venerdì 30 aprile 2010

La nuova mappa dell’Europa secondo l’Economist

Le persone che a causa di qualche vicino fastidioso non sono contente del loro quartiere, possono sempre traslocare. Le nazioni non possono fare altrettanto. Ma immaginiamo che sia possibile. La mappa dell’Europa sarebbe completamente diversa e tutti vivremmo molto più tranquilli, sostiene l’Economist.
La Gran Bretagna, che dopo le elezioni del 6 maggio dovrà affrontare il problema dei suoi difficili conti pubblici, si sposterebbe più a sud, vicino alle isole Azzorre, a ovest della Francia e della Spagna, che hanno gli stessi problemi.
Il suo posto sarebbe preso dalla Polonia, che storicamente ha sofferto troppo a causa della sua collocazione tra Russia e Germania, e sarebbe finalmente isolata e protetta.
Di conseguenza la Germania si troverebbe a confinare con l’Ucraina, e Berlino dovrebbe prendere molto più sul serio il processo d’integrazione europea. La Repubblica Ceca, a maggioranza protestante, si troverebbe molto meglio vicino ai Paesi Bassi, quindi dovrebbe scambiare la sua posizione con il Belgio.
Nei Balcani ci sarebbe un vero e proprio smottamento, mentre Estonia, Lettonia e Lituania si sposterebbero a fianco della Polonia (dove prima c’era la Gran Bretagna), contente di essere più lontane dalla Russia e più vicine agli Stati Uniti.
Ce n’è anche per l’Italia: Slovenia e Croazia potrebbero fare un’alleanza con l’Italia del nord, che si staccherebbe dal resto della penisola da Roma in giù. Qui rinascerebbe il Regno delle due sicilie: il “Bordello”.
fonte:Internazionale

mercoledì 28 aprile 2010

quello che succede in thailandia

articolo originale diMong Palatino · tradotto da Davide Galati
La repressione ai danni delle “camicie rosse” attuata dai militari ha visto un’inasprirsi di violenza con l’uccisione di più di 20 persone e il ferimento di quasi 900. I maggiori scontri hanno avuto luogo in una strada affollata di Bangkok, fatto che ha consentito a passanti e turisti di documentare le violenze.
Militari e manifestanti si accusano a vicenda di aver usato proiettili e bombe a mano. Non sapremo mai chi sta dicendo la verità, ma i video sotto riportati ci permettono di assistere ad alcuni degli episodi più violenti dello scorso sabato.
Sul blog Vaitor, un turista colpito al braccio mentre documentava gli scontri, scrive:

Al momento mi è rimasto illeso solo un braccio - ovvero una mano, per scrivere – che è veramente un problema, ma qui ci sono alcune foto e video che ho ripreso oggi nei pesanti scontri tra manifestanti e polizia! Purtroppo sono stato colpito e ho il braccio destro rotto…
È stata diffusa una lista parziale delle persone uccise a Bangkok. I manifestanti hanno percorso le strade di Bangkok esibendo alcuni dei cadaveri come prova di fedeltà al proprio impegno per ottenere le dimissioni del Primo Ministro.

FACT – Freedom Against Censorship Thailand condanna tutte le principali forze politiche per la violenza scatenatasi sabato scorso:

Siete tutti da biasimare. La violenza non ha mai risolto i problemi di una società e le differenze di opinione.
Piangiamo i “rossi” caduti. Piangiamo i poliziotti e i soldati caduti. Piangiamo i passanti innocenti colpiti nel fuoco incrociato. Il loro sangue è stato versato invano. Soltanto se davvero volessimo la libertà e la democrazia il sangue tailandese significherebbe qualcosa. Ma se disponiamo solo di elezioni per scegliere un altro gruppetto di ricchi e facoltosi dinosauri, e ciò significa Pheu Thai [partito legato all'ex premier deposto Thaksin Shinawatra], le cose non cambieranno mai nella nostra amata Tailandia.

I soldati hanno semplicemente obbedito agli ordini ricevuti. Non hanno fatto fuoco su quanti avevano il comando, né hanno mirato ai politici.
I portavoce del governo ora dicono che non sono stati sparati proiettili contro i manifestanti. L'alto numero di morti e feriti, tra cui almeno due giornalisti stranieri, dimostra che sono dei bugiardi!

Jotman ritiene che le “camicie rosse” potrebbero ottenere un numero ancora maggiore di sostenitori dalle province:
La causa delle “camicie rosse” è stata consacrata nel sangue. Il movimento ora ha i suoi martiri. È verosimile che le “camicie rosse” si armeranno meglio in preparazione di qualsiasi futuro confronto di piazza. Un maggior numero di sostenitori del movimento rurale di opposizione, vista la crudele brutalità dimostrata dalle forze governative verso chi aveva raggiunto la capitale tailandese dalle campagne, disgustati dalle smentite di Bangkok, è destinato unirsi al conflitto. Le tensioni all'interno delle forze armate tailandesi potrebbero portare a fratture cruciali.
Saksith Saiyasombut ritiene che le “camicie rosse” non siano più semplicemente sostenitori del deposto primo ministro Thaksin Shinawatra, perchè ora il movimento rappresenta un'ampia coalizione di forze che vogliono rovesciare il sistema elitario di governo:
Il fatto trascurato da molti è che il movimento delle “camicie rosse” è ormai più che una semplice claque di Thaksin, e non solo uno strumento a disposizione di chiunque per rovesciare l'attuale governo. Si tratta di un’autentica e inevitabile forza della politica tailandese con richieste legittime, con una solida coscienza politica che sta ossessionando le élite politiche e i burocrati che non hanno saputo riconoscere il segno dei tempi. I problemi non possono essere ricondotti soltanto a Thaksin (mentre lui stesso sta cercando di promuoversi come il faro della libertà e della democrazia, quando non c'è dubbio che non lo sia) - è un fallimento collettivo!
fonte:Global Voices

giovedì 22 aprile 2010

google contro la censura

L’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma che “ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione; questo diritto include la libertà di sostenere opinioni senza condizionamenti e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo ai confini”. Scritto nel 1948, questo principio è oggi perfettamente applicabile ad Internet – uno dei più importanti strumenti per la libertà di espressione nel mondo. Tuttavia il controllo esercitato dai Governi sulla rete sta crescendo rapidamente: dal blocco completo al filtraggio dei siti, ai provvedimenti giudiziari che limitano l’accesso ad alcune informazioni, fino alle misure legislative che obbligano le aziende a controllare i propri contenuti.

