal
regime fascista, lesse l’autobiografia di Gandhi pubblicata in Italia nel ’29
e venne profondamente colpito dall’esempio di lotta nonviolenta che il
Mahatma aveva condotta in Sud Africa e che stava conducendo in India
attraverso la noncollaborazione e la disobbedienza civile. Negli stessi anni
in conseguenza alla scelta di non uccidere, divenne vegetariano (sarà poi
negli Anni 50, che Capitini fonderà la Società vegetariana italiana). Ma nel
’33, avendo rifiutato il tesseramento al Partito fascista, si dimise dal suo
incarico alla Normale sollecitato dallo stesso Gentile.Tornato a Perugia, si dedicò a scrivere testi che fornissero valide motivazioni etiche per le quali rifiutare il fascismo: nel ’36 Benedetto Croce farà pubblicare la prima opera di Capitini, Elementi di un’esperienza religiosa, che diventò presto uno dei principali riferimenti letterari per la gioventù antifascista. Ciò indusse Capitini, insieme con Guidi Calogero, a stabilire un movimento clandestino antifascista con lo scopo di diffondere la propaganda contro il regime, nell’anno stesso in cui
erano stati uccisi i fratelli Rosselli. Al movimento, cui aderirono molti intellettuali, tra i quali Walter Binni, Norberto Bobbio, Cesare Luporini,Ugo la Malfa, Mario Dal Pra, fu dato il nome di Liberalsocialismo: può risultare un accostamento di compromesso di due termini comunemente diametralmente opposti, ma l’idea di Capitini era quella di unire in un unico sforzo quanto di meglio potesse offrire il Liberalismo delle idee e della libertà di affermarsi, con la condivisione di una simile opportunità da parte di tutti, rendendo tutti attivi e partecipi anche alla vita economica. Nel ’42 il movimento fu scoperto e i suoi partecipanti arrestati e rinchiusi nelle Murate di Firenze. Capitini venne rilasciato dopo 4 mesi perché la
censura di regime ritenne innocui i suoi Elementi e li considerò un semplice libro religioso. Nel maggio del ’43 Capitini fu nuovamente arrestato per essere rilasciato definitivamente nel luglio successivo.
Intanto con la fine del conflitto molti degli aderenti al Liberalsocialismo fondarono il Partito d’Azione: Capitini rifiutò di aderirvi perché riteneva la forma di partito un’istituzione che, con i suoi apparati che prevedono una sorta di delega dei cittadini a coloro che dirigono appunto il partito,allontanasse i singoli dalla partecipazione al potere che è di tutti (si pensi,ad esempio al tesseramento, forma di esclusività che non coinvolge tutti).
Egli preferiva invece la forme del movimento, aperto a tutti quindi più congeniale alla partecipazione allargata al potere dal basso. Il filosofo umbro fu così escluso dall’assemblea costituente nonostante il suo impegno attivo contro la dittatura e per la Repubblica.
Nel 1944 Capitini fonda a Perugia il primo Centro di Orientamento Sociale(COS), una contro-istituzione da opporre alla realtà chiusa dei partiti. I COS erano assemblee popolari nelle quali tutti potevano intervenire,esporre la propria opinione, presentare alla collettività sia problemi amministrativi locali che questioni sociali, politiche, economiche di rilevanza nazionale; nessuno veniva escluso, motivo per cui per prendere parte alle discussioni non era richiesto alcun tesseramento o iscrizione. Lo scopo principale del COS era lo sviluppo della democrazia su un terreno di civiltà e nonviolenza, fornendo alle moltitudini anonime tutti mezzi
necessari per comprendere la realtà in cui vivevano, ed una volta presane coscienza operare in essa per il miglioramento. Il COS era il principio del potere dal basso ed omnicratico, del superamento delle distanze tra politici, intellettuali, funzionari e popolo. Nonostante i COS si
diffondessero in altre città: (tra le principali Ferrara, Firenze, Bologna,
Lucca, Arezzo, Ancona, Assisi, Gubbio, Foligno, Teramo, Napoli) e raccogliessero consensi partecipati, furono ignorati dalla sinistra ed aspramente criticati dalla Democrazia Cristiana, che avviò una vera e propria azione di ostracismo verso queste riunioni, chiedendo addirittura
alle autorità di proibirle, riunioni nonviolente che costituivano una prova
alle potenzialità positive di un potere decentrato.L’idea di centralità di ogni singolo, di una società fatta dalla partecipazione e dalle scelte dei suoi componenti, che non devono subire
l’autorità dall’alto, ma essere forza attiva del cambiamento, si rispecchia anche nella concezione religiosa di Capitini. Egli considerava la religione il convincimento interiore di ognuno del rispetto verso l’altro (il TU),verso gli animali e verso la vita in qualunque forma si manifesti. La sua idea di religione, fortemente ispirata dall’esempio di San Francesco, era
lontanissima da quella istituzionalizzata della Chiesa Cattolica, contro la quale Capitini indirizzò più obiezioni. Già dagli anni del fascismo egli restò più che disorientato dagli accordi del Patti Lateranensi (quando invece per lui la Chiesa avrebbe dovuto spingere i suoi fedeli a rifiutare e a noncollaborare con un regime violento e antidemocratico). Nel dopoguerra
Capitini organizza con Ferdinando Tartaglia, un ex-prete cattolico fiorentino, il Movimento di religione con lo scopo di promuovere la riforma religiosa in direzione dei principi dell’apertura e del dialogo continuo verso tutte le altre religioni, e soprattutto della formazione spirituale di cittadini responsabili e consapevoli della propria centralità
nelle dinamiche sociali, politiche, economiche; nell’ottobre del ’48 a Roma si tenne il Primo congresso per la riforma religiosa.E fu proprio durante un convegno del Movimento di religione che Capitini fu ascoltato da un giovane che restando profondamente colpito dalle sue
parole, maturò la scelta di opporsi alla leva militare. Era infatti Pietro Pinna, il primo italiano obiettore di coscienza del servizio militare del dopoguerra. Pinna fu processato, condannato ed incarcerato più volte; fino al rilascio definitivo e al "congedo" per motivi di salute. Pinna divenne uno stretto collaboratore di Capitini ed insieme promossero una serie di
iniziative per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza.
