martedì 23 marzo 2010

freeware e hacker

Mi trovo totalmente d'accordo con queste due osservazioni di Richard Stallman:
Il termine “free software” [il termine ‘free’ in inglese significa sia
gratuito che libero] a volte è mal interpretato: non ha niente a che
vedere col prezzo del software; si tratta di libertà. Ecco, dunque, la
definizione di software libero. Un programma è software libero per
un dato utente se:
• l’utente ha la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
• l’utente ha la libertà di modificare il programma secondo i propri
bisogni (perché questa libertà abbia qualche effetto in pratica,
è necessario avere accesso al codice sorgente del programma, poiché
apportare modifiche a un programma senza disporre del codice
sorgente è estremamente difficile);
• l’utente ha la libertà di distribuire copie del programma, gratuitamente
o dietro compenso;
• l’utente ha la libertà di distribuire versioni modificate del programma,
così che la comunità possa fruire dei miglioramenti
apportati.
Poiché “free” si riferisce alla libertà e non al prezzo, vendere copie
di un programma non contraddice il concetto di software libero. In
effetti, la libertà di vendere copie di programmi è essenziale: raccolte
di software libero vendute su CD-ROM sono importanti per
la comunità, e la loro vendita è un modo di raccogliere fondi importante
per lo sviluppo del software libero. Di conseguenza, un programma
che non può essere liberamente incluso in tali raccolte non
è software libero.
A causa dell’ambiguità del termine “free” [vale solo per l’inglese], si
è cercata a lungo un’alternativa, ma nessuno ne ha trovata una valida.
La lingua inglese ha più termini e sfumature di ogni altra, ma
non ha una parola semplice e non ambigua che significhi libero;
“unfettered” è la parola più vicina come significato [termine di tono
aulico o arcaico che significa libero da ceppi, vincoli o inibizioni].
Alternative come “liberated”, “freedom” e “open” hanno altri significati
o non sono adatte per altri motivi [rispettivamente liberato,
libertà, aperto].
L’uso del termine “hacker” per indicare qualcuno che “infrange i
sistemi di sicurezza” è una confusione creata dai mezzi di informazione.
Gli hacker si rifiutano di riconoscere questo significato, e
continuano a utilizzare il termine nel senso di “uno che ama programmare,
e a cui piace essere bravo a farlo”
dal libro "software libero pensiero libero" di Richard Stallman
La copia letterale e la distribuzione di questo testo nella sua integrità sono
permesse con qualsiasi mezzo, a condizione che sia mantenuta questa nota.