Non è quindi una sorpresa il fatto che Google, come altre aziende del settore tecnologico e delle telecomunicazioni, riceva regolarmente dalle autorità governative richieste di rimozione di contenuti dai propri servizi. Naturalmente molte di queste richieste sono assolutamente legittime, come quelle mirate alla rimozione di materiale pedopornografico. Riceviamo inoltre regolarmente, da parte delle Autorità competenti, richieste relative ai dati personali degli utenti. Anche in questo caso, la stragrande maggioranza di queste richieste è fondata e queste informazioni sono necessarie per il legittimo svolgimento di inchieste giudiziarie. Tuttavia, i dati relativi a queste attività non sono stati finora resi disponibili su larga scala. Crediamo che una maggiore trasparenza porterà a ridurre i rischi di censura.
Per questo lanciamo oggi il Government Requests tool, che permette di fornire a tutti le informazioni relative alle richieste di rimozione di contenuti o di dati personali degli utenti che riceviamo dalle autorità governative di tutto il mondo. Per questo lancio, stiamo utilizzando dati relativi al periodo Luglio-Dicembre 2009, e prevediamo per il futuro di aggiornarli con cadenza semestrale. Leggete questo post per sapere di più sui nostri principi riguardanti la libertà di espressione e i contenuti controversi sulla rete.
Stiamo già cercando di agire con la maggiore trasparenza legalmente possibile per quanto riguarda le richieste dei Governi. Quando possibile, informiamo gli utenti sulle richieste che potrebbero riguardarli direttamente. Se rimuoviamo un contenuto nei risultati delle ricerche, lo segnaliamo apertamente agli utenti. Le cifre che oggi condividiamo portano questa trasparenza un passo più avanti e riflettono il numero totale di richieste ricevute, suddivise per giurisdizione. Inoltre, condividiamo la quantità di richieste di rimozione di contenuti alle quali non ci conformiamo, e sebbene non ci risulti al momento possibile fornire maggiori dettagli utili sulla nostra osservanza di richieste relative ai dati degli utenti, è nostra volontà farlo in futuro.
Nel più ampio contesto del nostro impegno nei confronti della Global Network Initiative, abbiamo già sottoscritto i principi e le prassi che governano la privacy e la libera espressione. Nello spirito di tali principi, ci auguriamo che questo nostro strumento aiuti a far luce sulla vastità e la portata delle richieste di rimozione di contenuti e di trasferimento dati che ci pervengono dai Governi di tutto il mondo. Speriamo inoltre che tale strumento rappresenti solo il primo passo verso una maggiore trasparenza di tutte le aziende del settore tecnologico e delle telecomunicazioni per quanto riguarda queste attività.
Scritto da: David Drummond, Senior Vice-President, Corporate Development and Chief Legal Officer
fonte:il blog di Google

martedì 20 aprile 2010

nuovo sondaggio

Ispirandomi alla frase "E' meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature"di sandro pertini,grande presidente della repubblica,ho fatto un sondaggio.
Voi cosa ne pensate?

lunedì 19 aprile 2010

joe glenton

L’inglese Joe Glenton, il primo militare in Europa ad essersi pubblicamente rifiutato di continuare a combattere in Afghanistan è stato condannato a nove mesi di carcere e rinchiuso in una prigione militare. È la conclusione della campagna condotta da Glenton dopo aver lasciato il suo posto nell’esercito.Joe Glenton, che si era arruolato volontariamente convinto di partecipare ad una missione pacifica, era rimasto traumatizzato dalle violenze contro i civili e dall’uccisione di vari commilitoni. I medici, durante una licenza, gli avevano diagnosticato il Ptsd, Disturbo da stress post traumatico, ma i superiori gli avevano imposto ugualmente di tornare in Afghanistan. E allora lui non si era più presentato, mettendo in atto la cosidetta “licenza senza permesso”: scelta sempre più diffusa fra i militari inglesi, fatta da ben 2 mila soldati nel solo 2009. In sé la scelta non è un reato vero e proprio, e l’esercito è disposto a chiudere un occhio, a patto che chi la fa se ne stia zitto. Glenton invece aveva parlato ai giornali e alla tv e partecipato da protagonista alle manifestazioni pacifiste. Quando era stato arrestato per diserzione, reato che prevede 10 anni di pena, la madre Sue e la moglie Claire avevano preso il suo posto, portando in giro la protesta contro la guerra in tutta Europa. La condanna di Joe Glenton ha fatto rumore in Inghilterra, dove più del 70 per cento, secondo i sondaggi più recenti, chiede il ritiro dei propri soldati dall’Afganistan. È scesa in campo fra l’altro la Marcia delle madri, di cui Sue e Claire fanno parte (payday@paydaynet.org), una rete di donne che in vari paesi, dall’India al Messico agli Stati Uniti, si batte contro la guerra e in difesa dei propri figli, mariti e fratelli.(Articolo di Chiara Valentini-L’Espresso)