Nel ’52 in occasione del quarto anniversario della morte di Gandhi, il filosofo umbro fondò il primo Centro per la nonviolenza. Nello stesso anno trasportò l’esperienza dei COS in ambito religioso, con la fondazione del COR, Centri di Orientamento Religioso, con l’aiuto di Emma Thomas,un’ottantenne quacchera inglese, con lo scopo di far convergere la religiosità di tutti coloro che vi avessero preso parte, qualunque fosse il loro credo, per favorire la conoscenza delle religioni diverse da quella
Cattolica e per offrire ai cattolici spunti per una riflessione critica. La
Chiesa locale vietò la frequentazione del COR e quando nel ’55 Capitini
pubblicò Religione aperta il libro fu messo nell’Indice dei libri proibiti.
Tuttavia Capitini collaborò con alcuni cattolici, tra i quali don Milani e
don Primo Mazzolari. Ma la polemica con la Chiesa continuò dopo il
Concilio Vaticano II: con la pubblicazione di Severità religiosa per il
Concilio e la richiesta dell’annullamento del battesimo.
Nel ’59 ritroviamo Capitini tra i fondatori dell’ADESSPI, Associazione di
difesa e sviluppo della scuola pubblica in Italia.
Il 24 settembre 1961, negli anni forse più cupi della guerra fredda, ha luogo, organizzata da Capitini, la prima Marcia per la Pace e la fratellanza dei popoli da Perugia ad Assisi che ancora oggi riproposta ogni due anni. Tra le iniziative cominciate da Capitini e ancora oggi attive vi è il Movimento nonviolento e il suo organo di stampa Azione nonviolenta, di
cui Capitini fu direttore.
Capitini morì a Perugia nel 1968 circondato da amici, in seguito ad un
intervento chirurgico. Negli ultimi anni della sua vita aveva fondato e diretto il periodico Il Potere di tutti nel quale esponeva e chiarire i principi
del suo progetto di omnicrazia che Capitini poneva come obiettivo della
società nuova, nella quale il potere fosse distribuito tra tutti attraverso un
generale decentramento del potere che però non avrebbe dovuto creare
diverse comunità chiuse ed isolate l’una dall’altra, ma portare all’esistenza
di libere realtà autogestite, tra loro consociate e collaboranti, anche
internazionalmente, nel rispetto della massima apertura.
«Io non dico: fra poco o molto tempo avremo una società che sarà perfettamente
nonviolenta...
fonte:Palabre. Maestri della nonviolenza
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domenica 28 febbraio 2010
che cosa è la nonviolenza
Grazie ad uomini come Mahatma Gandhi (1869-1948) e Martin Luther King (1929-1968)che l'umanità ha qualche speranza in più ,che hanno usato la nonviolenza come arma per risolvere i problemi ma in ultima analisi che cosa è la nonviolenza?.
Il termine nonviolenza è la traduzione letterale del termine sanscrito ahimsa, composto da a privativa e himsa: danno, violenza. La parola ahimsa implica una sfumatura intenzionale che si potrebbe rendere con"assenza del desiderio di nuocere, di uccidere". Altre proposte, per esempio "innocenza", sembrano perdere qualcosa del significato originario. In Italia è stato Aldo Capitini a proporre di scrivere la parola senza il trattino separatore, per sottolineare come la nonviolenza non sia semplice negazione della violenza bensì un valore autonomo e positivo. Il Mahatma Gandhi sottolineava proprio questo elemento negativo: «In effetti la stessa espressione “non-violenza”, un'espressione negativa, sta ad indicare uno sforzo diretto ad eliminare la
violenza che è inevitabile nella vita.» (Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, p.77). Chi segue la nonviolenza viene spesso definito nonviolento, ma molti preferiscono utilizzare l'espressione amico della nonviolenza per sottolineare che nessuno puo' avere la pretesa di eliminare dalla propria vita la violenza che fa parte integrante della natura umana, ma tutti possiamo avvicinarci alla pratica nonviolenta da amici seguendo un percorso che non puo' mai dirsi concluso.L'espressione resistenza passiva era usata dallo stesso Gandhi fino a quando si rese conto che l'espressione correva il rischio di far pensare a un pacifismo di tipo religioso, inerte di fronte all'ingiustizia. Inoltre Gandhi voleva una parola indiana per una forma di lotta indiana. Satyagraha è un neologismo di Gandhi.
