giovedì 11 febbraio 2010

messico e diritti

L'attivista per i diritti umani Tita Radilla Martinez subisce continue minacce e intimidazioni a causa del suo lavoro in favore delle vittime di sparizioni forzate. La donna è vicepresidente dell'Associazione dei familiari degli scomparsi (Asociación de Familiares de Detenidos Desaparecidos, Afadem), che chiede giustizia e verità per le persone scomparse durante la "guerra sporca" messicana degli anni 1960-80.

Suo padre, Rosendo Radilla, attivista sociale ed ex sindaco del municipio di Atoyac, è scomparso nell'agosto del 1974; fermato a un posto di blocco stradale nei pressi di Atoyac, stato di Guerrero, Messico, è stato trasferito in una caserma militare, dove è stato visto l'ultima volta.

Tita Radilla ha raccontato di essere sorvegliata costantemente da uomini armati e soldati. Nel 2004, alcuni uomini armati hanno fatto irruzione nella sede dell' Afadem cercando la donna, ma non sono riusciti a trovarla. Nel 2008, un soldato l'ha minacciata con un fucile. Dall'agosto 2003, dopo l'omicidio di una testimone di un caso a cui Radilla stava lavorando, volontari dell'organizzazione non governativa Brigate internazionali della pace le forniscono protezione in ogni suo spostamento, per prevenire potenziali attacchi e per permetterle di continuare il suo lavoro in favore dei diritti umani.

Dopo anni di silenzio sulla scomparsa del padre e di giustizia negata da parte delle autorità messicane, nel 2001 Radilla ha presentato il caso alla Commissione interamericana dei diritti umani. Di fronte all'inadeguatezza della risposta del governo messicano, la Commissione ha deciso nel 2008 di sottoporre il caso alla Corte interamericana dei diritti umani.

Questa, il 16 dicembre 2009, ha riconosciuto la responsabilità del governo messicano nella sparizione di Rosendo Radilla e ha ordinato un'indagine sull'accaduto che individui, tra l'altro, il luogo di detenzione della vittima o che faccia chiarezza sulla sua sorte. È stato chiesto, inoltre, alle autorità messicane di assicurare che tali casi non si ripetano in futuro e che alla famiglia della vittima sia riconosciuto un risarcimento.
appello presso amnesty international

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