domenica 18 aprile 2010

il federalismo di Carlo Levi

Un omaggio a Carlo Levi e alle sue idee,sempre attuali...
...Si usa dire che il grande nemico è
il latifondo, il grande proprietario; e certamente, là dove il latifondo esiste,
esso è tutt'altro che una istituzione benefica. Ma se il grande proprietario,
che sta a, Napoli, a Roma, o a Palermo, è un nemico dei contadini, non è
tuttavia il maggiore né il più gravoso. Egli almeno è lontano, e non pesa
quotidianamente sulla vita di tutti. Il vero nemico, quello che impedisce
ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini, è la piccola
borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente:
incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e
della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non
sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema
meridionale.
Questo problema, nel suo triplice aspetto, preesisteva al fascismo; ma il
fascismo, pure non parlandone più, e negandolo, l'ha portato alla sua
massima acutezza, perché con lui lo statalismo piccolo-borghese è arrivato
alla più completa affermazione. Noi non possiamo oggi prevedere quali
forme politiche si preparino per il futuro: ma in un paese di piccola
borghesia come l'Italia, e nel quale le ideologie piccolo-borghesi sono
andate contagiando anche le classi popolari cittadine, purtroppo è
probabile che le nuove istituzioni che seguiranno al fascismo, per
evoluzione lenta o per opera di violenza, e anche le più estreme e
apparentemente rivoluzionarie fra esse, saranno riportate a riaffermare, in
modi diversi, quelle ideologie; ricreeranno uno Stato altrettanto, e forse
più, lontano dalla vita, idolatrico e astratto, perpetueranno e peggioreranno,
sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l'eterno fascismo italiano. Senza una
rivoluzione contadina, non avremo mai una vera rivoluzione italiana, e
viceversa. Le due cose si identificano. Il problema meridionale non si
risolve dentro lo Stato attuale, né dentro quelli che, senza contraddirlo
radicalmente, lo seguiranno. Si risolverà soltanto fuori di essi, se sapremo
creare una nuova idea politica e una nuova forma di Stato, che sia anche lo
Stato dei contadini; che li liberi dalla loro forzata anarchia e dalla loro
necessaria indifferenza. Né si può risolvere con le sole forze del
mezzogiorno: ché in questo caso avremmo una guerra civile, un nuovo
atroce brigantaggio, che finirebbe, al solito, con la sconfitta contadina, e il
disastro generale; ma soltanto con l'opera di tutta l'Italia, e il suo radicale
rinnovamento. Bisogna che noi ci rendiamo capaci di pensare e di creare
un nuovo Stato, che non può più essere né quello fascista, né quello
liberale, né quello comunista, forme tutte diverse e sostanzialmente
identiche della stessa religione statale. Dobbiamo ripensare ai fondamenti
stessi dell'idea di Stato: al concetto d'individuo che ne è la base; e, al
tradizionale concetto giuridico e astratto di individuo, dobbiamo sostituire
un nuovo concetto, che esprima la realtà vivente, che abolisca la
invalicabile trascendenza di individuo e di Stato. L'individuo non è una
entità chiusa, ma un rapporto, il luogo di tutti i rapporti. Questo concetto di
relazione, fuori della quale l'individuo non esiste, è lo stesso che definisce
lo Stato. Individuo e Stato coincidono nella loro essenza, e devono arrivare
a coincidere nella pratica quotidiana, per esistere entrambi. Questo
capovolgimento della politica, che va inconsapevolmente maturando, è
implicito nella civiltà contadina, ed è l'unica strada che ci permetterà di
uscire dal giro vizioso di fascismo e antifascismo. Questa strada si chiama
autonomia. Lo Stato non può essere che l'insieme di infinite autonomie,
una organica federazione. Per i contadini, la cellula dello Stato, quella sola
per cui essi potranno partecipare alla molteplice vita collettiva, non può
essere che il comune rurale autonomo. È questa la sola forma statale che
possa avviare a soluzione contemporanea i tre aspetti interdipendenti del
problema meridionale; che possa permettere la coesistenza di due diverse
civiltà, senza che l'una opprima l'altra, né l'altra gravi sull'una; che
consenta, nei limiti del possibile, le condizioni migliori per liberarsi dalla
miseria; e che infine, attraverso l'abolizione di ogni potere e funzione sia
dei grandi proprietari che della piccola borghesia locale, consenta al
popolo contadino di vivere, per sé e per tutti. Ma l'autonomia del comune
rurale non potrà esistere senza l'autonomia delle fabbriche, delle scuole,
delle città, di tutte le forme della vita sociale...
tratto da "Cristo si è fermato ad Eboli" dello scrittore Carlo Levi scritto tra il dicembre del 1943 e il luglio del 1944 a Firenze e pubblicato da Einaudi nel 1945.

mercoledì 14 aprile 2010

discorso finale de "Il grande dittatore"

Mi dispiace, ma io non voglio fare l'Imperatore: non è il mio mestiere; non voglio governare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l'un l'altro. In questo mondo c'è posto per tutti. La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L'avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell'odio, ci ha condotti a passo d'oca fra le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell'abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l'avidità ci ha resi duri e cattivi; pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto. L'aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti; la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà nell'uomo, reclama la fratellanza universale, l'unione dell'umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente. A coloro che mi odono, io dico: non disperate! L'avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l'amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L'odio degli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo e, qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa. Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie. Non vi consegnate a questa gente senza un'anima, uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini!
Voi avete l'amore dell'umanità nel cuore, voi non odiate, coloro che odiano sono quelli che non hanno l'amore altrui. Soldati! Non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate nel Vangelo di S. Luca è scritto: "Il Regno di Dio è nel cuore dell'uomo". Non di un solo uomo o di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini. Voi! Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera; di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore! Che dia a tutti gli uomini lavoro; ai giovani un futuro; ai vecchi la sicurezza. Promettendovi queste cose dei bruti sono andati al potere, mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse, e mai lo faranno! I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo. Allora combattiamo per mantenere quelle promesse! Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere; eliminando l'avidità, l'odio e l'intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole. Un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati, nel nome della democrazia, siate tutti uniti!
Hannah, puoi sentirmi? Dovunque tu sia, abbi fiducia. Guarda in alto, Hannah! Le nuvole si diradano: comincia a splendere il Sole. Prima o poi usciremo dall'oscurità, verso la luce e vivremo in un mondo nuovo. Un mondo più buono in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio, della loro brutalità. Guarda in alto, Hannah! L'animo umano troverà le sue ali, e finalmente comincerà a volare, a volare sull'arcobaleno verso la luce della speranza, verso il futuro. Il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tutti noi. Guarda in alto Hannah, lassù.

Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo
Oscar Wilde.

Il grande dittatore, film del 1940 diretto e interpretato da Charlie Chaplin.
fonte:wikipedia

domenica 11 aprile 2010

acqua privata o pubblica?