Letteralmente significa forza della verità (Satya:Verità, graha: forza). Gandhi adottò tale termine per distinguere la “nonviolenza del forte” dalla resistenza passiva, la quale può coincidere con la “nonviolenza del debole”.
Il 10 novembre 1998 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il primo decennio del XXI secolo e del III millennio, gli anni dal 2001 al 2010, Decennio internazionale di promozione di una cultura della nonviolenza e della pace a profitto dei bambini del mondo.
Nel 2007 l'ONU ha dichiarato il 2 ottobre (giorno di nascita di Gandhi) "Giornata Mondiale per la Nonviolenza".
fonte:wikipedia
Il termine nonviolenza è la traduzione letterale del termine sanscrito ahimsa, composto da a privativa e himsa: danno, violenza. La parola ahimsa implica una sfumatura intenzionale che si potrebbe rendere con"assenza del desiderio di nuocere, di uccidere". Altre proposte, per esempio "innocenza", sembrano perdere qualcosa del significato originario. In Italia è stato Aldo Capitini a proporre di scrivere la parola senza il trattino separatore, per sottolineare come la nonviolenza non sia semplice negazione della violenza bensì un valore autonomo e positivo. Il Mahatma Gandhi sottolineava proprio questo elemento negativo: «In effetti la stessa espressione “non-violenza”, un'espressione negativa, sta ad indicare uno sforzo diretto ad eliminare la
violenza che è inevitabile nella vita.» (Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, p.77). Chi segue la nonviolenza viene spesso definito nonviolento, ma molti preferiscono utilizzare l'espressione amico della nonviolenza per sottolineare che nessuno puo' avere la pretesa di eliminare dalla propria vita la violenza che fa parte integrante della natura umana, ma tutti possiamo avvicinarci alla pratica nonviolenta da amici seguendo un percorso che non puo' mai dirsi concluso.L'espressione resistenza passiva era usata dallo stesso Gandhi fino a quando si rese conto che l'espressione correva il rischio di far pensare a un pacifismo di tipo religioso, inerte di fronte all'ingiustizia. Inoltre Gandhi voleva una parola indiana per una forma di lotta indiana. Satyagraha è un neologismo di Gandhi.
Letteralmente significa forza della verità (Satya:Verità, graha: forza). Gandhi adottò tale termine per distinguere la “nonviolenza del forte” dalla resistenza passiva, la quale può coincidere con la “nonviolenza del debole”.
Il 10 novembre 1998 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il primo decennio del XXI secolo e del III millennio, gli anni dal 2001 al 2010, Decennio internazionale di promozione di una cultura della nonviolenza e della pace a profitto dei bambini del mondo.
Nel 2007 l'ONU ha dichiarato il 2 ottobre (giorno di nascita di Gandhi) "Giornata Mondiale per la Nonviolenza".
fonte:wikipedia
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sabato 14 novembre 2009
greenpeace
Mi sento molto in sintonia con Greenpeace che è un'associazione non violenta, che utilizza azioni dirette per denunciare in maniera creativa i problemi ambientali e promuovere soluzioni per un futuro verde e di pace.
Greenpeace è fermamente convinta che se la gente ha terra, fiumi e laghi puliti ha più possibilità di nutrirsi senza dipendere da altri paesi e ci sono meno probabilità che scoppino conflitti o guerre.
Greenpeace è indipendente e non accetta fondi da enti pubblici, aziende o partiti politici.
Greenpeace è un'organizzazione non governativa ambientalista e pacifista fondata a Vancouver nel 1971.
È famosa per la sua azione diretta e non violenta per la difesa del clima, delle balene, dai test nucleari e dell'ambiente in generale. Negli ultimi anni l'attività dell'organizzazione si è rivolta ad altre questioni ambientali come il riscaldamento globale, l'ingegneria genetica e la pesca a strascico.
