martedì 27 ottobre 2009

Bhopal: il governo dell'India non ha protetto i diritti umani della sua gente



A fare i danni non ci sono solo le centrali atomiche.Il 2 dicembre 1984, qualche minuto prima della mezzanotte, circa 54 mila tonnellate di isocianato di metile (Mic), un agente chimico utilizzato nella produzione di pesticidi, e oltre 12 mila chili di reagenti chimici fuoriuscirono dallo stabilimento di pesticidi della Union Carbide (oggi Dow Chemical Company) di Bhopal, in India.


Circa mezzo milione di persone fu esposto ai gas tossici. Nel giro di pochi giorni ci furono tra le 7.000 e le 10.000 vittime e altre 15.000 persone morirono nei 20 anni successivi. La maggior parte viveva in condizioni di povertà negli insediamenti abitativi precari che circondavano la fabbrica.
Le vittime erano spesso l'unica o la principale fonte di reddito delle rispettive famiglie e molti hanno perso anche il bestiame, altra fonte di reddito fondamentale. A causa dei problemi di salute, in migliaia hanno perso il lavoro o la capacità di guadagnare denaro. In pratica, tutti quelli che sono stati colpiti dalla fuoriuscita dei gas sono stati trascinati ancora più a fondo nella povertà.

Quattro anni dopo il disastro, la Union Carbide e il governo dell'India raggiunsero un accordo extragiudiziale di risarcimento per 470 milioni di dollari. La Corte suprema indiana confermò la negoziazione tra le due parti nonostante le vittime, i movimenti della società civile e altri soggetti ne avessero denunciato l'inadeguatezza.
Nell' agosto 2008, il governo indiano si è impegnato ad affrontare alcune delle richieste della gente di Bhopal. Una delle sue principali promesse era di istituire una Commissione con pieni poteri sul disastro di Bhopal con autorità e risorse adeguate per guidare e coordinare l'azione di governo. Secondo il governo, il processo di costituzione della Commissione è stato ritardato a causa delle elezioni politiche del 2009.
Il diritto internazionale obbliga tutti gli stati a garantire che le aziende non indeboliscano o violino i diritti umani. Quando le attività imprenditoriali danneggiano i diritti umani, il governo deve indagare e garantire che esistano e vengano applicate sanzioni appropriate e provvedimenti per l'accertamento delle responsabilità. Deve anche assicurare l'accesso a rimedi efficaci per le vittime. Sotto ogni punto di vista, il governo dell'India non ha rispettato e tutelato i diritti umani della gente di Bhopal.
fonte:Amnesty International

domenica 25 ottobre 2009

energia atomica


Qualcuno sostiene che il nucleare servirà ad abbassare le bollette degli italiani. In realtà le bollette schizzeranno alle stelle. Il nucleare è una pura follia economica, a meno che qualcuno non ti regali la centrale, e lo Stato si faccia carico di gestire le scorie radioattive per secoli.
Oltre ai costi per la realizzazione degli impianti bisogna anche tener conto degli accantonamenti per lo smantellamento dei reattori, della copertura assicurativa in caso di incidenti gravi, dei costi per il riprocessamento delle scorie, per la bonifica dei siti contaminati e per la realizzazione del futuro deposito geologico di stoccaggio.
In Gran Bretagna i soli costi per la gestione delle scorie hanno prodotto un buco nei conti pubblici di 90 miliardi di euro. In Italia il costo dello smantellamento delle vecchie centrali nucleari in funzione prima del 1987 è valutato in circa 4 miliardi di euro, ma si tratta molto probabilmente di una sottostima del costo finale per lo Stato e i contribuenti. Quanto ci costerà lo smaltimento delle nuove scorie?
Con il rilancio del nucleare si permette alle aziende di fare profitti, scaricando i rischi e i costi sulle spalle dei contribuenti e delle generazioni future. E poi puntare sul nucleare ci farà mancare gli obiettivi europei al 2020 per lo sviluppo delle rinnovabili, con ulteriori sanzioni per la collettività.
Entro il 2020 le fonti rinnovabili insieme a misure di efficienza energeticasono in grado di produrre quasi 150 miliardi di kilowattora, circa tre volte l'obiettivo del governo sul nucleare, creando almeno 200 mila nuovi posti dilavoro "verdi"
La strada verso l'indipendenza energetica dell'Italia passa obbligatoriamente attraverso lo sviluppo delle rinnovabili, senza costi aggiuntivi per il Paese, senza scorie pericolose da gestire per i prossimi 100 mila anni e senza rischi per la popolazione.

