domenica 18 ottobre 2009

Cosa fare dopo Kyoto?

Cosa fare dopo Kyoto?
di Al Gore premio nobel della pace,ex vicepresidente U.S.A.,fondatore di Current.

Noi – la specie umana – siamo giunti ad un momento
decisivo. È inaudito, e fa perfino ridere, pensare di poter
davvero compiere delle scelte in quanto specie, ma è proprio
questa la sfida che ci troviamo davanti. La nostra casa
– la Terra – è in pericolo. Non è il pianeta a correre il rischio
di essere distrutto, ma le condizioni che lo hanno reso un
luogo accogliente per gli esseri umani.
Senza renderci conto delle conseguenze delle nostre azioni,
abbiamo cominciato a riversare nel sottile involucro di
aria che circonda il nostro mondo quantità di anidride carbonica
tali da arrivare letteralmente ad alterare l’equilibrio
termico tra la Terra e il Sole. Se non ci fermeremo, e in fretta,
la temperatura media crescerà a livelli che gli esseri umani
non hanno mai sperimentato fino ad ora, mettendo fine
al propizio equilibrio climatico su cui poggia la nostra
civiltà.
Nell’ultimo secolo e mezzo, sempre più freneticamente,
abbiamo estratto dal terreno quantità sempre maggiori di
carbonio, principalmente sotto forma di petrolio e carbone,
bruciandolo al ritmo di 70 milioni di tonnellate di CO2
riversate ogni 24 ore nell’atmosfera terrestre. Le concentrazioni
di anidride carbonica, che non erano mai salite
oltre il livello di 300 parti per milione (ppm) da almeno un
milione di anni a questa parte, sono cresciute dalle 280 ppm
dell’inizio del boom del carbone fino alle 383 ppm di quest’anno.
La conseguenza diretta è che molti scienziati adesso ci
avvertono che ci stiamo avvicinando a una serie di “punti
di non ritorno”, che nel giro di 10 anni potrebbero metterci
nell’impossibilità di evitare danni irreparabili all’abitabilità
del pianeta per gli esseri umani.
Negli ultimi mesi, nuovi studi hanno dimostrato che la
calotta glaciale artica, che aiuta il pianeta a raffreddarsi, si
sta sciogliendo a ritmi quasi tre volte più veloci di quanto
previsto dai più pessimistici tra i modelli elaborati al computer.
Se non agiremo, nel giro di appena 35 anni, il ghiaccio
potrebbe arrivare a scomparire completamente nei mesi
estivi. All’altra estremità del pianeta, al Polo Sud, gli scienziati
hanno scoperto nuove prove di scioglimento della
neve in un’area dell’Antartide occidentale grande quanto
la California.
Non è una questione politica. È una questione morale,
che riguarda la sopravvivenza della civiltà umana. Non è
una questione di destra o di sinistra, è una questione di giusto
o sbagliato. Per metterla in termini semplici, è sbagliato
compromettere l’abitabilità del nostro pianeta e rovinare
il futuro di tutte le generazioni che verranno dopo di noi.
Il 21 settembre del 1987, il presidente degli Stati Uniti
Ronald Reagan disse: “Ossessionati come siamo dagli antagonismi
del momento, spesso ci dimentichiamo quante
cose uniscano tutti noi membri della razza umana. Forse ci
serve una minaccia esterna, universale, per riconoscere
questo legame comune. Ogni tanto penso che le nostre
divergenze scomparirebbero rapidamente se ci trovassimo
a fronteggiare una minaccia aliena proveniente da un altro
mondo”.
Noi – tutti noi – ci troviamo ora di fronte a una minaccia
universale, che non proviene da un altro mondo, ma che è,
cionondimeno, di portata cosmica.
Compariamo due pianeti del nostro sistema solare, la Terra
e Venere: i due corpi celesti hanno dimensioni quasi
identiche, e un quantitativo di carbonio quasi identico. La
differenza è che sulla Terra la maggioranza di questo carbonio
si trova sottoterra, depositato da varie forme di vita
nel corso degli ultimi 600 milioni di anni, mentre su Venere
la maggioranza del carbonio si trova nell’atmosfera.
Il risultato è che mentre sulla Terra la temperatura media
equivale a un gradevolissimo 15 gradi centigradi, su Venere
lo stesso parametro schizza fino a 464. Certo, Venere è
più vicina al Sole, ma la colpa non è del nostro astro: Venere
è mediamente tre volte più calda di Mercurio, che è il
pianeta più vicino al Sole in assoluto. La colpa è dell’anidride
carbonica.
Questa minaccia ci impone, come diceva Reagan, di unirci
nella consapevolezza di ciò che ci accomuna.
A questo scopo, dovremo esigere dai nostri governanti