Il 15 settembre 1971, ancora prima che apparisse il nome Greenpeace, una vecchia barca da pesca (la Phyllis Cormack) salpa da Vancouver (costa occidentale del Canada) con a bordo dodici volontari. Tra loro c'erano Jim Bohlen, Irving Stowe, Paul Cote e tra i giornalisti c'erano Robert Hunter del "Vancouver Sun", Ben Metcalfe della Canadian Broadcasting Corporation e Bob Cummings del "Georgia Strait".Lo scopo era di impedire l'esplosione di una bomba nucleare ad Amchitka (un'isola nel oceano pacifico settentrionale vicino alla costa dell'Alaska) perché lo scoppio poteva danneggiare una zona naturale protetta (ultimo rifugio per 3000 lontre di mare in pericolo e casa per aquile di mare testabianca e falchi pellegrini) provocando un terremoto e un maremoto. Il rischio era alto e i volontari speravano di impedire l'esperimento per il fatto di essere fisicamente presenti sul posto con una imbarcazione. A bordo c'erano anche dei giornalisti per poter documentare il viaggio. Il gruppo di protesta si faceva chiamare Comitato "Non create l'onda", ma durante il primo viaggio l'imbarcazione fu ribattezzata Greenpeace. L'imbarcazione fu intercettata dalla guardia costiera nei pressi dell'isola di Akutan con motivazioni legate a formalità doganali e, anche a causa delle continue cattive condizioni meteorologiche, sfibrati i volontari decisero di abbandonare l'impresa. Con grande stupore scoprirono di essere sulle prime pagine di tutti i giornali con supporto da parte di molte persone. Nel viaggio di ritorno l'equipaggio incontrò un gruppo di indiani Kwatkiutl che rivelò una profezia secondo cui dei Guerrieri dell'arcobaleno avrebbero salvato il mondo prima che fosse troppo tardi e li dichiararono fratelli di sangue. Grazie all'inaspettato supporto della gente (economico e di volontari) si riuscì a progettare una nuova spedizione chiamata Greenpeace Too, ma la distanza da coprire era troppa e il tempo a disposizione poco, il test venne portato a termine ugualmente il 6 novembre.Era fatta :la prima grande azione della futura Greenpeace si era compiuta e si scatenarono molte proteste tra Canada e USA tanto da rendere nota pubblicamente la volontà di non effettuare ulteriori test, da quella volta Amchitka è una riserva naturale per uccelli.
La drammatica svolta:
Nel 1985 viene affondata la "Rainbow Warrior", un vecchio peschereccio che Greenpeace aveva acquistato con l'aiuto del WWF e che prende il nome da quella antica profezia indiana.(foto)
La "Rainbow Warrior" aveva da poco concluso l'"Operazione Exodus" sull'atollo di Rongelap, nel Pacifico: l'isola di Rongelap era stata infatti colpita dalle radiazioni dei test nucleari condotti dagli americani tra il 1948 e il 1956 e tra i suoi abitanti si riscontrava un'incidenza altissima di cancro alla tiroide, di leucemia e di malformazioni fetali. Su richiesta dei rappresentanti di Rongelap al Parlamento delle Isole Marshall, Greenpeace aveva acconsentito ad evacuare l'intera popolazione dell'isola nella più salubre isola di Mejato. Una volta terminata la missione, si era diretta verso Auckland, in Nuova Zelanda, in attesa di fare rotta per Moruroa.
La "Rainbow Warrior" non arriverà mai a Moruroa. Il 10 luglio 1985, quando mancano dieci minuti alla mezzanotte, due esplosioni squarciano lo scafo della nave ormeggiata nel porto di Auckland. La "Rainbow Warrior" affonda e Fernando Pereira, un fotografo di Greenpeace, rimane ucciso. Le esplosioni sono chiaramente il frutto di un atto di sabotaggio e l'attenzione cade subito sui servizi segreti francesi. L'inchiesta ufficiale non attribuisce responsabilità dirette al Governo di Parigi, ma due mesi dopo il sabotaggio il Ministro della Difesa Charles Hernu si dimette.
Questo evento, seppure tragico, ha dimostrato il ruolo sempre più importante di Greenpeace e del movimento ambientalista a livello internazionale.
Con circa tre milioni di sostenitori in tutto il mondo, Greenpeace è uno dei più grandi movimenti ambientalisti del mondo. Greenpeace si ispira ai principi della nonviolenza; è indipendente da qualsiasi partito politico; non accetta aiuti economici né da governi né da società private e si finanzia esclusivamente con il contributo di singoli individui che ne condividono gli ideali e la missione.
fonti:Greenpeace,Wikipedia
Greenpeace è fermamente convinta che se la gente ha terra, fiumi e laghi puliti ha più possibilità di nutrirsi senza dipendere da altri paesi e ci sono meno probabilità che scoppino conflitti o guerre.
Greenpeace è indipendente e non accetta fondi da enti pubblici, aziende o partiti politici.
Greenpeace è un'organizzazione non governativa ambientalista e pacifista fondata a Vancouver nel 1971.
È famosa per la sua azione diretta e non violenta per la difesa del clima, delle balene, dai test nucleari e dell'ambiente in generale. Negli ultimi anni l'attività dell'organizzazione si è rivolta ad altre questioni ambientali come il riscaldamento globale, l'ingegneria genetica e la pesca a strascico.