fonte:greenpeace

mercoledì 21 ottobre 2009

libertà di stampa


il sito "reporter sans frontieres "ha pubblicato il rapporto annuale sulla libertà di stampa nel mondo.
Per la prima volta dal 2002, i venti Paesi europei non dominano più l'indice. Solo 15 dei 20 paesi leader sono del Vecchio Continente, rispetto ai 18 nel 2008. Undici di questi 15 paesi sono membri dell'Unione europea. Essi comprendono i prime tre, Danimarca, Finlandia e Irlanda. Un altro membro dell'UE, Bulgaria, è in calo costante dall'epoca dell'adesione nel 2007 e ora è al 68esimo (contro la 59esima nel 2008). Questa è la collocazione più bassa tra tutti i membri dell'Unione europea.
La più grande caduta nel corso di un anno tra tutti i membri dell'UE è stata quella della Slovacchia. Il Paese è crollato di 37 posizioni fino ad arrivare a quota 44. Ciò a causa principalmente dell'ingerenza del governo nelle attività dei media e l'adozione nel 2008 di una legge che impone un diritto automatico di risposta a mezzo stampa. Anche due paesi candidati all'adesione all'UE hannosperimentato cadute drammatiche. Si tratta di Croazia (78esima), scesa di 33 posti, e della Turchia (al 122esimo posto), scesa di 20 posizioni.
L'impatto della criminalità organizzata e il fatto che i giornalisti siano divenuti possibili obiettivi spiegano la caduta di entrambe Bulgaria e Italia (49esima ), Paese che ha ricevuto la classifica peggiore dell'UE tra i sei fondatori. Le pressioni del Cavaliere sui mezzi di comunicazione, una maggiore ingerenza, la violenza mafiosa contro i giornalisti che denunciano le attività della malavita e un disegno di legge che dovrebbe drasticamente ridurre la possibilità dei media di pubblicare intercettazioni telefoniche spiegano perché l'Italia è scesa per il secondo anno consecutivo. La Francia (43esimo posto) non se la cava molto meglio, cadendo di otto punti a causa delle indagini giudiziarie e di arresti di giornalisti e di incursioni su mezzi di informazione, e anche a causa di interferenze nei mezzi di comunicazione da parte di politici, tra cui il presidente Nicolas Sarkozy.
I paesi più repressivi della regione, Uzbekistan (160) e Turkmenistan (173), non si sono evoluti in modo significativo e i loro giornalisti sono ancora oggetto di censura, trattamenti arbitrari e di violenza. I colloqui cominciati con l'Unione europea e gli altri partner non sembrano avere dato frutto in termini di diritti umani e ci sono tutte le ragioni di temere che la comunità internazionale dovrà sacrificare la libertà di espressione nella corsa per la sicurezza energetica. Sia l'Uzbekistan che Turkmenistan sono ricchi di risorse naturali, compresi gli idrocarburi.La Russia (153esimo posto) è scesa di 12 posti, per la prima volta sotto la Bielorussia (151esimo posto). Le ragioni di questa caduta, tre anni dopo l'assassinio di Anna Politkovskaya, comprendono omicidi continui di giornalisti e attivisti per i diritti, che contribuiscono a informare la popolazione, e le aggressioni contro i rappresentanti dei media locali. Esse comprendono anche il ritorno con forza crescente di censura e di autocensura e il completo fallimento nella punizione dei responsabili per gli omicidi.
Indicatori mostrano un deterioramento della situazione della libertà di stampa in quasi tutte le ex repubbliche sovietiche, tranne la Georgia (81) e, in misura minore, la Bielorussia (151), il cui governo ha avviato una cauta e finora limitato miglioramento nelle sue relazioni con la stampa come parte di un rinnovato dialogo con l'UE. È difficile in questa fase prevedere se questa increspatura sulla superficie possa crescere o è destinata a sparire.
La Georgia è stata in grado di saltare di 39 posizioni, perché durante la guerra che ha combattuto non ha imposto coperture, anche se la tensione politica ha continuato ad avere un impatto sui mezzi di informazione. La sua vicina di casa a del Sud del Caucaso, l'Armenia (111esimo posto) è scesa notevolmente a causa di diversi casi di violenza fisica nei confronti di giornalisti e di tensione politica che ha continuato ad influenzare i media e la società.
Non vi è stato alcun cambiamento nella vicina Azerbaijan, dove la situazione continua ad essere davvero preoccupante. Questo era chiaro a Reporters sans frontières dai limiti imposti alla stampa durante la campagna elettorale presidenziale, nel novembre 2008, e dalla decisione della televisione nazionale e della radio di vietare alle stazioni radio straniere (BBCRadio Free Europe e Voice of America) di trasmettere sulle frequenze locali.
Il declino della libertà di stampa ha continuato in Asia centrale, soprattutto in Kirghizistan (125esimo posto) e nel vasto e ricco di risorse energetiche Kazakistan (142esimo posto) caduti entrambi di più di 15 posti. Il Kazakistan si è distinto per il numero di cause per diffamazione intentata contro giornali indipendenti e dell'opposizione e il suo ricorso alla collaudata pratica di chiedere somme colossali per danni per costringere le pubblicazioni a chiudere.
La classifica del Kazakistan, la peggiore da quando questo indice ha preso vita nel 2002 è dovuta anche a causa di intimidazioni e violenze contro i giornalisti e l'estensione ai siti web di una legge che restringe la libertà dei media tradizionali. In Kirghizistan, le preoccupazioni sono state alimentate da un aumento delle aggressioni e intimidazioni nei confronti dei giornalisti, fatto che ha portato alcuni a fuggire dal paese, da una campagna elettorale vista da un solo punto di vista e dalla pressione sulle stazioni radio straniere, che hanno bisogno di un accordo preliminare con le autorità per essere in grado di trasmettere a livello locale.La grande caduta della Turchia è dovuta a un'ondata di casi di censura, in particolare la censura dei mezzi di comunicazione che rappresentano le minoranze (soprattutto i curdi), e gli sforzi da parte dei membri degli organi di governo, le forze armate e il sistema giudiziario di a mantenere il loro controllo sulla copertura delle questioni di interesse generale.
Nella Croazia, che spera di poter aderire all'Unione europea molto presto, alcuni aspetti delle relazioni serbo-croate sono fonte di tensione e sono off-limits per i media. I giornalisti che violano il tabù sono spesso bersaglio di violenza. Gruppi di criminalità organizzata sono stati responsabili di attacchi fisici ai giornalisti.
La classifica completa la trovate qui.

martedì 20 ottobre 2009

jamendo



Ho scoperto questo sito quasi per caso e devo dire che ne sono soddisfatto:musica piacevole,da scaricare senza patemi d'animo,infatti Jamendo è una piattaforma web che raccoglie musica libera, la quale cioè può essere ascoltata e scaricata gratuitamente e legalmente, pubblicata con licenze Creative Commons o con la Licenza Arte Libera.Questa musica può essere utilizzata per il proprio blog o sito,per il proprio locale o per mettere una valida colonna sonora ai propri videomontaggi.Jamendo è sostenuto da una compagnia con sede in Lussemburgo.La musica può essere scaricata direttamente dal sito in formato MP3, oppure tramite BitTorrent in formato mp3 oppure Ogg. Il 20 giugno 2008 ha raggiunto la quota dei 10.000 album pubblicati.Il lettore di file audio per GNOME Rhythmbox permette di ascoltare musica da Jamendo.
Il sito è disponibile in sette lingue, e offre il catalogo più grande di musica Creative Commons della rete. Per gli artisti è un modo semplice ed efficace per pubblicare, condividere e promuovere la propria musica, ma anche per essere retribuiti attraverso la distribuzione di ricavi pubblicitari e diverse partnership commerciali.
Per contrattaccare la risposta graduata prevista dalla legge Hadopi «Creazione ed Internet», Jamendo ha lanciato il 12 marzo 2009 il "Ringraziamento graduato", che si divide in questo modo :




  1. Per un brano scaricato via Jamendo, l'utente riceverà una mail di ringraziamento
  2. In caso di «recidivo» , l'utente riceverà via posta una lettera di ringraziamento ma anche un «kit del complice» (stickers, materiale di promozione...)
  3. In un ultimo tempo, un mese di abbonamento del provider gli sarà rimborsato se riesce a convincere uno spazio pubblico a diventare uno spazio di cultura libera con Jamendo PRO.
L'iniziativa è stata adottata dalla stampa e dagli utenti come un modo creativo e umoristico di denunciare l'aspetto repressivo della legge.