domenica 21 marzo 2010

massacro di sharpeville

Con l'espressione massacro di Sharpeville ci si riferisce a una sparatoria avvenuta in Sudafrica il 21 marzo 1960, nel periodo di massima intensità delle proteste popolari contro la politica dell'apartheid messa in atto dal National Party. Durante una manifestazione pacifica a Sharpeville, la polizia sudafricana aprì il fuoco sulla folla dei dimostranti, uccidendo 72 persone.
La manifestazione di Sharpeville era stata organizzata dal Pan Africanist Congress (PAC) per protestare contro il decreto governativo dello Urban Areas Act, informalmente chiamato pass law ("legge del lasciapassare"). Questa legge prevedeva che i cittadini sudafricani neri dovessero esibire uno speciale permesso se fossero stati fermati dalla polizia in un'area riservata ai bianchi. I lasciapassare venivano concessi solo ai neri che avevano un impiego regolare nell'area in questione.
L'African National Congress (ANC) organizzò negli anni successivi diverse manifestazioni pacifiche, inclusa quella commemorata nel Sudafrica moderno nella Giornata Nazionale della Donna. Una nuova manifestazione organizzata dall'ANC doveva svolgersi il 30 marzo. Il PAC, che era il rivale diretto dell'ANC nella guida alla lotta anti-apartheid, decise di anticipare i tempi e chiamò la popolazione a manifestare il 21 marzo.
I dimostranti (in numero compreso fra 5.000 e 7.000) si radunarono verso le 10 del mattino presso la stazione di polizia di Sharpeville, nell'odierno Gauteng; si dichiararono sprovvisti di lasciapassare e chiesero alla polizia di arrestarli. Le autorità usarono diverse forme di intimidazione per disperdere la folla, inclusi caccia militari in volo radente e lo schieramento di veicoli blindati della polizia. Alle 13:15, la polizia aprì il fuoco sulla folla. Secondo i dati ufficiali furono uccise 69 persone (inclusi 8 donne e 10 bambini) e oltre 180 furono ferite.
I motivi per cui la polizia decise di aprire il fuoco sono stati a lungo indagati. L'ufficiale in comando in seguito dichiarò che i dimostranti avevano iniziato a lanciare sassi, e che ad aprire il fuoco furono alcuni poliziotti meno esperti, senza che fosse impartito alcun ordine in merito. Un certo grado di nervosismo nelle file della polizia poteva essere dovuto al fatto che poche settimane prima alcuni poliziotti erano stati uccisi a Cato Manor. Le indagini della Truth and Reconciliation Commission stabilirono che la decisione di aprire il fuoco era stata in qualche misura deliberata e che c'era stata una grossolana violazione dei diritti umani, in quanto era stata usata una violenza eccessiva e non necessaria per fermare una folla disarmata. La polizia continuò a sparare anche mentre i dimostranti fuggivano, e molte delle vittime furono colpite alla schiena.
La notizia del massacro contribuì a creare una escalation della tensione fra i neri e il governo bianco. In risposta al diffondersi della protesta, il 30 marzo il governo dichiarò la legge marziale. Seguirono oltre 18.000 arresti.
Il 1º aprile, le Nazioni Unite condannarono ufficialmente l'operato del governo sudafricano con la Risoluzione 134. Il massacro divenne un punto di svolta nella storia sudafricana, dando inizio al progressivo isolamento internazionale del governo del National Party. Il massacro di Sharpeville fu anche uno dei motivi che convinsero il Commonwealth a estromettere il Sudafrica.
In ricordo del massacro avvenuto 45 anni prima, il 21 marzo 2005 è stato dichiarato dall'ONU "Giornata internazionale per l'eliminazione della discriminazione razziale".
In Sudafrica, a partire dal 1994, il 21 marzo si celebra la Giornata dei Diritti Umani.
tratto da wikipedia

sabato 20 marzo 2010

giornalisti "stranieri"in italia e diritti

“Finally good news from Italy!”. Con queste parole Aidan White, il segretario generale della Federazione internazionale dei giornalisti, ha commentato la nascita, il 19 febbraio 2010 al Circolo della stampa di Torino, dell’Associazione nazionale della stampa interculturale (Ansi).

L’Ansi è formata da giornalisti d’origine straniera ed è riconosciuta come gruppo di specializzazione all’interno della Federazione nazionale della stampa italiana, il sindacato nazionale dei giornalisti. “Ora noi ci siamo e vogliamo fare!”, ha commentato Viorica Nechifor, la giornalista d’origine romena presidente del gruppo.

La nascita dell’Ansi è il frutto di una battaglia portata avanti da persone che non hanno accettato di fare gli operai o le badanti, ma che hanno preteso il riconoscimento della loro professionalità. L’ong Cospe ha contribuito identificando e mettendo in rete i giornalisti stranieri che in Italia promuovono un’informazione più corretta nei confronti degli immigrati.

Discriminazioni e pregiudizi
Il progetto è nato infatti per rispondere alle inesattezze e alle scorrettezze di molti giornali e tv italiani, come l’uso continuo di stereo tipi e pregiudizi. Ma anche per combattere contro una forma d’ingiustizia meno nota: le discriminazioni verso i giornalisti stranieri. Molti ordini regionali dei giornalisti continuano a esigere la cittadinanza italiana per l’iscrizione all’albo.

La neonata associazione ha già molti sostenitori come la Federazione internazionale dei giornalisti, la Fnsi, la Stampa subalpina e il Cospe. L’Ordine nazionale dei giornalisti, invece, ha accolto la nascita dell’Ansi con scetticismo, dichiarando che “chiede diritti già riconosciuti”.