Il 15 settembre 1971, ancora prima che apparisse il nome Greenpeace, una vecchia barca da pesca (la Phyllis Cormack) salpa da Vancouver (costa occidentale del Canada) con a bordo dodici volontari. Tra loro c'erano Jim Bohlen, Irving Stowe, Paul Cote e tra i giornalisti c'erano Robert Hunter del "Vancouver Sun", Ben Metcalfe della Canadian Broadcasting Corporation e Bob Cummings del "Georgia Strait".Lo scopo era di impedire l'esplosione di una bomba nucleare ad Amchitka (un'isola nel oceano pacifico settentrionale vicino alla costa dell'Alaska) perché lo scoppio poteva danneggiare una zona naturale protetta (ultimo rifugio per 3000 lontre di mare in pericolo e casa per aquile di mare testabianca e falchi pellegrini) provocando un terremoto e un maremoto. Il rischio era alto e i volontari speravano di impedire l'esperimento per il fatto di essere fisicamente presenti sul posto con una imbarcazione. A bordo c'erano anche dei giornalisti per poter documentare il viaggio. Il gruppo di protesta si faceva chiamare Comitato "Non create l'onda", ma durante il primo viaggio l'imbarcazione fu ribattezzata Greenpeace. L'imbarcazione fu intercettata dalla guardia costiera nei pressi dell'isola di Akutan con motivazioni legate a formalità doganali e, anche a causa delle continue cattive condizioni meteorologiche, sfibrati i volontari decisero di abbandonare l'impresa. Con grande stupore scoprirono di essere sulle prime pagine di tutti i giornali con supporto da parte di molte persone. Nel viaggio di ritorno l'equipaggio incontrò un gruppo di indiani Kwatkiutl che rivelò una profezia secondo cui dei Guerrieri dell'arcobaleno avrebbero salvato il mondo prima che fosse troppo tardi e li dichiararono fratelli di sangue. Grazie all'inaspettato supporto della gente (economico e di volontari) si riuscì a progettare una nuova spedizione chiamata Greenpeace Too, ma la distanza da coprire era troppa e il tempo a disposizione poco, il test venne portato a termine ugualmente il 6 novembre.Era fatta :la prima grande azione della futura Greenpeace si era compiuta e si scatenarono molte proteste tra Canada e USA tanto da rendere nota pubblicamente la volontà di non effettuare ulteriori test, da quella volta Amchitka è una riserva naturale per uccelli.La drammatica svolta:
Nel 1985 viene affondata la "Rainbow Warrior", un vecchio peschereccio che Greenpeace aveva acquistato con l'aiuto del WWF e che prende il nome da quella antica profezia indiana.(foto)
La "Rainbow Warrior" aveva da poco concluso l'"Operazione Exodus" sull'atollo di Rongelap, nel Pacifico: l'isola di Rongelap era stata infatti colpita dalle radiazioni dei test nucleari condotti dagli americani tra il 1948 e il 1956 e tra i suoi abitanti si riscontrava un'incidenza altissima di cancro alla tiroide, di leucemia e di malformazioni fetali. Su richiesta dei rappresentanti di Rongelap al Parlamento delle Isole Marshall, Greenpeace aveva acconsentito ad evacuare l'intera popolazione dell'isola nella più salubre isola di Mejato. Una volta terminata la missione, si era diretta verso Auckland, in Nuova Zelanda, in attesa di fare rotta per Moruroa.
La "Rainbow Warrior" non arriverà mai a Moruroa. Il 10 luglio 1985, quando mancano dieci minuti alla mezzanotte, due esplosioni squarciano lo scafo della nave ormeggiata nel porto di Auckland. La "Rainbow Warrior" affonda e Fernando Pereira, un fotografo di Greenpeace, rimane ucciso. Le esplosioni sono chiaramente il frutto di un atto di sabotaggio e l'attenzione cade subito sui servizi segreti francesi. L'inchiesta ufficiale non attribuisce responsabilità dirette al Governo di Parigi, ma due mesi dopo il sabotaggio il Ministro della Difesa Charles Hernu si dimette.
Questo evento, seppure tragico, ha dimostrato il ruolo sempre più importante di Greenpeace e del movimento ambientalista a livello internazionale.
Con circa tre milioni di sostenitori in tutto il mondo, Greenpeace è uno dei più grandi movimenti ambientalisti del mondo. Greenpeace si ispira ai principi della nonviolenza; è indipendente da qualsiasi partito politico; non accetta aiuti economici né da governi né da società private e si finanzia esclusivamente con il contributo di singoli individui che ne condividono gli ideali e la missione.
fonti:Greenpeace,Wikipedia
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giovedì 15 ottobre 2009
Henry David Thoreau
Henry David Thoreau è uno dei padri della nonviolenza e della disobbedienza civile.