link: jamendo


fonti:wikipedia & jamendo

lunedì 19 ottobre 2009

2012

Io non credo a tutte le teorie riguardanti alla presunta fine del mondo che avverrà nel 2012.
Quanti soldi avrà guadagnato Roberto Giacobbo  con il suo libro sulla fine del mondo nel 2012? Quanti ne guadagnerà  roland emmerich con il film omonimo? Quanti ne hanno guadagnati tutti i ciarlatani che hanno fatto propria questa idea e scritto libri, articoli, tenuto conferenze o altro?
Quanti di questi soldi andranno ai legittimi detentori del copyright, ovvero i discendenti dei Maya? Probabilmente neanche un centesimo.
Che i Maya o chi sopravvive oggi di questo antico popolo siano leggermente imbufaliti riguardo alla faccenda non c'è da stupirsene. È probabile che qualunque turista passi dalle loro parti si mostri interessato prima di tutto a chiedere di questa fantomatica apocalisse anziché fare domande serie sulle meraviglie archeologiche lasciate da questa civiltà.
Ma cos'hanno detto esattamente i Maya a proposito di questa supposta fine del mondo? Ne parla in un interessante articolo il giornalista americano Mark Stevenson su Yahoo News.
Intanto, il fatto che nel 2012 termina un ciclo del loro calendario, com'è evidente, non significa nulla; o almeno non più di quanto abbiano potuto significare le fini dei nostri millennio, primo e secondo, che comunque sono state anch'esse indicate come probabili apocalissi, nel secondo caso quantomeno apocalissi informatiche. In realtà nei documenti Maya si fa tranquillamente riferimento a date successive al 2012, inclusa un'iscrizione che fa riferimento al nostro 4772.
Il calendario Maya è diviso in periodi di 394 anni, detti Baktun, e il 21 dicembre 2012 terminerà il tredicesimo di questi periodi. Il 13 è un numero importante per i Maya, ma non c'è scritto da nessuna parte che il mondo debba finire o che debba succedere qualcosa di negativo, sostiene David Stuart, specialista in epigrafi Maya dell'università di Austin.
Del 2012 si parla in particolare nel cosiddetto "monumento sei", una pietra trovata nel Messico meridionale durante i lavori di costruzione di un'autostrada. Nella pietra, purtroppo rovinata dai lavori stessi, si fa riferimento al dio Bolon Yokte, legato a miti di guerra e di creazione. Secondo l'archeologo Guillermo Bernal l'iscrizione indicherebbe che nel 2012 Bolon Yokte scenderà dal cielo.
Un'altra teoria è quella dell'allineamento della Terra rispetto al sole e al centro della Galassia. L'astronomo Phil Plait è piuttosto chiaro sull'argomento: l'allineamento non avverrà esattamente nel 2012, e in ogni caso è evidente che non esiste nessun motivo scientifico per supporre che questo debba avere un qualche effetto sulla Terra. Lo studioso dei Maya John Major Jenkins conferma che comunque i Maya non davano alcuna importanza a questo evento astronomico.

I discendenti dei Maya che popolano la regione dello Yucatan dicono di non sapere assolutamente nulla della fine del mondo. Hanno invece problemi molto più pratici e immediati, come la siccità. In effetti, tutta l'idea di eschaton, di fine del mondo, è in realtà un concetto di origine squisitamente cristiana(ecco qua la religione nostra che ci mette lo zampino). I primi Cristiani credevano fermamente che il mondo sarebbe finito pochi decenni dopo la morte di Cristo, e da allora, sebbene questo elemento sia diventato nel tempo sempre meno importante nella religione cristiana, ha continuato a ripresentarsi periodicamente.
Anche se, questa volta, per fortuna sono davvero pochi quelli che lo prendono sul serio. Almeno, speriamo sia così.
fonte: fantascienza.com

domenica 18 ottobre 2009

Cosa fare dopo Kyoto?

Cosa fare dopo Kyoto?
di Al Gore premio nobel della pace,ex vicepresidente U.S.A.,fondatore di Current.

