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venerdì 13 agosto 2010

il petrolio lucano

Il manifesto del WWF Basilicata e di Comunità Lucana-Movimento No Oil che fotografa la situazione ufficiale di estrazioni e ricerche petrolifere nella nostra regione serve a far il punto su una realtà, quella degli idrocarburi in Basilicata, sulla quale crediamo sia arrivato l’ora di fare chiarezza a cominciare proprio dalle dimensioni che essa assume nelle cifre e nelle percentuali di quanto già viene estratto e nella prospettiva che queste dimensioni aumentino ancora, trasformando   una terra che si sarebbe definita dei parchi a “ damigiana petrolifera” d’Italia.Se infatti le cifre ufficiali delle estrazioni dell’ultimo triennio indicano nel 73,10 % e nell’ 82,79 % il rispettivo contributo lucano alla produzione nazionale totale ed in terraferma di petrolio e nel 12,00% e nel 41,26 % quelle di gas naturale, ciò indica il grande contributo della regione al fabbisogno di un paese ancora troppo dipendente dagli idrocarburi per la sua produzione energetica.
Un contributo evidentemente tanto determinante da non doversi frapporre ostacoli alle opere di coltivazione: tale fu la clausola di “interesse nazionale” posta negli accordi del ‘98 su petrolio e gas della Val d’Agri - dalla quale proviene la quasi totalità dell’estratto in regione - clausola che di fatto fissa un limite insuperabile che sintetizziamo in un “in questa valle si estrae e non si discute”.Un limite che spiega sia la storia di un parco nazionale proposto nel ‘91 con una perimetrazione ed istituito nel 2008 con ben altra perimetrazione, basata più sulla posizione dei pozzi e delle infrastrutture di trattamento del greggio che sulle esigenze di continuità biologica ed interazione delle attività umane al territorio del parco, e immediatamente commissariato, sia “stranezze” come pozzi autorizzati   a pochi metri da un ospedale o su una diga o proprio sotto il santuario regionale della Madonna di Viggiano, il cui viso e le mani color nero del petrolio forse ne sono stati presagio.Potremmo continuare con i monitoraggi che tra Arpab, Agribios e la stessa Eni non forniscono mai la omogeneità di dati che pur ci si dovrebbe aspettare da centraline poste le une vicine alle altre e con un osservatorio ambientale che partendo dopo 12 anni dagli accordi del ‘98 che pur lo prevedevano, non potrà che registrare un “punto zero” che non sarà più reale, essendosi nel frattempo trasformato in un punto d’altro valore numerico che ci toccherà assumere come dato di partenza. O potremmo continuare con la gran maggioranza dei pozzi posti in solo comune, quello di Viggiano, che certo non contiene l’intero giacimento, ma che in un certo senso “chiude” la questione di un controllo politico su attività di estrazione che a ben altri controlli andrebbero sottoposte, a cominciare da quelli sui singoli pozzi e su cosa accade durante le perforazioni ed estrazioni. Ma se a quanto accade in Val d’Agri dovesse aggiungersi la prospettiva di una regione dove sono 17 le istanze di ricerca di idrocarburi, 10 i permessi di ricerca, 22 le concessioni di estrazione (e di cui alcune oggetto delle estrazioni degli anni ’50-’60 ancora attive nella prospettiva di migliori tecniche di estrazione che ne permettano il ripristino produttivo), 2 le istanze di stoccaggio di gas nel sottosuolo, la fotografia di una terra ridotta ad un campo petrolifero sarebbe ben delineabile in una finalizzazione coatta del territorio ad estrazioni che stravolgerebbe ogni indirizzo programmatico che la Regione Basilicata individuava nell’agricoltura di qualità, nel turismo, nella conservazione della biodiversità, come elementi propulsivi di sviluppo legato ad una ricca naturalità quasi ovunque scomparsa.Ciò non accade in un deserto, ma in una regione d’Italia, e pone una questione che non è “interesse nazionale” visto come amalgama di interessi privati, il profitto delle compagnie, e pubblici, quelli dello stato alla continuità delle forniture, questione che spesso confondiamo con una mera rivendicazione di maggiori royalties (e pur qualche problema al riguardo si pone), ma che è questione etica, di salute pubblica, di conservazione di uno strategico patrimonio naturale, di economia vocazionale dei territori; se infatti , come tutto sembra far presagire, gli iter procedurali di quelle istanze e di quei permessi di ricerca verranno accelerati in virtù di leggi che riportano in quota statale ciò che la riforma del Titolo V della Costituzione aveva concesso alla potestà regionale, di fatto tutto ciò potrebbe significare l’attivazione di ricerche ed estrazioni nel 60% del territorio regionale.In questa prospettiva non ci sarà spazio in questa regione per nulla che non odori di petrolio, di gas e di zolfo ed a chi voglia già odorare quel futuro non resta che recarsi presso il cento olii di Viggiano a saggiarne consistenza ed aroma. Tutto questo non è possibile e non va permesso. Crediamo così che la nostra richiesta di immediato blocco e revoca di tutte le istanze e dei permessi di ricerca e di più severi e stringenti controlli sulle attività di estrazione e trattamento di idrocarburi sia a questo punto doverosa e debba divenire un patrimonio di rivendicazione comune a tutti i lucani.