Sono assolutamente contrario alla privatizzazione dell'acqua...
Era il 17 Novembre dell’anno scorso quando lo Stato italiano "creava" la legge che nell’articolo 23 bis sancisce definitivamente il passaggio al settore privato della gestione dei servizi al
cittadino, gestione che fino a quel momento era stata ufficialmente pubblica (si fa per dire, come vedremo in seguito). Fra i servizi interessati uno dei più discussi è quello della distribuzione dell’acqua.
La decisione a livello politico appare in pieno accordo con la tendenza generale europea (salvo qualche raro esempio al contrario). La motivazione ufficiale di questa transizione è che la gestione dell’acqua è estremamente onerosa e gli stati (in questo caso quelli europei) non sono più in grado di far fronte alla spesa. Che il passaggio a una gestione privata risolva il problema è però tutt’altro che scontato.
Andiamo per ordine.Con la privatizzazione è cambiato qualcosa? Innanzitutto c’è da sfatare la
convinzione che prima di novembre dell’anno scorso l’acqua fosse universalmente (nel nostro paese)gestita in maniera pubblica. In moltissimi comuni italiani infatti era già in mani sostanzialmente private. Qual è il trucco? Di fatto molti acquedotti (per fare gli esempi più celebri quello romano e quello pugliese) negli ultimi anni sono stati trasformati in S.p.A., e quello romano è stato addirittura quotato in borsa. Pur rimanendo (per legge) a maggioranza pubblica, molti acquedotti italiani sono per forza dovuti entrare nella logica del profitto.
Tutto ciò ha creato situazioni paradossali, come il caso paradigmatico dell’area romana. “Quando c’è stato il passaggio ad ACEA (l’S.p.A. che gestisce l’acquedotto a Roma e nei più di cento comuni li intorno) i sindaci sono stati colti alla sprovvista, vuoi per ignoranza o per poca presenza di spirito, e hanno firmato un accordo per cui ogni comune si accontentava di avere una sola azione a testa,” spiega Astrid Lima del Comitato Velletri Acqua Pubblica.”Questo significa che ogni comune controlla solo lo 0,0000003% della società e anche mettendosi tutti insieme non superano il 2%.”
In parole semplici questo significa che i comuni dell’aera romana non hanno nessuna voce in capitolo per quel che riguarda la gestione dell’acqua. Il comune di Roma invece controlla circa 36 milioni di azioni (il 51%). “Il disequilibrio è evidente,” continua Lima. Come se non bastasse ACEA negli anni ha dimostrato ben poca trasparenza e collaborazione “Basti pensare che i risultati delle analisi delle acque, che dovrebbero essere pubbliche, non sono disponibili e questo semplicemente perché, trattandosi di una società per azioni, vige il segreto industriale”. E l’area dei comuni romani è particolarmente sensibile (essendo di natura vulcanica, presenta alti livelli di arsenico nelle falde acquifere), per cui conoscere i valori chimici delle acque nella zona è vitale per la salute dei cittadini.
Anche i presupposti vantaggi per l’utenza stentano ad arrivare. “A Velletri abbiamo sempre pagato l’acqua carissima, ma con l’entrata di ACEA (ufficialmente nel 2006) avremmo dovuto essere adeguati alla tariffa della capitale – che corrisponde a circa un terzo della nostra tariffa. Questo è scritto in un documento ufficiale che stabiliva che le nuove tariffe sarebbero dovute entrare in vigore dal 2007. Dopo una battaglia interminabile siamo riusciti ad avere l’adeguamento quest’anno, ma non c’è stato ancora alcun rimborso per i due anni precedenti, e temo che sarà molto difficile ottenerlo.”
Anche l’acquedotto pugliese ha subito la stessa sorte di quello romano e nel 1999 con un decreto
legislativo è stato trasformato in una S.p.A. “Come si legge nei dati del rapporto Co.VI.RI., la
commissione nazionale di vigilanza sulla risorsa idrica, del 2008 (che si riferiscono al triennio 2004-2006) l’investimento è stato talmente ridotto (circa il 10% di quello che era stato previsto), che è riuscito a deprimere il dato nazionale” come ci spiega Margherita Ciervo ricercatrice presso il dipartimento di Scienze Geografiche e merceologiche dell’Università di Bari e autrice del libro Geopolitica dell’acqua. “E le tariffe sono aumentate.”
Ma se tante sono le voci contrarie, perché molti ritengono che l’acqua debba essere gestita dal
privato? Perché in fondo, come dice lo stesso testo del decreto Ronchi non garantire “concorrenza, libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi” al fine di ottenere, proprio attraverso il meccanismo della concorrenza, un servizio migliore?“L’acqua non è un bene uguale agli altri, l’acqua è fondamentale per la vita,” spiega Paolo Carsetti, Segretario del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. “Cosa succede se un ente privato
non riesce più a sostenere i costi (ingenti) richiesti da questi impianti? Le condizioni dei
lavoratori del servizio idrico peggiorano poiché i primi tagli vengono fatti proprio a scapito di coloro che quotidianamente garantiscono che dai nostri rubinetti fuoriesca acqua di buona qualità.Di conseguenza la qualità del servizio erogato ne risente nel suo complesso e gli sprechi di acqua aumentano – visto che le reti continuano ad essere dei colabrodo.”
E poi, cosa succede se un cittadino non è più in grado di pagare la bolletta? Gli si chiude l’acqua in casa? L’acqua potabile è uno dei diritti inalienabili dell’uomo, e ciascun essere umano ha diritto a una vita dignitosa. Se l’acqua diventa merce però finisce per sottostare alle regole del mercato, e chi non può pagare non se la potrà permettere.
La questione è delicata: in questi tempi di crisi gli stati non ce la fanno più e la tendenza
generalizzata in Europa è quella di privatizzare. Carsetti è scettico: “Privatizzare non è la
soluzione, come dimostrano casi come quelli dell’Ato 5 (Provincia di Frosinone) e Ato 4 (Provincia di Latina) del Lazio. E infatti stiamo assistendo ad alcune sorprendenti inversioni di tendenza come quella parigina: dopo venticinque anni di gestione privata, la capitale francese è tornata al pubblico.”
fonte