Noi – la specie umana – siamo giunti ad un momento
decisivo. È inaudito, e fa perfino ridere, pensare di poter
davvero compiere delle scelte in quanto specie, ma è proprio
questa la sfida che ci troviamo davanti. La nostra casa
– la Terra – è in pericolo. Non è il pianeta a correre il rischio
di essere distrutto, ma le condizioni che lo hanno reso un
luogo accogliente per gli esseri umani.
Senza renderci conto delle conseguenze delle nostre azioni,
abbiamo cominciato a riversare nel sottile involucro di
aria che circonda il nostro mondo quantità di anidride carbonica
tali da arrivare letteralmente ad alterare l’equilibrio
termico tra la Terra e il Sole. Se non ci fermeremo, e in fretta,
la temperatura media crescerà a livelli che gli esseri umani
non hanno mai sperimentato fino ad ora, mettendo fine
al propizio equilibrio climatico su cui poggia la nostra
civiltà.
Nell’ultimo secolo e mezzo, sempre più freneticamente,
abbiamo estratto dal terreno quantità sempre maggiori di
carbonio, principalmente sotto forma di petrolio e carbone,
bruciandolo al ritmo di 70 milioni di tonnellate di CO2
riversate ogni 24 ore nell’atmosfera terrestre. Le concentrazioni
di anidride carbonica, che non erano mai salite
oltre il livello di 300 parti per milione (ppm) da almeno un
milione di anni a questa parte, sono cresciute dalle 280 ppm
dell’inizio del boom del carbone fino alle 383 ppm di quest’anno.
La conseguenza diretta è che molti scienziati adesso ci
avvertono che ci stiamo avvicinando a una serie di “punti
di non ritorno”, che nel giro di 10 anni potrebbero metterci
nell’impossibilità di evitare danni irreparabili all’abitabilità
del pianeta per gli esseri umani.
Negli ultimi mesi, nuovi studi hanno dimostrato che la
calotta glaciale artica, che aiuta il pianeta a raffreddarsi, si
sta sciogliendo a ritmi quasi tre volte più veloci di quanto
previsto dai più pessimistici tra i modelli elaborati al computer.
Se non agiremo, nel giro di appena 35 anni, il ghiaccio
potrebbe arrivare a scomparire completamente nei mesi
estivi. All’altra estremità del pianeta, al Polo Sud, gli scienziati
hanno scoperto nuove prove di scioglimento della
neve in un’area dell’Antartide occidentale grande quanto
la California.
Non è una questione politica. È una questione morale,
che riguarda la sopravvivenza della civiltà umana. Non è
una questione di destra o di sinistra, è una questione di giusto
o sbagliato. Per metterla in termini semplici, è sbagliato
compromettere l’abitabilità del nostro pianeta e rovinare
il futuro di tutte le generazioni che verranno dopo di noi.
Il 21 settembre del 1987, il presidente degli Stati Uniti
Ronald Reagan disse: “Ossessionati come siamo dagli antagonismi
del momento, spesso ci dimentichiamo quante
cose uniscano tutti noi membri della razza umana. Forse ci
serve una minaccia esterna, universale, per riconoscere
questo legame comune. Ogni tanto penso che le nostre
divergenze scomparirebbero rapidamente se ci trovassimo
a fronteggiare una minaccia aliena proveniente da un altro
mondo”.
Noi – tutti noi – ci troviamo ora di fronte a una minaccia
universale, che non proviene da un altro mondo, ma che è,
cionondimeno, di portata cosmica.
Compariamo due pianeti del nostro sistema solare, la Terra
e Venere: i due corpi celesti hanno dimensioni quasi
identiche, e un quantitativo di carbonio quasi identico. La
differenza è che sulla Terra la maggioranza di questo carbonio
si trova sottoterra, depositato da varie forme di vita
nel corso degli ultimi 600 milioni di anni, mentre su Venere
la maggioranza del carbonio si trova nell’atmosfera.
Il risultato è che mentre sulla Terra la temperatura media
equivale a un gradevolissimo 15 gradi centigradi, su Venere
lo stesso parametro schizza fino a 464. Certo, Venere è
più vicina al Sole, ma la colpa non è del nostro astro: Venere
è mediamente tre volte più calda di Mercurio, che è il
pianeta più vicino al Sole in assoluto. La colpa è dell’anidride
carbonica.
Questa minaccia ci impone, come diceva Reagan, di unirci
nella consapevolezza di ciò che ci accomuna.
A questo scopo, dovremo esigere dai nostri governanti
che gli Stati Uniti sottoscrivano, nel giro dei prossimi due
anni, un trattato internazionale che tagli le emissioni inquinanti
del 90% nei Paesi sviluppati e di oltre la metà a livello
mondiale, in tempo perché la prossima generazione possa
ricevere in eredità una Terra in buona salute.
Questo trattato segnerà un nuovo sforzo. Io sono fiero
del ruolo che ho avuto durante l’amministrazione Clinton
nei negoziati per il protocollo di Kyoto, ma sono del parere
che quell’accordo sia stato demonizzato a tal punto, negli
Stati Uniti, che probabilmente non potrà mai venire ratificato,
più o meno come accadde ai tempi dell’amministrazione
Carter, nel 1979, quando il governo non riuscì a spuntare
la ratifica di un ambizioso trattato per la limitazione
degli armamenti strategici. E in ogni caso, tra breve prenderanno
il via i negoziati per arrivare a un trattato più ambizioso
sul problema dei cambiamenti climatici.
Perciò, così come il presidente Reagan cambiò nome e
modificò l’accordo Salt (ribattezzato in Start), dopo averne,
tardivamente, riconosciuto la necessità, il Presidente dovrà concentrarsi immediatamente sul
raggiungimento di un nuovo accordo, ancora più ambizioso,
per la lotta contro i cambiamenti climatici. Dobbiamo
puntare a completare questo trattato globale entro la fine
del 2009, e non aspettare fino al 2012, come previsto attualmente.
Se per l’inizio del 2009 gli Stati Uniti avranno già messo
in campo una serie di misure interne per ridurre le emissioni
di gas serra, sono sicuro che quando daremo all’industria
un traguardo da raggiungere e gli strumenti e la flessibilità
per ridurre drasticamente le emissioni di anidride
carbonica, riusciremo a completare e a ratificare in tempi
rapidi un nuovo trattato. Quella che abbiamo di fronte,
d’altronde, è un’emergenza planetaria.
Un nuovo trattato prevederà, in ogni caso, come già Kyoto,
gradi differenziati di impegno: ai Paesi saranno richiesti
sforzi di diversa entità, tenendo conto di quanto hanno
contribuito, storicamente, a creare questo problema, e
tenendo conto della loro capacità relativa di sostenere gli
oneri del cambiamento. È un precedente consolidato nel
diritto internazionale, e non esistono altri modi per procedere.
Qualcuno cercherà di distorcere questo precedente utilizzando
argomentazioni xenofobiche e nazionalistiche per
dire che ogni Paese dovrebbe essere tenuto a rispettare gli
stessi standard. Ma perché Paesi che hanno un quinto del
nostro prodotto interno lordo, Paesi che in passato non
hanno contribuito se non maniera marginalissima a creare
questa crisi, dovrebbero sopportare lo stesso sforzo degli
Stati Uniti? Siamo così spaventati da questa sfida da non
riuscire ad assumere un ruolo guida? I nostri figli hanno
diritto a pretendere da noi una maggiore responsabilità, ora
che è il loro futuro – anzi, il futuro di tutta la civiltà umana
– a essere in bilico. Meritano qualcosa di meglio di un
governo che censura i dati scientifici più attendibili e se la
prende con quegli scienziati onesti che cercano di metterci
in guardia dalla catastrofe incombente. Meritano qualcosa
di meglio di politici che se ne stanno con le mani in
mano e non fanno niente per affrontare la sfida più grande
che il genere umano abbia mai dovuto affrontare, perfino
ora che il pericolo, ormai, incombe su di noi.
Noi ci dobbiamo concentrare sulle opportunità che derivano
da questa sfida. Nuovi posti di lavoro, nuove occasioni
di profitto spunteranno fuori una volta che le grandi
aziende si saranno messe in moto con decisione per cogliere
le colossali opportunità economiche offerte da un futu-
ro di energia pulita. Ma c’è qualcosa di ancora più prezioso
da guadagnare se faremo la cosa giusta. La crisi climatica
ci offre l’occasione di sperimentare quello che poche
generazioni nel corso della storia hanno avuto il privilegio
di sperimentare: una missione generazionale, un obiettivo
morale convincente, una causa comune e l’entusiasmante
prospettiva di venire obbligati dalle circostanze a mettere
da parte le meschinità e i conflitti della politica per abbracciare
una sfida autenticamente morale e spirituale.
fonte: ECO LOGO di STEFANO APUZZO • DANILO BONATO

