giovedì 15 ottobre 2009

Henry David Thoreau

Henry David Thoreau è uno dei padri della nonviolenza e della disobbedienza civile.
Nacque nel 1817 a
Concord, Massachusetts, dove morì nel
1862. I suoi interessi spaziavano dalla
letteratura greca e romana alla filosofia
orientale ed alla botanica. Il suo amore per
la natura lo portò a vivere in completa
solitudine dal 1845 al 1847 un capanno
che egli stesso aveva costruito presso il
piccolo lago di Walden. Da questa
esperienza di vita semplice ed a stretto
contatto con la natura nacque il suo libro
più famoso Walden o vita nei boschi.
Thoreau è considerato un pioniere della
pratica della disobbedienza civile nell’età
contemporanea: la sua azione di protesta attraverso la noncollaborazione
ispirò i movimenti di emancipazione guidati da Gandhi e da Luther King.
Egli, infatti, si rifiutò di pagare le tasse governative allo Stato che tollerava
lo schiavismo e stava per intraprendere l’occupazione armata del Messico,
intessendo così una politica di espansione imperialistica. In seguito a tale
rifiuto Thoreau fu arrestato e scarcerato dopo una notte grazie alla
cauzione pagata, contro il suo parere, da una sua parente. La sua azione
antischiavista continuò ancora negli anni successivi quando prese ad
aiutare gli schiavi del Sud che scappavano verso gli Stati del Nord (dove
non c’era lo schiavismo), soprattutto dopo l’approvazione nel 1850 della
Fuggitive Slave Law che obbligava gli ufficiali del Nord a “restituire” gli
schiavi catturati, fuggiti dal Sud.
Thoreau spiegò i motivi della propria scelta di non pagare le tasse in una
lezione tenuta al Concord Lyceum e pubblicata postuma. Questo breve
scritto, conosciuto con il titolo di Civil Disobedience è considerato una
specie di manifesto della disobbedienza civile, della quale spiega forme,
motivi, finalità.
L’argomentazione di Thoreau parte dal presupposto che il governo in sé,
come istituto, è solo un “espediente” con il quale il popolo esprime la
propria volontà; ma diventa inutile quando prescinde da quest’ultima: “il
miglior governo è quello che governa meno” sono le parole con cui si apre
la lezione, in esplicita polemica con una concezione paternalista dello
stato. Tuttavia quel che Thoreau pretendeva non era l’abolizione del
governo, ma la realizzazione di un governo migliore, dotato di una
maggior elasticità rispetto alle esigenze dei suoi cittadini. In quest’ottica le
leggi emanate dal governo hanno un valore relativo e comunque inferiore a
quanto la coscienza individuale detta a ciascuno; perciò un uomo che
davvero sia tale, secondo Thoreau, preferisce seguire i propri ideali anche
a rischio di trasgredire la legge, piuttosto che sostenere leggi in cui non
crede o che ritiene sbagliate; se il cittadino deve seguire la legge affidando
a questa obbedienza la propria coscienza, allora la coscienza stessa diventa
inutile. Il solo obbligo al quale ogni cittadino debba sentirsi vincolato in
maniera assoluta è fare ciò che ritiene essere giusto; ma se davvero non è
possibile contribuire all’adempimento del bene, è un dovere che perlomeno
non si collabori nel fare il male; questo il motivo della sua scelta non
collaborazionista: “ciò che devo fare è accertarmi, in ogni caso, che non mi
sto prestando al male che condanno”.
Probabilmente Thoreau doveva essere animato da un profondo ottimismo
che lo portava a credere che la coscienza di ognuno non potesse suggerire
che cose giuste. Questa convinzione, legata alla scarsa considerazione
della legittimità delle decisioni prese democraticamente, perché approvate
dalla maggioranza, può suonare pericolosa per un sistema democratico,
soprattutto considerando che Thoreau non fa risiedere nel maggior numero
di sostenitori la giustezza della legge, ma al contrario egli considera il
potere della maggioranza come una derivazione del potere fisico del più
forte, e reputa ingiusta una società in cui solo la maggioranza ha il diritto
di governare. Egli scrive che è impotente la minoranza che tenta di
adeguarsi alla maggioranza, perdendo così la propria identità; egli
disdegna, infatti, i metodi di protesta basati su petizioni e raccolta di firme,
in quanto implicitamente legittimano un cambiamento solo se accolto
positivamente dalla maggioranza e non sulla sua effettiva giustezza. La
convinzione di fondo che sostiene tutto il discorso – e l’azione – di
Thoreau è che l’individuo sia la base fondamentale dello Stato. Il governo
di una nazione non è qualcosa di estraneo al cittadino, che ha invece un
potere superiore a quello dello Stato, ma è un istituto che deve consentire
ai cittadini di poter convivere pacificamente e nel modo loro più
congeniale. Una Nazione è l’insieme di persone dotate di coscienza e senso
morale; che per Thoreau non vanno persi quando il discorso si estende dal
singolo alla collettività. L’azione noncollaborazionista di Thoreau offre
spunti di riflessione sul rapporto che il cittadino debba avere con la propria
coscienza e con la legge: a chi dare priorità? Senza dubbio, per Thoreau
alla coscienza: “non può esistere un governo nel quale non siano le
maggioranze a stabilire, virtualmente, il giusto e l’ingiusto, bensì la
coscienza? Nel quale le maggioranze decidano soltanto le questioni alle
quali sia possibile applicare la regola dell’opportunità? Deve il cittadino –
anche se solo per un momento, o in minima parte – affidare sempre la
propria coscienza al legislatore? Perché allora ogni uomo ha una
coscienza?”. Un credo di questo genere lascia naturalmente delle zone di
ombra suscettibili di critiche visto che la valutazione di cosa possa essere
giusto o sbagliato, morale o immorale è sempre molto personale; tutto
questo discorso potrebbe condurre a soluzioni libertarie e, proponendo di
prendere iniziative concrete per affermare le proprie convinzioni, mettendo
in discussione i comuni presupposti della democrazia – il potere della
maggioranza – avrebbe l’apparenza di incitare alla rivolta. Sebbene una
rivoluzione del modo di intendere il vivere civile sia effettivamente
auspicata da Thoreau, la sua azione di disobbedienza civile è caratterizzata
dal fatto che non un solo riferimento è volto all’uso di strumenti violenti,
ma, al contrario, vi è un’espressione precisa con la quale egli definisce e
chiarisce il proprio metodo di lotta: rivoluzione pacifica. È proprio la
sconfessione della violenza che, rendendo Thoreau un precursore delle
tecniche di lotta nonviolenta - anche piuttosto precoce se si tiene conto del
tempo in cui operò - ha “consacrato” alla fama del Ventesimo secolo Civil
Disobedience come una sorta di manifesto della disobbedienza civile e
della protesta nonviolenta, la cui lezione etica, come si è accennato, fu
recepita e messa in pratica da personaggi del calibro di Gandhi e di Martin
Luther King. La resistenza passiva ad imposizioni ingiuste è il solo modo
civile per gestire il rapporto tra governanti e governati: l’enorme
potenzialità della disobbedienza civile sta non in una comune forza d’urto
che, per quanto intensa, comporta violenza e quindi ingiustizia, ma nella
capacità di bloccare un intero meccanismo con un semplice atto di rifiuto
radicato alle convinzioni cui tende la coscienza. Scrive Thoreau: “quando
il suddito si è rifiutato di obbedire e l’ufficiale ha rassegnato le proprie
dimissioni dall’incarico, allora la rivoluzione è compiuta”.
fonte:palabre.altervista.org.
l'articolo è di: Annarita Gentile

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