venerdì 9 aprile 2010

umberto nobile

Possiedo e ho letto molte volte , Disastro al Polo. La tragica spedizione di Nobile al Polo Nord di Wilbur Cross.Penso che in Italia non si sia mai valorizzato abbastanza questo grande italiano:
il mio personale omaggio a Umberto Nobile:
(Lauro, 21 gennaio 1885 – Roma, 30 luglio 1978) è stato un ingegnere ed esploratore italiano.
Fu uno dei pionieri e delle personalità più elevate della storia dell'aeronautica italiana; divenne famoso al grande pubblico per aver pilotato l'aeroplano che eseguì il primo avvistamento del Polo Nord e, soprattutto, per le sue due trasvolate in dirigibile del Polo.
Nel 1911 vince un concorso ed è ammesso a frequentare, a Roma, un corso di costruzioni aeronautiche, presso il battaglione del genio militare, dal quale nascerà in seguito l'aeronautica militare italiana.
Nel 1915, durante la Prima guerra mondiale viene assegnato, pur non avendo obblighi militari, allo stabilimento militare di costruzioni ed esperienze aeronautiche. In questi stabilimenti nel 1916 progetterà un nuovo dirigibile per l'esplorazione del mare, denominato O. Nel 1919 viene nominato direttore dello stabilimento in cui presta servizio; questa carica verrà conservata fino al 1927, periodo nel quale perfezionerà la progettazione dei dirigibili semirigidi per eliminarne i gravi difetti.
Nell'estate del 1922, Nobile si recherà negli Stati Uniti, chiamato a collaborare alla costruzione di un'aeronave militare. Tornato in Italia, nel 1923 realizzerà il dirigibile N1, modello impiegato anni dopo nella prima trasvolata al Polo Nord. Lo stesso anno viene nominato tenente colonnello del Genio aeronautico. Nel 1925 continua la consulenza all'estero per la costruzione di nuovi modelli di dirigibili. In quest'anno stabilisce i primi contatti con l'esploratore norvegese Roald Amundsen.
Nobile ritornò al Polo Nord come comandante del dirigibile Italia. Questa nuova spedizione, dal carattere marcatamente scientifico, ebbe inizio il 15 aprile 1928, da Milano. Alla spedizione partecipò anche, con funzioni di supporto, un gruppo di alpini al comando del capitano Gennaro Sora, che avrebbe poi preso parte alle operazioni di soccorso conseguenti il disastro del dirigibile Italia.
Dopo aver attraversato le Alpi, l'Austria, la Cecoslovacchia, la Germania e la Svezia l'Italia raggiunse Kingsbay, base norvegese nelle isole Svalbard. Dopo aver effettuato un primo viaggio di esplorazione a oriente delle Svalbard l'Italia partì per il Polo Nord il 23 maggio 1928. L'ambito limite geografico fu raggiunto alle 00:24 del 24 maggio 1928; dalla verticale del punto furono lanciate una croce benedetta da Pio XI e una bandiera dell'Italia. Il dirigibile non poté effettuare un atterraggio come previsto a causa delle avverse condizioni climatiche e dopo due ore sopra il polo iniziò il viaggio di ritorno.
Mentre aveva compiuto quasi tutto il tragitto e mentre spiccavano già all'orizzonte le montagne delle isole Svalbard, l'Italia finì con uno schianto sul ghiaccio durante una violenta tempesta. Dieci uomini (Nobile, Zappi, Mariano, Viglieri, Biagi, Behounek, Malmgren, Cecioni, Trojani, Pomella morto nell'impatto) e Titina, la cagnetta del Generale, vennero sbalzati dall'urto sul ghiaccio mentre il dirigibile riprendeva quota portando con sé gli altri membri dell'equipaggio destinati a scomparire per sempre (Pontremoli, Arduino, Ciocca, Lago, Alessandrini e Caratti).
I superstiti, fortunatamente, si trovarono circondati di materiali caduti con l'impatto o gettati eroicamente da Arduino dall'aeronave tra i quali cibo, una radio e la famosa Tenda Rossa (in realtà di color argento, colorata di rosso con dell'anilina, sostanza usata per le rilevazioni altimetriche) entro la quale si adattarono a vivere per sette settimane.
Dall'incidente scaturì la prima spedizione internazionale di soccorso polare e un mese dopo Nobile venne portato in salvo con un piccolo aereo svedese comandato dal tenente svedese Lundborg. Nobile non voleva essere salvato per primo poiché Cecioni aveva una gamba fratturata ma il pilota svedese su precisi ordini fu irremovibile nell'ordinare al generale di essere salvato per primo. Quando il pilota ritornò a prendere gli altri, precipitò egli stesso rimanendo a sua volta imprigionato tra i ghiacci. In totale perirono sette persone dell'equipaggio dell'Italia; lo stesso Amundsen morì, scomparendo per sempre, mentre volava su quelle gelide isole per prendere parte alle ricerche dei dispersi.
Mentre tutte le forze internazionali di soccorso si erano mobilitate per salvare i superstiti, la sola nazione che rimase inerte fu proprio l'Italia. La nave appoggio Città di Milano comandata dal capitano Romagna rimase alla fonda nella Baia del Re su precisi ordini di Roma. Una volta che Nobile vi salì a bordo vi rimase da prigioniero, impossibilitato a fornire utili indicazioni per il salvataggio mentre la stampa su pressione del movimento fascista lo tacciava di vigliaccheria (Nobile non aveva mai espresso il proprio entusiasmo politico verso il regime). Solo il 12 luglio 1928 il rompighiaccio russo Krasin raggiunse i superstiti e li trasse in salvo.
Nobile fu accusato di aver abbandonato i suoi uomini e fu costretto a dimettersi da tutte le cariche. Invano, come lo stesso esploratore raccontò anni dopo in una intervista televisiva nell'ambito della trasmissione realizzata dal giornalista Gianni Bisiach, si rivolse direttamente a Benito Mussolini perché la verità storica fosse ristabilita. Nobile aveva in Italo Balbo, ministro della Regia Aeronautica ed ardente fascista un grande nemico che, si suppone, tramò al fine di imporre la propria visione di un'aeronautica priva degli obsoleti e costosi dirigibili. Di fatto, il governo fascista dell'epoca lo abbandonò al suo destino e solo dopo la fine della Seconda guerra mondiale il giudizio della commissione d'inchiesta fu sovvertito e Nobile venne riabilitato e promosso al grado di generale.
Amareggiato dall'atteggiamento italiano nei suoi confronti Nobile abbandonò l'Italia nel 1931 per trasferirsi in Unione Sovietica e successivamente negli Stati Uniti dove le sue preziose capacità di progettista vennero ampiamente utilizzate (soprattutto dai sovietici per il progetto di dirigibile URSS W6 OSOAVIAKHIM). Rientrò in Italia solo nel 1943. Dal 1946 al 1948 fu deputato dell'Assemblea Costituente come indipendente ma all'interno del gruppo dell'allora Partito Comunista Italiano.
Umberto Nobile si occupò, oltre che della progettazione di dirigibili, anche di numerose altre questioni aeronautiche: ideò, nel 1918, il primo paracadute italiano, e nel 1922 promosse, con l'ingegnere Gianni Caproni, la costruzione del primo aeroplano metallico in Italia, il Ca 73. Fu autore di numerosissimi scritti tecnici oltre che di diverse memorie storiche riguardo le due trasvolate polari.
Nel periodo in cui fu direttore dello Stabilimento militare di Costruzioni Aeronautiche di Roma sviluppò il progetto dello sfortunato dirigibile Roma destinato al servizio aereo dell'esercito degli Stati Uniti.
La storia della tragica spedizione è raccontata in alcuni libri scritti dallo stesso Nobile. Nel 1969 da essi è stato tratto il film La tenda rossa con Sean Connery nei panni di Amundsen e Peter Finch in quelli di Nobile.
Una nuova struttura scientifica italiana, la Amundsen-Nobile Climate Change Tower installata a Ny-Ålesund, porta il suo nome, affiancato a quello di Roald Amundsen.
la biografia l'ho tratta da wikipedia