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giovedì 15 ottobre 2009

Henry David Thoreau

Henry David Thoreau è uno dei padri della nonviolenza e della disobbedienza civile.
Nacque nel 1817 a
Concord, Massachusetts, dove morì nel
1862. I suoi interessi spaziavano dalla
letteratura greca e romana alla filosofia
orientale ed alla botanica. Il suo amore per
la natura lo portò a vivere in completa
solitudine dal 1845 al 1847 un capanno
che egli stesso aveva costruito presso il
piccolo lago di Walden. Da questa
esperienza di vita semplice ed a stretto
contatto con la natura nacque il suo libro
più famoso Walden o vita nei boschi.
Thoreau è considerato un pioniere della
pratica della disobbedienza civile nell’età
contemporanea: la sua azione di protesta attraverso la noncollaborazione
ispirò i movimenti di emancipazione guidati da Gandhi e da Luther King.
Egli, infatti, si rifiutò di pagare le tasse governative allo Stato che tollerava
lo schiavismo e stava per intraprendere l’occupazione armata del Messico,
intessendo così una politica di espansione imperialistica. In seguito a tale
rifiuto Thoreau fu arrestato e scarcerato dopo una notte grazie alla
cauzione pagata, contro il suo parere, da una sua parente. La sua azione
antischiavista continuò ancora negli anni successivi quando prese ad
aiutare gli schiavi del Sud che scappavano verso gli Stati del Nord (dove
non c’era lo schiavismo), soprattutto dopo l’approvazione nel 1850 della
Fuggitive Slave Law che obbligava gli ufficiali del Nord a “restituire” gli
schiavi catturati, fuggiti dal Sud.
Thoreau spiegò i motivi della propria scelta di non pagare le tasse in una
lezione tenuta al Concord Lyceum e pubblicata postuma. Questo breve
scritto, conosciuto con il titolo di Civil Disobedience è considerato una
specie di manifesto della disobbedienza civile, della quale spiega forme,
motivi, finalità.
L’argomentazione di Thoreau parte dal presupposto che il governo in sé,
come istituto, è solo un “espediente” con il quale il popolo esprime la
propria volontà; ma diventa inutile quando prescinde da quest’ultima: “il
miglior governo è quello che governa meno” sono le parole con cui si apre
la lezione, in esplicita polemica con una concezione paternalista dello
stato. Tuttavia quel che Thoreau pretendeva non era l’abolizione del
governo, ma la realizzazione di un governo migliore, dotato di una
maggior elasticità rispetto alle esigenze dei suoi cittadini. In quest’ottica le
leggi emanate dal governo hanno un valore relativo e comunque inferiore a
quanto la coscienza individuale detta a ciascuno; perciò un uomo che
davvero sia tale, secondo Thoreau, preferisce seguire i propri ideali anche
a rischio di trasgredire la legge, piuttosto che sostenere leggi in cui non
crede o che ritiene sbagliate; se il cittadino deve seguire la legge affidando
a questa obbedienza la propria coscienza, allora la coscienza stessa diventa
inutile. Il solo obbligo al quale ogni cittadino debba sentirsi vincolato in
maniera assoluta è fare ciò che ritiene essere giusto; ma se davvero non è
possibile contribuire all’adempimento del bene, è un dovere che perlomeno
non si collabori nel fare il male; questo il motivo della sua scelta non
collaborazionista: “ciò che devo fare è accertarmi, in ogni caso, che non mi
sto prestando al male che condanno”.
Probabilmente Thoreau doveva essere animato da un profondo ottimismo
che lo portava a credere che la coscienza di ognuno non potesse suggerire
che cose giuste. Questa convinzione, legata alla scarsa considerazione
della legittimità delle decisioni prese democraticamente, perché approvate
dalla maggioranza, può suonare pericolosa per un sistema democratico,
soprattutto considerando che Thoreau non fa risiedere nel maggior numero
di sostenitori la giustezza della legge, ma al contrario egli considera il
potere della maggioranza come una derivazione del potere fisico del più
forte, e reputa ingiusta una società in cui solo la maggioranza ha il diritto
di governare. Egli scrive che è impotente la minoranza che tenta di
adeguarsi alla maggioranza, perdendo così la propria identità; egli
disdegna, infatti, i metodi di protesta basati su petizioni e raccolta di firme,
in quanto implicitamente legittimano un cambiamento solo se accolto
positivamente dalla maggioranza e non sulla sua effettiva giustezza. La
convinzione di fondo che sostiene tutto il discorso – e l’azione – di
Thoreau è che l’individuo sia la base fondamentale dello Stato. Il governo
di una nazione non è qualcosa di estraneo al cittadino, che ha invece un
potere superiore a quello dello Stato, ma è un istituto che deve consentire
ai cittadini di poter convivere pacificamente e nel modo loro più
congeniale. Una Nazione è l’insieme di persone dotate di coscienza e senso
morale; che per Thoreau non vanno persi quando il discorso si estende dal
singolo alla collettività. L’azione noncollaborazionista di Thoreau offre
spunti di riflessione sul rapporto che il cittadino debba avere con la propria
coscienza e con la legge: a chi dare priorità? Senza dubbio, per Thoreau
alla coscienza: “non può esistere un governo nel quale non siano le
maggioranze a stabilire, virtualmente, il giusto e l’ingiusto, bensì la
coscienza? Nel quale le maggioranze decidano soltanto le questioni alle
quali sia possibile applicare la regola dell’opportunità? Deve il cittadino –
anche se solo per un momento, o in minima parte – affidare sempre la
propria coscienza al legislatore? Perché allora ogni uomo ha una
coscienza?”. Un credo di questo genere lascia naturalmente delle zone di
ombra suscettibili di critiche visto che la valutazione di cosa possa essere
giusto o sbagliato, morale o immorale è sempre molto personale; tutto
questo discorso potrebbe condurre a soluzioni libertarie e, proponendo di
prendere iniziative concrete per affermare le proprie convinzioni, mettendo
in discussione i comuni presupposti della democrazia – il potere della
maggioranza – avrebbe l’apparenza di incitare alla rivolta. Sebbene una
rivoluzione del modo di intendere il vivere civile sia effettivamente
auspicata da Thoreau, la sua azione di disobbedienza civile è caratterizzata
dal fatto che non un solo riferimento è volto all’uso di strumenti violenti,
ma, al contrario, vi è un’espressione precisa con la quale egli definisce e
chiarisce il proprio metodo di lotta: rivoluzione pacifica. È proprio la
sconfessione della violenza che, rendendo Thoreau un precursore delle
tecniche di lotta nonviolenta - anche piuttosto precoce se si tiene conto del
tempo in cui operò - ha “consacrato” alla fama del Ventesimo secolo Civil
Disobedience come una sorta di manifesto della disobbedienza civile e
della protesta nonviolenta, la cui lezione etica, come si è accennato, fu
recepita e messa in pratica da personaggi del calibro di Gandhi e di Martin
Luther King. La resistenza passiva ad imposizioni ingiuste è il solo modo
civile per gestire il rapporto tra governanti e governati: l’enorme
potenzialità della disobbedienza civile sta non in una comune forza d’urto
che, per quanto intensa, comporta violenza e quindi ingiustizia, ma nella
capacità di bloccare un intero meccanismo con un semplice atto di rifiuto
radicato alle convinzioni cui tende la coscienza. Scrive Thoreau: “quando
il suddito si è rifiutato di obbedire e l’ufficiale ha rassegnato le proprie
dimissioni dall’incarico, allora la rivoluzione è compiuta”.
fonte:palabre.altervista.org.
l'articolo è di: Annarita Gentile