fonte:wwf

mercoledì 11 agosto 2010

la bp non fallirà mai

Politica e finanza non vogliono un default della compagnia petrolifera. Ma i nuovi soldi potrebbero arrivare da ospiti sgraditi

"Too big to fail". Echeggiando il famoso motto obamiano che portò al salvataggio con soldi pubblici degli istituti finanziari al collasso, ci si chiede ora se Bp, responsabile del disastro ecologico nel Golfo del Messico, non sia per caso troppo grande per fallire.
Nel sito d'informazione finanziaria "Zero Hedge" è comparso per esempio un commento secondo cui il default di Bp sarebbe più sciagurato di quello di Lehman Brothers. In tal caso, "l'azzeramento dei prodotti derivati di lungo termine su petrolio, prodotti raffinati e gas naturale potrebbe essere catastrofico. Si rifletterebbe sul sistema bancario. Quanto sono esposte la divisone J. Aron di Goldman, Morgan Stanley e Jpm? Probabilmente parecchio".
Anche le compagnie che in qualche modo da Bp dipendono attraverso i meccanismi del credito e delle forniture ne sarebbero colpite: piccole società energetiche, compagnie aeree, armatori, autolinee, ferrovie.
L'impatto sarebbe così ampio da consigliare il salvataggio politico di Bp.
Ed eccola, la politica: anche se ha imposto alla corporation di Londra un fondo di garanziache le costerà 5 miliardi di dollari l'anno e che servirà a rimborsare sul medio-lungo periodo individui e imprese che hanno subito danni dalla fuoriuscita di petrolio, il presidente UsaObama concorda con il Primo ministro britannico Cameron sulla necessità di ripulire il Golfo e sanare i danni senza mettere Bp con le spalle al muro.
Da parte sua, per raccogliere i 32 miliardi di dollari necessari a coprire i costi parziali della fuoriuscita di Macondo e sanare 17 miliardi di perdite finanziarie, la compagnia britannica sta in questi giorni muovendosi in più direzioni.
Il primo passaggio obbligato è la cessione di azioni. Il maggiore acquirente di quote è finora la petrolifera statunitense Apache, a cui Bp ha già venduto partecipazioni nelle attività estrattive in Texas, Canada ed Egitto per 7 miliardi di dollari. In vista ci sono ulteriori cessioni in Vietnam e Pakistan.
Fin qui tutto bene, anche politicamente.
Tuttavia in questi giorni il dimissionario amministratore delegato Tony Hayward sta sondando diversi governi stranieri alla ricerca di un fondo sovrano che decida di investire nella compagnia. E allora il quadro si complica.
Tra i papabili nuovi investitori c'è l'Azerbaigian, Paese nel quale Bp ha già investito miliardi tra giacimenti di gas, petrolio, trasporti e infrastrutture. Lo State Oil Fund of Azerbaijan (Sofaz) dovrebbe diventare suo azionista.
C'è poi l'Egitto, dove una joint-venture tra la compagnia londinese, la tedesca Dew e il governo locale dovrebbe sviluppare alcuni giacimenti off-shore. La Egyptian Natural Gas Holding Company - che nell'accordo hai il 50 per cento delle quote - potrebbe a questo punto ampliare le proprie partecipazioni.
Anche la Kuwait investment Authority (Kia) ha quote di Bp, anzi, nel 1987 aveva tentato la scalata alla compagnia in vista di una sua privatizzazione. Fu lo stesso governo britannico ad opporsi.
Il problema vero arriva con il quarto possibile partner, cioè la Libia.
Bp è accusata da ambienti del congresso Usa di aver fatto pressioni sul governo scozzeseper il rilascio di Abdelbaset Ali al-Megrahi - riconosciuto colpevole dell'attentato di Lockerbie (1988) in cui morirono 270 persone - ed effettivamente liberato un anno fa.
L'attività di lobbying sarebbe collegata a un accordo siglato nel 2007 tra la compagnia energetica e il governo libico per lo sfruttamento di giacimenti nel Golfo della Sirte. Il congresso Usa preme per un'inchiesta parlamentare.
L'eventuale ingresso della Libia nel capitale azionario non piacerebbe né a Washington né a Londra.Articolo di Gabriele Battaglia da peacereporter