mercoledì 7 aprile 2010

cinema:i 100 migliori film americani di tutti i tempi

L'AFI's 100 Years... 100 Movies è la prima delle liste delle AFI 100 Years... series, stilate annualmente dall'American Film Institute dal 1998, centesimo anniversario del primo film americano.
La lista comprende i 100 migliori film statunitensi di sempre, determinati da un sondaggio indetto tra più di 1.500 personalità dell'industria cinematografica (dirigenti delle case di produzione, registi, sceneggiatori, tecnici, attori, critici), Sono stati presi in considerazione oltre 400 lungometraggi a soggetto prodotti fra il 1915 (La nascita di una nazione) ed il 1996 (Fargo).
La lista del 1998
1.Quarto potere (Citizen Kane), regia di Orson Welles (1941)
2.Casablanca (Casablanca), regia di Michael Curtiz (1942)
3.Il padrino (The Godfather), regia di Francis Ford Coppola (1972)
4.Via col vento (Gone with the Wind), regia di Victor Fleming (1939)
5.Lawrence d'Arabia (Lawrence of Arabia), regia di David Lean (1962)
6.Il mago di Oz (The Wizard of Oz), regia di Victor Fleming (1939)
7.Il laureato (The Graduate), regia di Mike Nichols (1967)
8.Fronte del porto (On the Waterfront), regia di Elia Kazan (1954)
9.Schindler's List (Schindler's List), regia di Steven Spielberg (1993)
10.Cantando sotto la pioggia (Singin' in the Rain), regia di Stanley Donen e Gene Kelly (1952)
11.La vita è meravigliosa (It's a Wonderful Life), regia di Frank Capra (1946)
12.Viale del tramonto (Sunset Boulevard), regia di Billy Wilder (1950)
13.Il ponte sul fiume Kwai (The Bridge on the River Kwai), regia di David Lean (1957)
14.A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot), regia di Billy Wilder (1959)
15.Guerre Stellari (Star Wars), regia di George Lucas (1977)
16.Eva contro Eva (All About Eve), regia di Joseph L. Mankiewicz (1950)
17.La Regina d'Africa (The African Queen), regia di John Huston (1951)
18.Psyco (Psycho), regia di Alfred Hitchcock (1960)
19.Chinatown (Chinatown), regia di Roman Polański (1974)
20.Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo's Nest), regia di Miloš Forman (1975)
21.Furore (The Grapes of Wrath), regia di John Ford (1940)
22.2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey), regia di Stanley Kubrick (1968)
23.Il mistero del falco (The Maltese Falcon), regia di John Huston (1941)
24.Toro scatenato (Raging Bull), regia di Martin Scorsese (1980)
25.E.T. l'extra-terrestre (E.T. the Extra-Terrestrial), regia di Steven Spielberg (1982)
26.Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb), regia di Stanley Kubrick (1964)
27.Gangster Story (Bonnie and Clyde), regia di Arthur Penn (1967)
28.Apocalypse Now (Apocalypse Now), regia di Francis Ford Coppola (1979)
29.Mr. Smith va a Washington (Mr. Smith Goes to Washington), regia di Frank Capra (1939)
30.Il tesoro della Sierra Madre (The Treasure of the Sierra Madre), regia di John Huston (1948)
31.Io e Annie (Annie Hall), regia di Woody Allen (1977)
32.Il padrino - Parte II (The Godfather: Part II), regia di Francis Ford Coppola (1974)
33.Mezzogiorno di fuoco (High Noon), regia di Fred Zinnemann (1952)
34.Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird), regia di Robert Mulligan (1962)
35.Accadde una notte (It Happened One Night), regia di Frank Capra (1934)
36.Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy), regia di John Schlesinger (1969)
37.I migliori anni della nostra vita (The Best Years of Our Lives), regia di William Wyler (1946)
38.La fiamma del peccato (Double Indemnity), regia di Billy Wilder (1944)
39.Il dottor Zivago (Doctor Zhivago), regia di David Lean (1965)
40.Intrigo internazionale (North by Northwest), regia di Alfred Hitchcock (1959)
41.West Side Story (West Side Story), regia di Jerome Robbins e Robert Wise (1961)
42.La finestra sul cortile (Rear Window), regia di Alfred Hitchcock (1954)
43.King Kong (King Kong), regia di Merian C. Cooper (1933)
44.La nascita di una nazione (The Birth of a Nation), regia di D. W. Griffith (1915)
45.Un tram che si chiama Desiderio (A Streetcar Named Desire), regia di Elia Kazan (1951)
46.Arancia meccanica (A Clockwork Orange), regia di Stanley Kubrick (1971)
47.Taxi Driver (Taxi Driver), regia di Martin Scorsese (1976)
48.Lo squalo (Jaws), regia di Steven Spielberg (1975)
49.Biancaneve e i sette nani (Snow White and the Seven Dwarfs), regia di William Cottrell (1937)
50.Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid), regia di George Roy Hill (1969)
51.Scandalo a Filadelfia (The Philadelphia Story), regia di George Cukor (1940)
52.Da qui all'eternità (From Here to Eternity), regia di Fred Zinnemann (1953)
53.Amadeus (Amadeus), regia di Miloš Forman (1984)