Tuttavia, come fa notare l’Ansi, alcuni ordini regionali (in particolar modo quello del Lazio) continuano a rifiutare le pratiche presentate da cittadini stranieri. Questa fredda accoglienza è già un segno che l’associazione avrà molto lavoro da fare. Karim Metref
da internazionale

lunedì 15 marzo 2010

w il software libero

Offrire al mondo programmi informatici che possano essere liberamente
usati e copiati, modificati e distribuiti, gratis o a pagamento. Questa
la scommessa lanciata nell’ormai lontano 1984 da Richard Matthew
Stallman. Qualcosa (apparentemente) impossibile perfino a concepirsi,
in un’epoca in cui informatica era (ed è) sinonimo di monopoli, produzioni
industriali, mega-coporation. Un approccio tanto semplice
quanto rivoluzionario, il concetto stesso di software libero, che ci riporta
finalmente con i piedi per terra. E la cui pratica quotidiana è ispirata
a un principio anch’esso basilare ma troppo spesso dimenticato: la
libera condivisione del sapere, qui e ora, la necessità di (ri)prendere in
mano la libertà individuale di creare, copiare, modificare e distribuire
qualsiasi prodotto dell’ingegno umano. Ponendo così le condizioni
per un ribaltamento totale proprio di quell’apparato pantagruelico che
ha piegato l’attuale ambito informatico alla mercé di un pugno di colossi,
inarrivabili e monopolistici.
Nella rapida trasformazione degli equilibri in gioco nell’odierna rivoluzione
tecnologica e industriale, il software libero va dunque scardinando
certezze antiche, aprendo al contempo le porte a scenari del tutto
nuovi e inimmaginabili. Senza affatto escluderne i riflessi nel mondo
della piccola e grande imprenditoria e a livello commerciale: basti
ricordare l’ampio utilizzo del sistema operativo GNU/Linux (spesso
indicato, in maniera imprecisa, solo come ‘Linux’) sia su macchine
high-end come pure su quelle più economiche e dispositivi portatili vari,
mentre il 70 per cento dei server web su internet girano su Apache, pro-
gramma di software libero. Considerando insomma la centralità assunta
dal software in quanto comparto industriale strategico all’interno di
una poliedrica età dell’informazione, c’è da scommettere che la rivoluzione
innescata da Richard Stallman continuerà a produrre un’onda
assai lunga negli anni e nei decenni a venire.
Predisposto all’isolamento sociale ed emotivo, fin da ragazzo Stallman
dimostra un’acuta intelligenza unita a una sviscerata attrazione per le
discipline scientifiche. Laureatosi in fisica ad Harvard nel 1974, alla
carriera di accademico frustrato preferisce l’ambiente creativo degli
hacker che danno vita al Laboratorio di Intelligenza Artificiale presso
il prestigioso MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston.
Si tuffa così nella cultura hacker di quegli anni, imparando i linguaggi
di programmazione e lo sviluppo dei sistemi operativi. È qui che, poco
più che ventenne, scrive il primo text editor estendibile, Emacs. Ma
soprattutto abbraccia lo stile di vita anti-burocratico, creativo e insofferente
di ogni autorità costituita, tipico della prima generazione di
computer hacker al MIT. Nei primi anni ‘60 si deve a costoro, ad esempio,
la nascita di Spacewar, il primo video game interattivo, che includeva
tutte le caratteristiche dell’hacking tradizionale: divertente e
casuale, perfetto per la distrazione serale di decine di hacker, dava però
concretezza alle capacità di innovazione nell’ambito della programmazione.
Ovviamente, era del tutto libero (e gratuito), di modo che il
relativo codice venne ampiamente condiviso con altri programmatori.
Pur se non sempre queste posizioni di apertura e condivisione erano
parimenti apprezzate da hacker e ricercatori “ufficiali”, nella rapida
evoluzione del settore informatico i due tipi di programmatori finirono
per impostare un rapporto basato sulla collaborazione, una sorta di
una relazione simbiotica. La generazione successiva, cui apparteneva
Richard Stallman, aspirava a calcare le orme di quei primi hacker, particolarmente
a livello etico. Onde potersi definire tale, all’hacker era
richiesto qualcosa in più che scrivere programmi interessanti; doveva
far parte dell’omonima cultura e onorarne le tradizioni in maniera
analoga alle corporazioni medievali, pur se con una struttura sociale
non così rigida. Scenario che prese corpo in istituzioni accademiche d’avanguardia,
quali MIT, Stanford e Carnegie Mellon, emanando al
contempo quelle norme non ancora scritte che governavano i comportamenti
dell’hacker – l’etica hacker.
Proprio per garantire massima consistenza e aderenza a tale etica, dopo
non poche vicissitudini, all’inizio del 1984 Stallman lascia il MIT per
dedicarsi anima e corpo al lancio del progetto GNU e della successiva
Free Software Foundation. Come scrive Sam Williams nella biografia
‘ufficiosa’ di Stallman (Codice Libero, Apogeo, 2003), il «passaggio
di Richard Matthew Stallman da accademico frustrato a leader politico