sabato 10 ottobre 2009

luna bombardata

Incredibile quello che l'umanità ha fatto a quella povera luna infatti la luna è stata bombardata. La Nasa ha fatto sapere che l'esperimento è  riuscito. Una sonda ha lanciato un "proiettile" contro un cratere lunare alla ricerca di eventuali riserve d’acqua. Ora bisognerà studiare i risultati analizzando la nuvola di detriti che si è alzata dopo l’esplosione dentro la quale gli scienziati contano di trovare resti di ghiaccio e vapore. Ovvio ipotizzare - ma è doveroso tenere i piedi per terra -  che all'orizzonte c'è ipotesi di una colonia umana fuori dall’atmosfera terrestre.A segno anche la seconda fase dell’esperimento con la sonda "pastore", che alle 7,37 (ora della Florida) è precipitata a un paio di chilometri dal punto di impatto del razzo. Il polo sud della Luna ha adesso un nuovo cratere e un pennacchio di polvere lunare che si alza di una decina di chilometri dalla superficie. La sonda ha avuto pochi minuti per misurare e registrare il contenuto del pennacchio di polvere prima dell’impatto. I dati sono stati inviati sulla Terra e verranno analizzati per verificare la presenza di acqua o ghiaccio. La sonda LCROSS (Lunar Crater Observation and Sensing Satellite), partita a giugno dalla base di Cape Canaveral, in Florida, ha lanciato il missile-bomba, un Centaur. La spettacolare missione potrebbe confermare i risultati della sonda indiana Chandrayaan-1, che ha scoperto tracce d’acqua sulla superficie lunare : la presenza di acqua è, infatti, considerata l’elemento essenziale per un eventuale ritorno dell’uomo sulla Luna, e stavolta per rimanerci, in una base spaziale stabile. Nel programma della Nasa, in attesa dell’approvazione della Casa Bianca, questa ipotesi è fissata per il 2020.
Ma non potevano fare un esperimento un pò meno invasivo?
fonte:Il Giornale.

venerdì 9 ottobre 2009

premio nobel della pace 2009


MILANO - E' Barack Obama il premio Nobel per la pace 2009. La commissione di Oslo ha deciso di assegnare il riconoscimento al presidente degli Stati Uniti, insediatosi alla Casa Bianca da meno di un anno. La motivazione è legata agli sforzi per il dialogo mostrati dal presidente nel corso dei primi mesi del suo mandato: «per il suo straordinario impegno per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli». Hanno pesato a favore della scelta gli appelli di Obama per la riduzione degli arsenali nucleari e il suo impegno per la pace globale. Primo afro-americano a rivestire la carica più alta del paese, Obama ha chiesto il disarmo nucleare e sta lavorando dall'inizio del suo mandato per riavviare le trattative di pace in Medio Oriente. Il riconoscimento di 10 milioni di corone svedesi (1,4 milioni di dollari) sarà consegnato a Oslo il 10 dicembre.

DECISIONE ALL'UNANIMITA' - La decisione è stata presa all'unanimità, ha detto il presidente della commissione norvegese per il Nobel, Thorbjoern Jagland. La commissione ha riconosciuto gli sforzi del presidente statunitense per ridurre gli arsenali nucleari e lavorare per la pace nel mondo. «Obama ha fatto molte cose» ha detto Jagland durante la conferenza stampa a Oslo, «ma è stato riconosciuto soprattutto il valore delle sue dichiarazioni e degli impegni che ha assunto nei confronti della riduzione degli armamenti, della ripresa del negoziati in Medio Oriente e la volontà degli Stati Uniti di lavorare con gli organismi internazionali». Non deve invece avere pesato il fatto che Obama ha rifiutato nei giorni scorsi di incontrare un altro past-laureate per la pace, il Dalai Lama (che lo vinse nel 1989), leader del governo tibetano in esilio, per evitare di compromettere i rapporti con la Cina in vista della prossima visita ufficiale che il capo della Casa Bianca effettuerà a Pechino.
I PRECEDENTI - Obama non è il primo inquilino (o ex inquilino) della Casa Bianca a ricevere il riconoscimento. Nel 1906 toccò infatti a Theodor Roosvelt (e l'anno successivo sarebbe stato assegnato al primo e unico italiano a conquistare questo tipo di riconoscimento, il giornalista e scrittore pacifista brianzolo Erensto Teodoro Moneta) e nel 2002 a Jimmy Carter. Nel 2007 venne invece assegnato ad Al Gore, vicepresidente ai tempi di Clinton.
I CASI ANOMALI - Attorno alle nomination per il Nobel per la pace, l'unico tra i premi in memoria dello scienziato svedese che viene assegnato a Oslo e non a Stoccolma, si scatenano spesso dubbi e polemiche. Basti pensare che in passato tra i candidati a riceverlo ci fu anche Stalin (ufficialmente per l'impegno nel far finire la seconda guerra mondiale), che però non lo vinse mai. E tra coloro che non lo ottennero mai ci fu il mahatma Gandhi.
fonte: corriere della sera

giovedì 8 ottobre 2009

Anna Politkovskaya



in onore della giornalista uccisa,ripubblico l'articolo della Repubblica.a voi i commenti

MOSCA - Assassinata a Mosca Anna Politkovskaya, giornalista russa famosa in tutto il mondo per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e gli abusi compiuti dalle truppe federali. La donna è stata trovata morta nell'atrio dell'edificio in cui viveva da una vicina. Sul luogo del delitto, la polizia ha trovato una pistola e quattro bossoli.

Nata nel 1958, la Politkovskaya aveva due figli. Scriveva per il quotidiano dell'opposizione Novaya Gazeta. Nel settembre del 2004, mentre si apprestava a recarsi a Beslan per seguire il sequestro e il massacro degli ostaggi nella scuola numero 1 del capoluogo dell'Ossezia del Nord, era rimasta vittima di un misterioso avvelenamento da lei attribuito ai servizi segreti russi. Alle vicende del conflitto ceceno si era appassionata alla fine degli anni '90, e non solo come cronista: nel dicembre del 1999 fu lei a organizzare, sotto una pioggia di bombe, l'evacuazione dell' ospizio di Grozny, mettendo in salvo 89 anziani.

Dimitri Muratov, direttore del quotidiano Novaia Gazeta, ha dichiarato che l'omicidio "sembra essere una punizione per i suoi articoli". Politkovskaia aveva fra l'altro lavorato a una rigorosa inchiesta sulla corruzione in seno al ministero della Difesa e del contingente russo in Cecenia. Nella sua lunga attività di paladina dei diritti umani nella piccola repubblica caucasica, si era fatta molti nemici, sia fra le forze russe che fra i guerriglieri.

Madre di due figli, la Politkovskaya in passato era stata arrestata e anche più volte minacciata per la sua opposizione al governo e per le sue denunce di violazioni dei diritti umani commesse in Cecenia. Nell'ottobre del 2002, durante l'assalto al teatro Dubrovka di Mosca da parte di un commando di una cinquantina di terroristi ceceni aveva tentato di fare da mediatrice, ma poi l'irruzione delle forze speciali russe aveva vanificato i suoi sforzi.

Intervistata spesso anche dagli organi di stampa italiani in qualità di preziosa fonte indipendente sulle vicende dell'ex repubblica sovietica, nel 2004 Anna Politkovskaya era stata insignita con il premio intitolato all'ex premier svedese Olaf Palme in quanto "simbolo della lunga battaglia per i diritti umani in Russia". Nel suo paese aveva vinto il "Penna d'oro", l'equivalente del Pulitzer.

Tra i tanti messaggi di dolore per la morte di Anna Politkovskaya anche quella dell'ex presidente dell'Urss Mikhail Gorbaciov che ha definito l'omicidio "un crimine grave contro il Paese, un crimine contro tutti noi, è un colpo all'intera stampa democratica e indipendente".