54.All'ovest niente di nuovo (All Quiet on the Western Front), regia di Lewis Milestone (1930)
55.Tutti insieme appassionatamente (The Sound of Music), regia di Robert Wise (1965)
56.M*A*S*H (M*A*S*H), regia di Robert Altman (1970)
57.Il terzo uomo (The Third Man), regia di Carol Reed (1949)
58.Fantasia (Fantasia), regia di James Algar, Samuel Armstrong, Ford Beebe, Norman Ferguson, Jim Handley, T. Hee, Wilfred Jackson, Hamilton Luske, Bill Roberts e Paul Satterfield (1940)
59.Gioventù bruciata (Rebel Without a Cause), regia di Nicholas Ray (1955)
60.I predatori dell'Arca perduta (Raiders of the Lost Ark), regia di Steven Spielberg (1981)
61.La donna che visse due volte (Vertigo), regia di Alfred Hitchcock (1958)
62.Tootsie (Tootsie), regia di Sydney Pollack (1982)
63.Ombre rosse (Stagecoach), regia di John Ford (1939)
64.Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind), regia di Steven Spielberg (1977)
65.Il silenzio degli innocenti (Silence of the Lambs), regia di Jonathan Demme (1991)
66.Quinto potere (Network), regia di Sidney Lumet (1976)
67.Va' e uccidi (The Manchurian Candidate), regia di John Frankenheimer (1962)
68.Un americano a Parigi (An American in Paris), regia di Vincente Minnelli (1951)
69.Il cavaliere della Valle Solitaria (Shane), regia di George Stevens (1953)
70.Il braccio violento della legge (The French Connection), regia di William Friedkin (1971)
71.Forrest Gump (Forrest Gump), regia di Robert Zemeckis (1994)
72.Ben-Hur (Ben Hur), regia di William Wyler (1959)
73.Cime tempestose (Wuthering Heights), regia di William Wyler (1939)
74.La febbre dell'oro (The gold rush), regia di Charlie Chaplin (1925)
75.Balla coi lupi (Dances with wolwes), regia di Kevin Costner (1990)
76.Luci della città (City lights), regia di Charlie Chaplin (1931)
77.American Graffiti (American Graffiti), regia di George Lucas (1973)
78.Rocky (Rocky), regia di John G. Avildsen (1976)
79.Il cacciatore (The deer hunter), regia di Michael Cimino (1978)
80.Il mucchio selvaggio (The wild bunch), regia di Sam Peckinpah (1969)
81.Tempi moderni (Modern times), regia di Charlie Chaplin (1936)
82.Il gigante (The giant), regia di George Stevens (1956)
83.Platoon (Platoon), regia di Oliver Stone (1986)
84.Fargo (Fargo), regia di Joel Coen, Ethan Coen (1996)
85.La guerra lampo dei Fratelli Marx (Duck soup), regia di Leo McCarey (1933)
86.Gli ammutinati del Bounty (Mutiny on the Bounty), regia di Frank Lloyd (1935)
87.Frankenstein (Frankenstein), regia di James Whale (1931)
88.Easy Rider (Easy Rider), regia di Dennis Hopper (1969)
89.Patton, generale d'acciaio (Patton), regia di Franklin J. Schaffner (1970)
90.Il cantante di jazz (The jazz singer), regia di Alan Crosland (1927)
91.My Fair Lady (My Fair Lady), regia di George Cukor (1964)
92.Un posto al sole (A Place in the Sun), regia di George Stevens (1951)
93.L'appartamento (The apartment), regia di Billy Wilder (1960)
94.Quei bravi ragazzi (Goodfellas), regia di Martin Scorsese (1990)
95.Pulp Fiction (Pulp Fiction), regia di Quentin Tarantino (1994)
96.Sentieri selvaggi (The searchers), regia di John Ford (1956)
97.Susanna (Bringing up Baby), regia di Howard Hawks (1938)
98.Gli spietati (Unforgiven), regia di Clint Eastwood (1992)
99.Indovina chi viene a cena (Guess Who's Coming to Dinner), regia di Stanley Kramer (1967)
100.Ribalta di gloria (Yankee Doodle Dandy), regia di Michael Curtiz (1942)

Per poter essere selezionati i film dovevano rispettare i seguenti criteri:
Formato di lungometraggio - avere una durata di almeno 40 minuti (60 minuti, per la lista aggiornata del 2007),
Nazionalità - essere in lingua inglese ed avere un significativo apporto creativo o finanziario dagli Stati Uniti,
Riconoscimento critico - avere ottenuto un formale riconoscimento da parte della critica,
Premi - aver ottenuto riconoscimenti in eventi competitivi, festivals e premi assegnati dalla comunità cinematografica,
Popolarità nel tempo - aver avuto grande diffusione nelle sale cinematografiche, in home video e trasmissione sulle reti televisive
Importanza storica - aver rappresentato un momento significativo della storia del cinema, per innovazioni tecniche, narrative, visive, o altri particolari meriti,
Impatto culturale - aver lasciato il segno nella società americana.
fonte:wikipedia

venerdì 2 aprile 2010

il papa contro gli U.S.A.

L’articolo del New York Times.

Tra i tanti penosi dettagli dell’ultima ondata di scandali per gli abusi sessuali nella chiesa cattolica, uno è particolarmente emblematico. Apre una minuscola finestra sulla mentalità dei dirigenti ecclesiastici e fornisce uno scorcio illuminante su cosa non ha funzionato.