Nacque nel 1817 a
Concord, Massachusetts, dove morì nel
1862. I suoi interessi spaziavano dalla
letteratura greca e romana alla filosofia
orientale ed alla botanica. Il suo amore per
la natura lo portò a vivere in completa
solitudine dal 1845 al 1847 un capanno
che egli stesso aveva costruito presso il
piccolo lago di Walden. Da questa
esperienza di vita semplice ed a stretto
contatto con la natura nacque il suo libro
più famoso Walden o vita nei boschi.
Thoreau è considerato un pioniere della
pratica della disobbedienza civile nell’età
contemporanea: la sua azione di protesta attraverso la noncollaborazione
ispirò i movimenti di emancipazione guidati da Gandhi e da Luther King.
Egli, infatti, si rifiutò di pagare le tasse governative allo Stato che tollerava
lo schiavismo e stava per intraprendere l’occupazione armata del Messico,
intessendo così una politica di espansione imperialistica. In seguito a tale
rifiuto Thoreau fu arrestato e scarcerato dopo una notte grazie alla
cauzione pagata, contro il suo parere, da una sua parente. La sua azione
antischiavista continuò ancora negli anni successivi quando prese ad
aiutare gli schiavi del Sud che scappavano verso gli Stati del Nord (dove
non c’era lo schiavismo), soprattutto dopo l’approvazione nel 1850 della
Fuggitive Slave Law che obbligava gli ufficiali del Nord a “restituire” gli
schiavi catturati, fuggiti dal Sud.
Thoreau spiegò i motivi della propria scelta di non pagare le tasse in una
lezione tenuta al Concord Lyceum e pubblicata postuma. Questo breve
scritto, conosciuto con il titolo di Civil Disobedience è considerato una
specie di manifesto della disobbedienza civile, della quale spiega forme,
motivi, finalità.
L’argomentazione di Thoreau parte dal presupposto che il governo in sé,
come istituto, è solo un “espediente” con il quale il popolo esprime la
propria volontà; ma diventa inutile quando prescinde da quest’ultima: “il
miglior governo è quello che governa meno” sono le parole con cui si apre
la lezione, in esplicita polemica con una concezione paternalista dello
stato. Tuttavia quel che Thoreau pretendeva non era l’abolizione del
governo, ma la realizzazione di un governo migliore, dotato di una
maggior elasticità rispetto alle esigenze dei suoi cittadini. In quest’ottica le
leggi emanate dal governo hanno un valore relativo e comunque inferiore a
quanto la coscienza individuale detta a ciascuno; perciò un uomo che
davvero sia tale, secondo Thoreau, preferisce seguire i propri ideali anche
a rischio di trasgredire la legge, piuttosto che sostenere leggi in cui non
crede o che ritiene sbagliate; se il cittadino deve seguire la legge affidando
a questa obbedienza la propria coscienza, allora la coscienza stessa diventa
inutile. Il solo obbligo al quale ogni cittadino debba sentirsi vincolato in
maniera assoluta è fare ciò che ritiene essere giusto; ma se davvero non è
possibile contribuire all’adempimento del bene, è un dovere che perlomeno
non si collabori nel fare il male; questo il motivo della sua scelta non
collaborazionista: “ciò che devo fare è accertarmi, in ogni caso, che non mi
sto prestando al male che condanno”.
Probabilmente Thoreau doveva essere animato da un profondo ottimismo
che lo portava a credere che la coscienza di ognuno non potesse suggerire
che cose giuste. Questa convinzione, legata alla scarsa considerazione
della legittimità delle decisioni prese democraticamente, perché approvate
dalla maggioranza, può suonare pericolosa per un sistema democratico,
soprattutto considerando che Thoreau non fa risiedere nel maggior numero
di sostenitori la giustezza della legge, ma al contrario egli considera il
potere della maggioranza come una derivazione del potere fisico del più
forte, e reputa ingiusta una società in cui solo la maggioranza ha il diritto
di governare. Egli scrive che è impotente la minoranza che tenta di
adeguarsi alla maggioranza, perdendo così la propria identità; egli
disdegna, infatti, i metodi di protesta basati su petizioni e raccolta di firme,
in quanto implicitamente legittimano un cambiamento solo se accolto
positivamente dalla maggioranza e non sulla sua effettiva giustezza. La
convinzione di fondo che sostiene tutto il discorso – e l’azione – di
Thoreau è che l’individuo sia la base fondamentale dello Stato. Il governo
di una nazione non è qualcosa di estraneo al cittadino, che ha invece un
potere superiore a quello dello Stato, ma è un istituto che deve consentire
ai cittadini di poter convivere pacificamente e nel modo loro più
congeniale. Una Nazione è l’insieme di persone dotate di coscienza e senso
morale; che per Thoreau non vanno persi quando il discorso si estende dal
singolo alla collettività. L’azione noncollaborazionista di Thoreau offre
spunti di riflessione sul rapporto che il cittadino debba avere con la propria
coscienza e con la legge: a chi dare priorità? Senza dubbio, per Thoreau
alla coscienza: “non può esistere un governo nel quale non siano le
maggioranze a stabilire, virtualmente, il giusto e l’ingiusto, bensì la
coscienza? Nel quale le maggioranze decidano soltanto le questioni alle
quali sia possibile applicare la regola dell’opportunità? Deve il cittadino –