Con l'omicidio della cronista russa sale a 56 il numero dei giornalisti uccisi quest'anno nel mondo. Le ultime due vittime, sempre oggi, erano state due reporter tedeschi uccisi in un'imboscata nel nord dell'Afghanistan. Secondo i dati, diffusi dall'organizzazione Reporters sans frontieres, il 2006 potrebbe rivelarsi più sanguinoso persino dell'anno precedente, quello più tragico per i cronisti di tutto il mondo.

(da La repubblica del 7 ottobre 2006)

giovedì 1 ottobre 2009

nascita di una dittatura

nascita di una dittatura
da wikipedia
dopo aver visto "la minaccia" documentario su hugo chavez che va in onda su Current,ho
deciso di raccogliere alcune informazioni su questo personaggio.
La fine della concessione a RCTV
Il governo venezuelano nel 2007 non ha rinnovato la concessione delle frequenze e
l'autorizzazione a trasmettere a RCTV, il canale televisivo più antico del Venezuela
(con oltre 50 anni di trasmissione). L'emittente è stata accusata di continua
violazione della legge di responsabilità civile dei media (che limita pornografia e
violenza), di aver appoggiato il golpe del 2002, di campagna persistente mirata al
rovesciamento violento del governo e di essere finanziati da un paese straniero (e
precisamente dalla CIA). Nonostante la gravità di tali affermazioni, raccolte anche in
libri come Il codice Chavez di Eva Golinger, non è stata effettuata alcuna denuncia nei
confronti del canale o dei suoi dipendenti. Di conseguenza, l'emittente è stata in
grado di effettuare una difesa processuale del suo operato e l'autorità giudiziaria non
ha potuto verificare la fondatezza delle accuse.
La data prevista per la revoca delle frequenze era stata fissata per il 27 maggio 2007,
subito contestata e portata di fronte al Tribunale Supremo di Giustizia. Nonostante la
Corte Suprema di Giustizia non avesse ancora formulato sentenza al ricorso di RCTV, il
Presidente Hugo Chávez ufficializzò mediante decreto (11 maggio 2007) il passaggio
della concessione delle frequenze alla Televisora Venezolana Social (TEVES), la nuova
rete di servizio pubblico del Venezuela che iniziò le sue trasmissioni il 28 maggio
2007.
Il canale, in mancanza di frequenze e della propria strumentazione (ripetitori
televisivi) per trasmettere via antenna (materiale confiscato dal governo), non riuscì
a trasmettere né via cavo né via satellite fino al 20 luglio 2007 (traguardo raggiunto
dopo numerose difficoltà burocratiche).
Durante questo periodo l'emittente trasmise attraverso la rete informatica con un suo
programma, il notiziario "L'observador" tramite Youtube.
Il Presidente Chavez, nei confronti del canale RCTV, non risparmiò di commentare il
provvedimento:
« L'unica forma in cui la concessione non finisca è che domenica 27 a mezzanotte Hugo
Chavez non sia presidente del Venezuela! È l'unica forma »
« Se con questo stiamo limitando la libertà d'espressione, al contrario! Finisce la
tirannia che ha tenuto questo gruppo economico in quel canale, perché lì hanno
esercitato una vera tirannia »
Forti sono state le contestazioni contro l'oscuramento dello storico canale
venezuelano, con cortei e manifestazioni (specialmente da parte di studenti
universitari). Il clima della protesta degenerò in seguito agli scontri verificatisi
tra dimostranti e Guardia Nacional e della Polizia Metropolitana. I tafferugli sono
stati documentati da una troupe peruviana, guidata dalla giornalista Anuska Buenaluque.
La troupe peruviana riprese le immagini finché non ci fu il tentativo di sequestro
della telecamera da parte di alcuni agenti della Guardia Nacional e il successivo uso
delle armi in dotazione per le operazioni di ordine pubblico contro la giornalista e il
cameraman (entrambi lievemente feriti con proiettili di gomma).
Il reportage è stato successivamente trasmesso dal canale peruviano América Televisión
nel programma "Cu4rto poder" ("Quarto potere") e su Youtube . L'unico canale a
trasmettere i disordini e le manifestazioni a Caracas è stato un canale privato,
Globovision (violando peraltro la legge per la tutela dei minori e della responsabilità
civile dei media che limita la trasmissione di immagini violente), mentre i canali
governativi e i rimanenti di opposizione (Televen, Venevision, ecc.) hanno ignorato gli
scontri e continuato a trasmettere la normale programmazione.
Migliaia di sostenitori del governo e suoi oppositori sono scesi per le strade in
diverse occasioni. Alcune manifestazioni sono sfociate in violenti scontri tra i
differenti gruppi di manifestanti e tra questi ultimi e la polizia. Una nuova legge sul
diritto delle donne a vivere libere dalla paura della violenza ha dato speranza alle
migliaia di donne che subiscono violenza tra le mura domestiche, all'interno della
propria comunità o sul luogo di lavoro.

Dal sito amnesty international
Il presidente Hugo Chávez Frías ha assunto la carica per il suo terzo mandato a gennaio
e il Congresso gli ha conferito il potere di approvare le leggi per decreto per 18 mesi
relativamente a un'ampia gamma di materie, tra cui quelle riguardanti la pubblica
sicurezza e le riforme istituzionali. A dicembre i venezuelani hanno respinto tramite
referendum alcuni controversi cambiamenti costituzionali. Sono state espresse
preoccupazioni, anche da parte del Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla libertà
di opinione e di espressione, del Rappresentante speciale del Segretariato generale sui
difensori dei diritti umani e del Relatore Speciale sull'indipendenza dei giudici e
degli avvocati, riguardo al fatto che alcuni dei cambiamenti costituzionali proposti
avrebbero limitato i diritti umani fondamentali.
Il 31 luglio la legge che permetteva al presidente Hugo Chávez Frías di legiferare per
decreto su una vasta serie di materie, tra cui la pubblica sicurezza e le riforme
istituzionali, è decaduta e il potere legislativo è tornato pienamente nelle mani
dell'Assemblea Nazionale. Durante i 18 mesi in cui la legge è stata in vigore, il
presidente Chávez ha emanato 66 decreti riguardanti una vasta serie di argomenti.
Le autorità non sono intervenute concretamente per fermare l'escalation di violenza nel
contesto delle manifestazioni da parte di sostenitori e oppositori delle politiche del
governo. Sono stati segnalati violenti scontri tra civili, e tra civili e agenti di
polizia durante tutto l'arco dell'anno che hanno provocato decine di feriti e almeno
due morti.
Decine di manifestanti, principalmente studenti, tra cui diversi di età inferiore ai 18
anni, sono rimasti feriti o sono stati arrestati nel contesto di proteste riguardo alla
decisione da parte delle autorità di non rinnovare a maggio la licenza di Radio Caracas
Televisión (RCTV). Anche diversi poliziotti sono rimasti feriti negli scontri.
Si sono avuti disordini anche nel contesto di tensioni riguardo alle riforme
costituzionali proposte, con scontri sia tra agenti delle forze dell'ordine e
manifestanti sia tra manifestanti e civili armati.
José Luis Urbano, difensore dei diritti umani e presidente dell'Organizzazione per la
difesa del diritto all'istruzione (Pro-defensa del derecho a la educación) è rimasto
ferito da colpi d'arma da fuoco a febbraio, nella sua abitazione di Barcelona, nello
Stato settentrionale di Anzoátegui. L'attentato è apparso essere collegato alle
critiche da lui espresse pubblicamente riguardo alla qualità dell'istruzione fruibile
per i bambini poveri dello Stato e alle sue denunce di corruzione. José Luis Urbano è
stato messo sotto protezione ad aprile. Tuttavia, a fine anno nessuno era stato
assicurato alla giustizia per l'attentato da lui subito.
José Luis Urbano è stato ripetutamente minacciato a causa del suo lavoro.A maggio, il direttore di una scuola, di cui
Urbano aveva denunciato le irregolarità, lo ha minacciato, auspicando che venisse
aggredito. Sempre a maggio, egli ha ricevuto minacce di morte telefoniche. A settembre,
la polizia di Stato ha cercato di fare irruzione nella casa di sua sorella, urlando
minacce nei confronti del fratello. Si ritiene che questa fosse una ritorsione dovuta
la fatto che José Luis Urbano aveva denunciato le vessazioni ricevute da un membro di