Risale al 1975, quando il reverendo Sean Brady, oggi cardinale e primate della chiesa cattolica in Irlanda, si prendeva cura di due ragazzi che erano stati molestati da un sacerdote. Brady non riferì l’accaduto alle autorità perché, ha spiegato, era convinto che la chiesa non lo avrebbe voluto. I due ragazzi, uno di 14 anni e l’altro di dieci, furono costretti a firmare un impegno a non denunciare i fatti.

È difficile che quell’impegno li abbia aiutati a superare il trauma delle violenze, e probabilmente né il cardinale né altri nella chiesa s’interessarono alle conseguenze psicologiche di quel che subirono i ragazzi. Sicuramente il silenzio non ha salvato altre vittime dalle molestie di quel sacerdote.

Ma l’impegno serviva a uno scopo e indicava una priorità: isolare la chiesa dalle interferenze e dalle condanne esterne. E riassumeva l’atteggiamento difensivo del Vaticano nei confronti del mondo laico. La sostanziale e deliberata separazione della chiesa dalla società laica – per come vede la sua missione, protegge se stessa e interpreta gli errori umani – spiega in larga misura la risposta (o la mancanza di risposta) dei dirigenti ecclesiastici allo scandalo degli abusi sessuali sui bambini.

Molto spesso la chiesa ha cercato di far rientrare i suoi uomini nei ranghi con strumenti interni, soprattutto per una paura delle persecuzioni radicata nella sua stessa genesi, alimentata dalla sua storia ed evocata dal suo simbolo supremo: la crocefissione del Cristo.

La sindrome dell’accerchiamento
I nemici della chiesa esistono, senza dubbio. E quindi esiste anche un impulso a proteggerla che può scavalcare tutto il resto e portare al decreto di Joseph Ratzinger del 2001: quando era prefetto della Congregazione vaticana per la dottrina della fede, il cardinale Ratzinger esortò i vescovi a riferire i casi di abuso direttamente al Vaticano ma non li incoraggiò a denunciarli alla polizia. Questo tipo di reazione apre la strada a nuove possibilità di commettere abusi, e agli abusi seriali.

Nel mondo laico, le molestie a un bambino sono considerate un crimine, e le scuse più sentite e sincere non bastano a evitare il carcere. Nella chiesa cattolica, invece, sono trattate come un peccato da confessare e poi, con la grazia di Dio, da perdonare. La penitenza può tranquillamente sostituire la punizione. È una delle cose belle della fede, e la furia di giornalisti e pubblici ministeri può apparire un’aggressione a questa prerogativa.

David J. O’Brien, un professore dell’università di Dayton specializzato in storia cattolica, osserva che la chiesa si è sentita così spesso sotto assedio e in contrasto con il mondo circostante che negli anni sessanta, quando sembrò ammorbidirsi con le riforme del Concilio Vaticano II , “uscì un curioso articolo che chiedeva: come faremo adesso senza nemici? Non sapremo più chi siamo perché ci siamo sempre definiti al di sopra degli altri e contro di loro”.

L’Europa, il continente che ospita il Vaticano e ha dato i natali a tutti i papi dell’era moderna, ha una lunga storia di anticlericalismo anche violento, dalla rivoluzione francese ai governi comunisti e totalitari nei primi decenni del novecento.

Negli Stati Uniti la chiesa cattolica a volte è stata considerata come una religione di minoranza per gli immigrati e la classe operaia. Quando John F. Kennedy si candidò alla presidenza, nel 1960, il fatto che fosse cattolico fu giudicato un punto debole. Per di più, come osserva il reverendo Thomas J. Reese, docente del Woodstock theological center di Washington, gli insegnamenti cattolici sull’omosessualità, la contraccezione e l’aborto, insieme all’insistenza della chiesa su un clero esclusivamente maschile, la mettono in conflitto con i valori di molti americani che, secondo certi dirigenti ecclesiastici, sono pronti a sfruttare qualunque difficoltà all’interno della chiesa per indebolirla.

Questo timore trapela nel linguaggio usato negli anni novanta dall’arcivescovo di Milwaukee, Rambert Weakland, quando cercava di convincere i funzionari del Vaticano a ridurre allo stato laicale un sacerdote che aveva abusato di decine di bambini sordomuti. In una lettera in cui difendeva la sua tesi Weakland avvertì: “Nel futuro sembra molto probabile un vero scandalo”. In una lettera successiva, espresse la speranza di “evitare un’indebita pubblicità che sarebbe negativa per la chiesa”.

Il boomerang Vaticano
Un editoriale non firmato uscito il 25 marzo 2010 sull’Osservatore Romano rivela ancora meglio la diffidenza della chiesa nei confronti dei critici laici. L’editoriale dice che Benedetto XVI ha sempre gestito i casi di abuso con “trasparenza, fermezza e severità” e accusa i mezzi d’informazione di agire con “l’evidente e ignobile intento di arrivare a colpire, a ogni costo, Benedetto XVI e i suoi più stretti collaboratori”.

Nei casi di abusi in Germania, in Irlanda, negli Stati Uniti e in altri paesi, la decisione dei funzionari della chiesa di non informare la polizia e la magistratura e di non condurre inchieste pubbliche e trasparenti non è stata dettata solo dalla volontà di proteggere i sacerdoti.

È stata motivata soprattutto dalla convinzione che dare ai laici un’arma da usare contro la chiesa avrebbe messo a rischio il suo prezioso lavoro. In parte per questo, e in parte per la sua resistenza a cedere alle aspettative laiche, il Vaticano non ha fatto quello che una grande azienda o un governo nella stessa situazione si sarebbero sentiti costretti a fare. Il cardinale Brady non è stato privato della sua carica. E nella lettera di scuse al popolo d’Irlanda, il papa non ha invocato, o specificato, misure disciplinari contro i dirigenti ecclesiastici che hanno insabbiato gli abusi.

Ma quando un’istituzione alza le barricate contro le minacce esterne, è in grado poi di affrontare le minacce interne?

Lo scandalo degli abusi sessuali sui bambini fa pensare che l’atteggiamento difensivo della chiesa possa alla fine ritorcersi conto di essa.-Frank Bruni, New York Times. (traduzione di Giuseppina Cavallo)
fonte:internazionale