nel corso degli ultimi vent’anni, testimonia della sua natura testarda
e della volontà prodigiosa, di una visione ben articolata sui valori
di quel movimento per il software libero che ha aiutato a costruire». A
ciò va aggiunta l’alta qualità dei programmi da lui realizzati man
mano, «programmi che ne hanno cementato la reputazione come sviluppatore
leggendario». Un attivismo spietato, il suo, sempre al servizio
della libertà di programmazione, di parola, di pensiero. Non certo
casualmente alla domanda se, di fronte alla quasi-egemonia del
software proprietario, oggi il movimento del software libero rischi di
perdere la capacità di stare al passo con i più recenti sviluppi tecnologici,
Stallman non ha dubbi: «Credo che la libertà sia più importante
del puro avanzamento tecnico. Sceglierei sempre un programma libero
meno aggiornato piuttosto che uno non-libero più recente, perché
non voglio rinunciare alla libertà personale. La mia regola è, se non
posso condividerlo, allora non lo uso».
Questo in estrema sintesi il percorso seguito finora dall’ideatore del
movimento del software libero, rimandando ulteriori approfondimen-
ti alle risorse segnalate in appendice. Ma per quanti hanno scarsa familiarità
con simili dinamiche e con lo Stallman-pensiero, oppure per chi
vuole esplorare tematiche più ampie, questa collezione di saggi è certamente
l’ideale. Primo, perché copre vent’anni di interventi pubblici da
parte di colui che viene (giustamente) considerato il “profeta” del software
libero. Secondo, perché nella raccolta vengono sottolineati gli aspetti
sociali dell’attività di programmazione, chiarendo come tale attività possa
creare davvero comunità e giustizia. Terzo, perché nel panorama dell’informazione
odierna spesso fin troppo rapida e generica, ancor più in
ambito informatico, è vitale tenersi correttamente aggiornati su faccende
calde, tipo le crescenti potenzialità del copyleft (noto anche come “permesso
d’autore”) oppure i pericoli dei brevetti sul software. La raccolta
riporta inoltre una serie di documenti storici cruciali: il “Manifesto
GNU” datato 1984 (leggermente rivisto per l’occasione), la definizione
di software libero, la spiegazione del motivo per cui sia meglio usare la
definizione ‘software libero’ anziché ‘open source’. Il tutto mirando ad un
pubblico il più vasto possibile: “non occorre avere un background in computer
science per comprendere la filosofia e le idee qui esposte”, come recita
infatti la nota introduttiva del libro originale – Free Software, Free
Society: Selected Essays of Richard M. Stallman.
L’edizione italiana di quest’ultima è stata scomposta in due distinti
volumi: quello che avete per le mani, dove sono raccolte le prime due
sezioni della versione inglese, verrà seguito a breve da un secondo con i
testi rimanenti. Tra questi, vanno fin d’ora segnalate le trascrizioni di
alcuni importanti interventi dal vivo di Stallman (quali “Copyright e
globalizzazione nell’epoca delle reti informatiche” e “Software libero:
libertà e cooperazione”), oltre al testo integrale delle varie licenze GNU,
a partire dalla più affermata, la GPL, General Public License.
Si è optato per due volumi italiani onde rendere più agile e godibile
l’intera opera originale, considerando lo spessore e la complessità spesso
presenti nei vari saggi. Presi nella loro interezza, questi forniranno al
lettore un quadro ampio e articolato su questioni pressanti, non soltanto
per l’odierno ambito informatico. Proprio perché Stallman non
si risparmia affatto, gettando luce sul passato e soprattutto sul futuro
di tematiche al crocevia tra etica e legge, business e software, libertà
individuale e società trasparente.
Senza infine dimenticare come a complemento del tutto sia già attiva
un’apposita area sul sito web di Stampa Alternativa (http://www.stampalternativa.
it/freesoft/index.html) dove circolano interventi vari in
tema di software libero e dove troverà spazio l’intera versione italiana
del libro. Oltre naturalmente alle relative modifiche, ovvero le segnalazioni
di lettori e utenti riguardo errori, contributi, aggiornamenti e
quant’altro possibile. Il materiale qui raccolto sarà ulteriormente disponibile
sul sito dell’Associazione Software Libero, il quale ospita il gruppo
dei traduttori italiani dei testi del progetto GNU (http://www.softwarelibero.
it/gnudoc/) che ha validamente contribuito alla stesura di questo
lavoro. Un lavoro, va detto nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi,
portato avanti interamente via internet tra i vari soggetti coinvolti,
dalla fase di progettazione a quella di consegna dei materiali definitivi,
e ricorrendo al software non proprietario per quanto possibile.
Un progetto in evoluzione continua, quindi, in sintonia con la pratica
di massima apertura e condivisione su cui vive e prospera il movimento
del software libero a livello globale – espressione concreta di un
esperimento teso all’affermazione della libertà di tutti e di ciascuno.
Bernardo Parrella