quella stessa squadra di polizia. Nonostante sia stata sporta denuncia alle autorità

competenti per le minacce, a fine anno non era noto se fosse stata intrapresa una

qualche indagine.
Secondo il Procuratore generale, tra il 2000 e il 2007, erano state depositate presso
il suo ufficio oltre 6.000 denunce per presunte esecuzioni extragiudiziali da parte
della polizia. Degli oltre 2.000 poliziotti ritenuti coinvolti, a fine anno erano meno
di 400 quelli provvisoriamente arrestati.
A fine anno non era stata attuata alcuna delle raccomandazioni espresse dalla
Commissione nazionale per la riforma della polizia. Tra le suddette raccomandazioni vi
erano misure per migliorare l'attribuzione di responsabilità della polizia, la
formazione in materia di diritti umani e l'impiego della forza, i regolamenti e i
controlli riguardo alle armi impiegate dalle forze di sicurezza, e la legislazione per
l'integrazione dei differenti corpi di polizia.
L'impiego di armi da fuoco nelle uccisioni e in altri crimini violenti è rimasto
elevato, anche all'interno delle carceri. L'Unità scientifica per le indagini penali e
criminali, che indaga sotto la supervisione dell'Ufficio del Procuratore generale, ha
registrato 9.568 omicidi tra gennaio e settembre 2007, 852 in più rispetto al medesimo
periodo dell'anno precedente. Malgrado il fatto che le armi da fuoco siano coinvolte
nella maggior parte di queste uccisioni, non sono state intraprese iniziative per dare
attuazione alle raccomandazioni elencate nel Piano nazionale per il controllo delle
armi entrato in vigore nel 2006.
Vi sono stati diffusi attacchi a giornalisti. Sono continuate le vessazioni nei
confronti di difensori dei diritti umani. A causa delle pessime condizioni di
prigionia, ci sono stati diversi scioperi della fame negli istituti di pena del Paese.
Sono stati compiuti dei passi importanti per attuare la legge del 2007 contro la
violenza sulle donne, ma spesso è mancato l'impegno necessario da parte delle autorità
competenti. La mancanza di controlli sulla diffusione delle armi ha contribuito
all'aumento della violenza e dell'insicurezza.
Una legge sui servizi di sicurezza e di intelligence, emanata per decreto presidenziale
a maggio, è stata ritirata il mese seguente in seguito alle proteste che contestavano
diversi aspetti della legge, tra cui una disposizione che istituiva l'obbligo per i
cittadini di fornire informazioni riguardanti altri cittadini o di incorrere altrimenti
in denunce penali.
Sono stati segnalati attacchi nei confronti di giornalisti, compiuti sia dalle forze di
sicurezza che da civili. La sicurezza pubblica è rimasta un grave problema, con un gran
numero di armi di piccolo calibro in circolazione, anche all'interno del sistema
penitenziario.
A novembre si sono svolte le elezioni locali per eleggere i sindaci e i governatori.
L'applicazione di normative anticorruzione nei confronti di alcuni funzionari pubblici
ne ha di fatto impedito la candidatura. Ad agosto la Corte suprema di giustizia ha
confermato la costituzionalità di tali normative.
A dicembre, la Corte Suprema ha sentenziato che la decisione della Corte interamericana
dei diritti umani secondo cui tre giudici avrebbero dovuto essere reintegrati e
risarciti per la loro rimozione dall'incarico, era «inapplicabile». I giudici erano
stati destituiti nel 2003. Sono state espresse preoccupazioni che la decisione della
Corte Suprema potesse minare le disposizioni della Costituzione che garantiscono
l'attuazione delle sentenze emesse dagli organismi internazionali.
Nel maggio 2004, Alexandra Hidalgo fu rapita e sottoposta a trattamento inumano per 7
ore, durante le quali fu stuprata e torturata da un gruppo di uomini. Alla fine del
2008 solo due dei suoi aggressori erano stati chiamati in giudizio. Alla donna non è
stata fornita la necessaria protezione nonostante le numerose minacce anonime ricevute
e la paura di ritorsioni da parte del suo ex marito, che lei stessa aveva accusato di
essere tra i suoi aggressori. Nonostante fosse stato emesso un mandato di arresto nei
confronti dell'ex marito, a fine anno l'uomo risultava ancora in libertà.
Ad agosto alcuni attivisti per i diritti umani, che sostenevano la comunità indigena
yukpa e che erano stati coinvolti in una disputa con i proprietari terrieri locali
circa alcuni diritti di proprietà a Machiques, nello Stato di Zulia, sono stati oggetto
di vessazioni ed arresti. Un'inchiesta ufficiale è stata aperta solo dopo l'uccisione
dell'anziano padre di Sabino Romero Izarra, uno dei capi della comunità; stando alle
accuse, questi è stato picchiato a morte da un gruppo di uomini armati.
A settembre, due rappresentati dell'ONG Human Rights Watch sono stati allontanati dal
Paese in seguito al lancio di un rapporto, che criticava l'operato del governo in tema
di diritti umani.
A febbraio la Corte interamericana dei diritti umani ha ordinato alle autorità di
adottare provvedimenti al fine di proteggere i detenuti nella prigione di Rodeo, nello
Stato di Miranda. Nel corso dell'anno le gravi condizioni delle carceri hanno condotto
a una serie di scioperi della fame e altre proteste negli istituti di pena di tutto il
Paese.