anche se solo per un momento, o in minima parte – affidare sempre la
propria coscienza al legislatore? Perché allora ogni uomo ha una
coscienza?”. Un credo di questo genere lascia naturalmente delle zone di
ombra suscettibili di critiche visto che la valutazione di cosa possa essere
giusto o sbagliato, morale o immorale è sempre molto personale; tutto
questo discorso potrebbe condurre a soluzioni libertarie e, proponendo di
prendere iniziative concrete per affermare le proprie convinzioni, mettendo
in discussione i comuni presupposti della democrazia – il potere della
maggioranza – avrebbe l’apparenza di incitare alla rivolta. Sebbene una
rivoluzione del modo di intendere il vivere civile sia effettivamente
auspicata da Thoreau, la sua azione di disobbedienza civile è caratterizzata
dal fatto che non un solo riferimento è volto all’uso di strumenti violenti,
ma, al contrario, vi è un’espressione precisa con la quale egli definisce e
chiarisce il proprio metodo di lotta: rivoluzione pacifica. È proprio la
sconfessione della violenza che, rendendo Thoreau un precursore delle
tecniche di lotta nonviolenta - anche piuttosto precoce se si tiene conto del
tempo in cui operò - ha “consacrato” alla fama del Ventesimo secolo Civil
Disobedience come una sorta di manifesto della disobbedienza civile e
della protesta nonviolenta, la cui lezione etica, come si è accennato, fu
recepita e messa in pratica da personaggi del calibro di Gandhi e di Martin
Luther King. La resistenza passiva ad imposizioni ingiuste è il solo modo
civile per gestire il rapporto tra governanti e governati: l’enorme
potenzialità della disobbedienza civile sta non in una comune forza d’urto
che, per quanto intensa, comporta violenza e quindi ingiustizia, ma nella
capacità di bloccare un intero meccanismo con un semplice atto di rifiuto
radicato alle convinzioni cui tende la coscienza. Scrive Thoreau: “quando
il suddito si è rifiutato di obbedire e l’ufficiale ha rassegnato le proprie
dimissioni dall’incarico, allora la rivoluzione è compiuta”.
fonte:palabre.altervista.org.
l'articolo è di: Annarita Gentile
Nacque nel 1817 a
Concord, Massachusetts, dove morì nel
1862. I suoi interessi spaziavano dalla
letteratura greca e romana alla filosofia
orientale ed alla botanica. Il suo amore per
la natura lo portò a vivere in completa
solitudine dal 1845 al 1847 un capanno
che egli stesso aveva costruito presso il
piccolo lago di Walden. Da questa
esperienza di vita semplice ed a stretto
contatto con la natura nacque il suo libro
più famoso Walden o vita nei boschi.
Thoreau è considerato un pioniere della
pratica della disobbedienza civile nell’età
contemporanea: la sua azione di protesta attraverso la noncollaborazione
ispirò i movimenti di emancipazione guidati da Gandhi e da Luther King.
Egli, infatti, si rifiutò di pagare le tasse governative allo Stato che tollerava
lo schiavismo e stava per intraprendere l’occupazione armata del Messico,
intessendo così una politica di espansione imperialistica. In seguito a tale
rifiuto Thoreau fu arrestato e scarcerato dopo una notte grazie alla
cauzione pagata, contro il suo parere, da una sua parente. La sua azione
antischiavista continuò ancora negli anni successivi quando prese ad
aiutare gli schiavi del Sud che scappavano verso gli Stati del Nord (dove
non c’era lo schiavismo), soprattutto dopo l’approvazione nel 1850 della
Fuggitive Slave Law che obbligava gli ufficiali del Nord a “restituire” gli
schiavi catturati, fuggiti dal Sud.
Thoreau spiegò i motivi della propria scelta di non pagare le tasse in una
lezione tenuta al Concord Lyceum e pubblicata postuma. Questo breve
scritto, conosciuto con il titolo di Civil Disobedience è considerato una
specie di manifesto della disobbedienza civile, della quale spiega forme,
motivi, finalità.
L’argomentazione di Thoreau parte dal presupposto che il governo in sé,
come istituto, è solo un “espediente” con il quale il popolo esprime la
propria volontà; ma diventa inutile quando prescinde da quest’ultima: “il
miglior governo è quello che governa meno” sono le parole con cui si apre
la lezione, in esplicita polemica con una concezione paternalista dello
stato. Tuttavia quel che Thoreau pretendeva non era l’abolizione del
governo, ma la realizzazione di un governo migliore, dotato di una
maggior elasticità rispetto alle esigenze dei suoi cittadini. In quest’ottica le
leggi emanate dal governo hanno un valore relativo e comunque inferiore a
quanto la coscienza individuale detta a ciascuno; perciò un uomo che
davvero sia tale, secondo Thoreau, preferisce seguire i propri ideali anche
a rischio di trasgredire la legge, piuttosto che sostenere leggi in cui non
crede o che ritiene sbagliate; se il cittadino deve seguire la legge affidando
a questa obbedienza la propria coscienza, allora la coscienza stessa diventa
inutile. Il solo obbligo al quale ogni cittadino debba sentirsi vincolato in
maniera assoluta è fare ciò che ritiene essere giusto; ma se davvero non è
possibile contribuire all’adempimento del bene, è un dovere che perlomeno
non si collabori nel fare il male; questo il motivo della sua scelta non
collaborazionista: “ciò che devo fare è accertarmi, in ogni caso, che non mi
sto prestando al male che condanno”.