La copia letterale e la distribuzione di questo testo nella sua integrità sono
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domenica 14 marzo 2010

aldo capitini

il maestro della nonviolenza in Italia.
Ad Aldo Capitini, pedagogista ed instancabile promotore di attività politiche e sociali
nonviolente, va il grande merito di aver introdotto in Italia la cultura della nonviolenza; il suo pensiero e le sue azioni ispirano ancora oggi idee,gruppi e movimenti che si occupano di
nonviolenza.Capitini nacque a Perugia il 23 dicembre del 1899 in una famiglia semplice, padre custode della torre del municipio e madre sarta. Ritenuto inabile al servizio militare per motivi di salute, non partecipò alla prima guerra mondiale; così dal 1920 al 1922 si dedicò ai classici greci e latini, studiando da autodidatta - aveva infatti conseguito il diploma di ragioniere - impegnandosi anche fino a dodici ore al giorno ed indebolendosi fino all’esaurimento fisico: fu in questa circostanza che, come Capitini stesso dirà in seguito, fece esperienza del limite e della fragilità umana. Nel 1924 passò l’esame da privatista per la licenza liceale e grazie all’alto punteggio ottenuto vinse una borsa di studio presso la Normale di Pisa, dove conseguì nel 1928 la laurea in Lettere e Filosofia.
All'inizio degli anni Trenta era assistente di Momigliano quando Giovanni Gentile, direttore dell’Ateneo pisano, lo nominò segretario economo della Normale. E proprio in questi anni trascorsi a Pisa, Capitini cominciò a maturare la scelta nonviolenta: nel pieno del clima violento instaurato dal
regime fascista, lesse l’autobiografia di Gandhi pubblicata in Italia nel ’29
e venne profondamente colpito dall’esempio di lotta nonviolenta che il
Mahatma aveva condotta in Sud Africa e che stava conducendo in India
attraverso la noncollaborazione e la disobbedienza civile. Negli stessi anni
in conseguenza alla scelta di non uccidere, divenne vegetariano (sarà poi
negli Anni 50, che Capitini fonderà la Società vegetariana italiana). Ma nel
’33, avendo rifiutato il tesseramento al Partito fascista, si dimise dal suo
incarico alla Normale sollecitato dallo stesso Gentile.Tornato a Perugia, si dedicò a scrivere testi che fornissero valide motivazioni etiche per le quali rifiutare il fascismo: nel ’36 Benedetto Croce farà pubblicare la prima opera di Capitini, Elementi di un’esperienza religiosa, che diventò presto uno dei principali riferimenti letterari per la gioventù antifascista. Ciò indusse Capitini, insieme con Guidi Calogero, a stabilire un movimento clandestino antifascista con lo scopo di diffondere la propaganda contro il regime, nell’anno stesso in cui
erano stati uccisi i fratelli Rosselli. Al movimento, cui aderirono molti intellettuali, tra i quali Walter Binni, Norberto Bobbio, Cesare Luporini,Ugo la Malfa, Mario Dal Pra, fu dato il nome di Liberalsocialismo: può risultare un accostamento di compromesso di due termini comunemente diametralmente opposti, ma l’idea di Capitini era quella di unire in un unico sforzo quanto di meglio potesse offrire il Liberalismo delle idee e della libertà di affermarsi, con la condivisione di una simile opportunità da parte di tutti, rendendo tutti attivi e partecipi anche alla vita economica. Nel ’42 il movimento fu scoperto e i suoi partecipanti arrestati e rinchiusi nelle Murate di Firenze. Capitini venne rilasciato dopo 4 mesi perché la