lunedì 19 luglio 2010

marea nera cinese

Clamoroso per trovare risposte alla marea nera e all’incredibile disastro della Deepwater Horizon, si batte la pista cinese. Secondo alcuni giornali americani, infatti, Bp avrebbe mandato a ispezionare in Cina la valvola di sicurezza anti-disastro.Proprio il dispositivo che non ha funzionato, causando la terribile fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico. A quanto pare, inoltre, non si tratterebbe di un episodio isolato ma di una pratica assai diffusa nel settore petrolifero.I motivi sono prettamente economici: tutto in Cina costa meno, persino i controlli ingegneristici.Se non fosse che, poi, il detto “chi più spende meno spende” ha sempre ragione: di pochi giorni fa, infatti, la notizia che Bp sta vendendo i gioielli di famiglia per pagare i debiti causati dal disastro. Riguardo ai controlli agli impianti di sicurezza, poi, già due mesi fa l’Huffington Post mise in luce i meccanismi del tutto opachi che regolano (o meglio, “deregolano”) l’industria petrolifera americana: controllori e controllati che coincidono, con buona pace della sicurezza.

fonte:ecoblog

mercoledì 14 luglio 2010

meno petrolio,please!

Ecco i consigli di Greenpeace per usare meno petrolio, e ridurre la domanda di un prodotto che sta inquinando i mari e devastando le spiagge di mezzo mondo.
1. Per andare al lavoro usa la bicicletta o il trasporto pubblico, il car pooling o il car sharing
2. Quando puoi, scegli prodotti confezionati senza plastica (che deriva dal petrolio), e in ogni caso ricicla o riutilizza i contenitori
3. Acquista frutta e verdura biologica: il più delle volte, fertilizzanti e pesticidi contengono derivati del petrolio
4. Compra prodotti di bellezza (shampoo, sapone, trucchi) a base di ingredienti naturali, senza derivati del petrolio
5. Scegli, quando possibile, prodotti di produzione locale. Così si riducono i consumi legati al trasporto
6. Indossa abiti realizzati in cotone o fibre naturali (meglio se da coltivazioni biologiche) anziché quelli prodotti utilizzando derivati del petrolio
7. Non usare stoviglie in plastica usa e getta
8. Smettila di bere acqua in bottiglia
9. Vola di meno e preferisci il treno per i tuoi viaggi
10. Chiedi al tuo Governo di incoraggiare lo sviluppo delle energie rinnovabili e di cancellare i sussidi al petrolio e ai combustibili fossili
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