Probabilmente Thoreau doveva essere animato da un profondo ottimismo
che lo portava a credere che la coscienza di ognuno non potesse suggerire
che cose giuste. Questa convinzione, legata alla scarsa considerazione
della legittimità delle decisioni prese democraticamente, perché approvate
dalla maggioranza, può suonare pericolosa per un sistema democratico,
soprattutto considerando che Thoreau non fa risiedere nel maggior numero
di sostenitori la giustezza della legge, ma al contrario egli considera il
potere della maggioranza come una derivazione del potere fisico del più
forte, e reputa ingiusta una società in cui solo la maggioranza ha il diritto
di governare. Egli scrive che è impotente la minoranza che tenta di
adeguarsi alla maggioranza, perdendo così la propria identità; egli
disdegna, infatti, i metodi di protesta basati su petizioni e raccolta di firme,
in quanto implicitamente legittimano un cambiamento solo se accolto
positivamente dalla maggioranza e non sulla sua effettiva giustezza. La
convinzione di fondo che sostiene tutto il discorso – e l’azione – di
Thoreau è che l’individuo sia la base fondamentale dello Stato. Il governo
di una nazione non è qualcosa di estraneo al cittadino, che ha invece un
potere superiore a quello dello Stato, ma è un istituto che deve consentire
ai cittadini di poter convivere pacificamente e nel modo loro più
congeniale. Una Nazione è l’insieme di persone dotate di coscienza e senso
morale; che per Thoreau non vanno persi quando il discorso si estende dal
singolo alla collettività. L’azione noncollaborazionista di Thoreau offre
spunti di riflessione sul rapporto che il cittadino debba avere con la propria
coscienza e con la legge: a chi dare priorità? Senza dubbio, per Thoreau
alla coscienza: “non può esistere un governo nel quale non siano le
maggioranze a stabilire, virtualmente, il giusto e l’ingiusto, bensì la
coscienza? Nel quale le maggioranze decidano soltanto le questioni alle
quali sia possibile applicare la regola dell’opportunità? Deve il cittadino –
anche se solo per un momento, o in minima parte – affidare sempre la
propria coscienza al legislatore? Perché allora ogni uomo ha una
coscienza?”. Un credo di questo genere lascia naturalmente delle zone di
ombra suscettibili di critiche visto che la valutazione di cosa possa essere
giusto o sbagliato, morale o immorale è sempre molto personale; tutto
questo discorso potrebbe condurre a soluzioni libertarie e, proponendo di
prendere iniziative concrete per affermare le proprie convinzioni, mettendo
in discussione i comuni presupposti della democrazia – il potere della
maggioranza – avrebbe l’apparenza di incitare alla rivolta. Sebbene una
rivoluzione del modo di intendere il vivere civile sia effettivamente
auspicata da Thoreau, la sua azione di disobbedienza civile è caratterizzata
dal fatto che non un solo riferimento è volto all’uso di strumenti violenti,
ma, al contrario, vi è un’espressione precisa con la quale egli definisce e
chiarisce il proprio metodo di lotta: rivoluzione pacifica. È proprio la
sconfessione della violenza che, rendendo Thoreau un precursore delle
tecniche di lotta nonviolenta - anche piuttosto precoce se si tiene conto del
tempo in cui operò - ha “consacrato” alla fama del Ventesimo secolo Civil
Disobedience come una sorta di manifesto della disobbedienza civile e
della protesta nonviolenta, la cui lezione etica, come si è accennato, fu
recepita e messa in pratica da personaggi del calibro di Gandhi e di Martin
Luther King. La resistenza passiva ad imposizioni ingiuste è il solo modo
civile per gestire il rapporto tra governanti e governati: l’enorme
potenzialità della disobbedienza civile sta non in una comune forza d’urto
che, per quanto intensa, comporta violenza e quindi ingiustizia, ma nella
capacità di bloccare un intero meccanismo con un semplice atto di rifiuto
radicato alle convinzioni cui tende la coscienza. Scrive Thoreau: “quando
il suddito si è rifiutato di obbedire e l’ufficiale ha rassegnato le proprie
dimissioni dall’incarico, allora la rivoluzione è compiuta”.
fonte:palabre.altervista.org.
l'articolo è di: Annarita Gentile
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