censura di regime ritenne innocui i suoi Elementi e li considerò un semplice libro religioso. Nel maggio del ’43 Capitini fu nuovamente arrestato per essere rilasciato definitivamente nel luglio successivo.
Intanto con la fine del conflitto molti degli aderenti al Liberalsocialismo fondarono il Partito d’Azione: Capitini rifiutò di aderirvi perché riteneva la forma di partito un’istituzione che, con i suoi apparati che prevedono una sorta di delega dei cittadini a coloro che dirigono appunto il partito,allontanasse i singoli dalla partecipazione al potere che è di tutti (si pensi,ad esempio al tesseramento, forma di esclusività che non coinvolge tutti).
Egli preferiva invece la forme del movimento, aperto a tutti quindi più congeniale alla partecipazione allargata al potere dal basso. Il filosofo umbro fu così escluso dall’assemblea costituente nonostante il suo impegno attivo contro la dittatura e per la Repubblica.
Nel 1944 Capitini fonda a Perugia il primo Centro di Orientamento Sociale(COS), una contro-istituzione da opporre alla realtà chiusa dei partiti. I COS erano assemblee popolari nelle quali tutti potevano intervenire,esporre la propria opinione, presentare alla collettività sia problemi amministrativi locali che questioni sociali, politiche, economiche di rilevanza nazionale; nessuno veniva escluso, motivo per cui per prendere parte alle discussioni non era richiesto alcun tesseramento o iscrizione. Lo scopo principale del COS era lo sviluppo della democrazia su un terreno di civiltà e nonviolenza, fornendo alle moltitudini anonime tutti mezzi
necessari per comprendere la realtà in cui vivevano, ed una volta presane coscienza operare in essa per il miglioramento. Il COS era il principio del potere dal basso ed omnicratico, del superamento delle distanze tra politici, intellettuali, funzionari e popolo. Nonostante i COS si
diffondessero in altre città: (tra le principali Ferrara, Firenze, Bologna,
Lucca, Arezzo, Ancona, Assisi, Gubbio, Foligno, Teramo, Napoli) e raccogliessero consensi partecipati, furono ignorati dalla sinistra ed aspramente criticati dalla Democrazia Cristiana, che avviò una vera e propria azione di ostracismo verso queste riunioni, chiedendo addirittura
alle autorità di proibirle, riunioni nonviolente che costituivano una prova
alle potenzialità positive di un potere decentrato.L’idea di centralità di ogni singolo, di una società fatta dalla partecipazione e dalle scelte dei suoi componenti, che non devono subire
l’autorità dall’alto, ma essere forza attiva del cambiamento, si rispecchia anche nella concezione religiosa di Capitini. Egli considerava la religione il convincimento interiore di ognuno del rispetto verso l’altro (il TU),verso gli animali e verso la vita in qualunque forma si manifesti. La sua idea di religione, fortemente ispirata dall’esempio di San Francesco, era
lontanissima da quella istituzionalizzata della Chiesa Cattolica, contro la quale Capitini indirizzò più obiezioni. Già dagli anni del fascismo egli restò più che disorientato dagli accordi del Patti Lateranensi (quando invece per lui la Chiesa avrebbe dovuto spingere i suoi fedeli a rifiutare e a noncollaborare con un regime violento e antidemocratico). Nel dopoguerra