che gli Stati Uniti sottoscrivano, nel giro dei prossimi due
anni, un trattato internazionale che tagli le emissioni inquinanti
del 90% nei Paesi sviluppati e di oltre la metà a livello
mondiale, in tempo perché la prossima generazione possa
ricevere in eredità una Terra in buona salute.
Questo trattato segnerà un nuovo sforzo. Io sono fiero
del ruolo che ho avuto durante l’amministrazione Clinton
nei negoziati per il protocollo di Kyoto, ma sono del parere
che quell’accordo sia stato demonizzato a tal punto, negli
Stati Uniti, che probabilmente non potrà mai venire ratificato,
più o meno come accadde ai tempi dell’amministrazione
Carter, nel 1979, quando il governo non riuscì a spuntare
la ratifica di un ambizioso trattato per la limitazione
degli armamenti strategici. E in ogni caso, tra breve prenderanno
il via i negoziati per arrivare a un trattato più ambizioso
sul problema dei cambiamenti climatici.
Perciò, così come il presidente Reagan cambiò nome e
modificò l’accordo Salt (ribattezzato in Start), dopo averne,
tardivamente, riconosciuto la necessità, il Presidente dovrà concentrarsi immediatamente sul
raggiungimento di un nuovo accordo, ancora più ambizioso,
per la lotta contro i cambiamenti climatici. Dobbiamo
puntare a completare questo trattato globale entro la fine
del 2009, e non aspettare fino al 2012, come previsto attualmente.
Se per l’inizio del 2009 gli Stati Uniti avranno già messo
in campo una serie di misure interne per ridurre le emissioni
di gas serra, sono sicuro che quando daremo all’industria
un traguardo da raggiungere e gli strumenti e la flessibilità
per ridurre drasticamente le emissioni di anidride
carbonica, riusciremo a completare e a ratificare in tempi
rapidi un nuovo trattato. Quella che abbiamo di fronte,
d’altronde, è un’emergenza planetaria.
Un nuovo trattato prevederà, in ogni caso, come già Kyoto,
gradi differenziati di impegno: ai Paesi saranno richiesti
sforzi di diversa entità, tenendo conto di quanto hanno
contribuito, storicamente, a creare questo problema, e
tenendo conto della loro capacità relativa di sostenere gli
oneri del cambiamento. È un precedente consolidato nel
diritto internazionale, e non esistono altri modi per procedere.
Qualcuno cercherà di distorcere questo precedente utilizzando
argomentazioni xenofobiche e nazionalistiche per
dire che ogni Paese dovrebbe essere tenuto a rispettare gli
stessi standard. Ma perché Paesi che hanno un quinto del
nostro prodotto interno lordo, Paesi che in passato non
hanno contribuito se non maniera marginalissima a creare
questa crisi, dovrebbero sopportare lo stesso sforzo degli
Stati Uniti? Siamo così spaventati da questa sfida da non
riuscire ad assumere un ruolo guida? I nostri figli hanno
diritto a pretendere da noi una maggiore responsabilità, ora
che è il loro futuro – anzi, il futuro di tutta la civiltà umana
– a essere in bilico. Meritano qualcosa di meglio di un
governo che censura i dati scientifici più attendibili e se la
prende con quegli scienziati onesti che cercano di metterci
in guardia dalla catastrofe incombente. Meritano qualcosa
di meglio di politici che se ne stanno con le mani in
mano e non fanno niente per affrontare la sfida più grande
che il genere umano abbia mai dovuto affrontare, perfino
ora che il pericolo, ormai, incombe su di noi.
Noi ci dobbiamo concentrare sulle opportunità che derivano
da questa sfida. Nuovi posti di lavoro, nuove occasioni
di profitto spunteranno fuori una volta che le grandi
aziende si saranno messe in moto con decisione per cogliere
le colossali opportunità economiche offerte da un futu-
ro di energia pulita. Ma c’è qualcosa di ancora più prezioso
da guadagnare se faremo la cosa giusta. La crisi climatica
ci offre l’occasione di sperimentare quello che poche
generazioni nel corso della storia hanno avuto il privilegio
di sperimentare: una missione generazionale, un obiettivo
morale convincente, una causa comune e l’entusiasmante
prospettiva di venire obbligati dalle circostanze a mettere
da parte le meschinità e i conflitti della politica per abbracciare
una sfida autenticamente morale e spirituale.
fonte: ECO LOGO di STEFANO APUZZO • DANILO BONATO

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