Capitini organizza con Ferdinando Tartaglia, un ex-prete cattolico fiorentino, il Movimento di religione con lo scopo di promuovere la riforma religiosa in direzione dei principi dell’apertura e del dialogo continuo verso tutte le altre religioni, e soprattutto della formazione spirituale di cittadini responsabili e consapevoli della propria centralità
nelle dinamiche sociali, politiche, economiche; nell’ottobre del ’48 a Roma si tenne il Primo congresso per la riforma religiosa.E fu proprio durante un convegno del Movimento di religione che Capitini fu ascoltato da un giovane che restando profondamente colpito dalle sue
parole, maturò la scelta di opporsi alla leva militare. Era infatti Pietro Pinna, il primo italiano obiettore di coscienza del servizio militare del dopoguerra. Pinna fu processato, condannato ed incarcerato più volte; fino al rilascio definitivo e al "congedo" per motivi di salute. Pinna divenne uno stretto collaboratore di Capitini ed insieme promossero una serie di
iniziative per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza.
Nel ’52 in occasione del quarto anniversario della morte di Gandhi, il filosofo umbro fondò il primo Centro per la nonviolenza. Nello stesso anno trasportò l’esperienza dei COS in ambito religioso, con la fondazione del COR, Centri di Orientamento Religioso, con l’aiuto di Emma Thomas,un’ottantenne quacchera inglese, con lo scopo di far convergere la religiosità di tutti coloro che vi avessero preso parte, qualunque fosse il loro credo, per favorire la conoscenza delle religioni diverse da quella
Cattolica e per offrire ai cattolici spunti per una riflessione critica. La
Chiesa locale vietò la frequentazione del COR e quando nel ’55 Capitini
pubblicò Religione aperta il libro fu messo nell’Indice dei libri proibiti.
Tuttavia Capitini collaborò con alcuni cattolici, tra i quali don Milani e
don Primo Mazzolari. Ma la polemica con la Chiesa continuò dopo il
Concilio Vaticano II: con la pubblicazione di Severità religiosa per il
Concilio e la richiesta dell’annullamento del battesimo.
Nel ’59 ritroviamo Capitini tra i fondatori dell’ADESSPI, Associazione di
difesa e sviluppo della scuola pubblica in Italia.
Il 24 settembre 1961, negli anni forse più cupi della guerra fredda, ha luogo, organizzata da Capitini, la prima Marcia per la Pace e la fratellanza dei popoli da Perugia ad Assisi che ancora oggi riproposta ogni due anni. Tra le iniziative cominciate da Capitini e ancora oggi attive vi è il Movimento nonviolento e il suo organo di stampa Azione nonviolenta, di
cui Capitini fu direttore.
Capitini morì a Perugia nel 1968 circondato da amici, in seguito ad un
intervento chirurgico. Negli ultimi anni della sua vita aveva fondato e diretto il periodico Il Potere di tutti nel quale esponeva e chiarire i principi
del suo progetto di omnicrazia che Capitini poneva come obiettivo della
società nuova, nella quale il potere fosse distribuito tra tutti attraverso un
generale decentramento del potere che però non avrebbe dovuto creare
diverse comunità chiuse ed isolate l’una dall’altra, ma portare all’esistenza
di libere realtà autogestite, tra loro consociate e collaboranti, anche
internazionalmente, nel rispetto della massima apertura.
«Io non dico: fra poco o molto tempo avremo una società che sarà perfettamente
nonviolenta...
fonte:Palabre. Maestri della nonviolenza

sabato 6 marzo 2010

terremoti e politica

da Internazionale:
Dalla fine della dittatura di Augusto Pinochet, il Cile è sempre stato un paese di centro, insofferente alla polarizzazione politica. Ma la tragedia del 27 febbraio, che arriva poco prima dell’insediamento di Sebastián Piñera alla presidenza, potrebbe spostare ulteriormente l’equilibrio verso le forze di destra, scrive il New York Times.

Nelle ore successive al sisma, la mancanza di pianificazione durante l’emergenza ha fatto aumentare il caos e il disordine, dando alla popolazione l’impressione che il governo di Michelle Bachelet non avesse il controllo della situazione. In particolare, le autorità hanno rilasciato informazioni e comunicati contraddittori (come per esempio sull’allarme tsunami, prima lanciato e poi ritrattato), e a un certo punto i cittadini non sapevano più cosa pensare.

Durante le interviste rilasciate ai mezzi d’informazione, Bachelet ha difeso il modo in cui l’esecutivo ha gestito la crisi, ma ha ammesso che alcune cose potevano essere fatte meglio o diversamente.

Il terremoto, quindi potrebbe aver compromesso il bilancio finale della presidenza Bachelet, cosa che nemmeno la crisi economica era riuscita a fare, visto che la presidente ha avuto finora un indice di popolarità vicino al 70 per cento.

Ma non è la prima volta che un terremoto aiuta a spostare gli equilibri politici di un paese: “Secondo Raúl Sohr Biss, analista politico della televisione Chilevisión, nel 1972 in Nicaragua un terremoto contribuì ad allontanare la dinastia Somoza dal potere. E il terremoto del 1985 in Messico è considerato da molti l’inizio della fine del governo del Partito rivoluzionario istituzionale”.

martedì 2 marzo 2010

c'era una volta l'urss

Un articolo della coraggiosa blogger Yoani Sánchez,che scrive dalla lontana ed assolata Cuba...

“Arrivano i russi!”, gridava qualcuno spaventato, mentre altri ribattevano: “Benvenuti i sovietici!”. Preferire un’esclamazione all’altra era una questione ideologica. Da bambini i cubani della mia generazione non avevano dubbi su quale frase scegliere: vedevano film e cartoni animati russi e salivano felici sulle Lada sovietiche. A ovest della città svettava un edificio, sede dell’ambasciata dell’Unione Sovietica, ribattezzato la “torre di controllo” per la sua architettura e per i suoi significati politici.

La diciannovesima edizione della fiera internazionale del libro, che si è appena svolta all’Avana, era dedicata alla patria di Lenin. Al cinema hanno proiettato vecchi classici come Guerra e pace e, tra lo stupore di molti, la tv ha trasmesso in prima visione la serie Il maestro e Margherita, basata sul romanzo satirico di Michail Bulgakov.

È stata incredibile anche l’acida critica che i giornali del settore hanno riservato alla presentazione del balletto del Bolshoi, un tempo fiore all’occhiello della cultura sovietica, che ha deluso il pubblico esigente dell’Avana.

Questa volta i russi non sono arrivati in grandi gruppi, vestiti con pantaloni abbondanti e camicie bianche rimboccate fino al gomito. Non li abbiamo neanche chiamati los bolos, gli amorfi, un appellativo tra lo scherzoso e l’affettuoso che gli avevamo affibbiato per i loro prodotti industriali poco sofisticati.

Oggi si fanno vedere in discoteca, sembrano imprenditori e usano profumi francesi. Ci hanno portato libri che affrontano diverse tematiche, con pochi titoli di marxismo e leninismo. Nessuno ha gridato spaventato: “Tornano i sovietici!”.

Yoani Sánchez è una blogger cubana. Il suo blog è tradotto in quattordici lingue, tra cui l’italiano. Vive all’Avana, dove è nata nel 1975. In Italia ha pubblicato Cuba Libre (Rizzoli 2009). Scrive una rubrica settimanale per Internazionale.