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sabato 30 ottobre 2010

antinucleare

Sono antinuclearista senza etichette,cioè non credo che questo sia il momento giusto perchè l'Italia rientri nel nucleare e  in generale,il mondo sta lentamente abbandonando questa strada per imboccare soluzione energetiche che rispettino l'ambiente e senza etichette perchè non sono iscritto a nessuna associazione o ente ambientalista,e non voglio prendere parte a nessuna fazione  contro il nucleare.Siccome in giro non è che ci siano tanti siti o blog ho deciso di fare un blog contro il nucleare che si chiamerà No Al Nucleare e lo trovate qua.

domenica 19 settembre 2010

incidente nucleare in italia

Quest'analisi è una valutazione di cosa succederebbe se si verificasse un incidente a una centrale nucleare posizionata a Chioggia. Lo studio è stato condotto dall'Istituto di Meteorologia e dall'Ecoistituto di Vienna per conto di Greenpeace Austria

Reattori nucleari.

Il fallout di una esplosione nucleare è il processo di deposizione al suolo della radioattività emessa a causa dell’incidente fino al limite della troposfera, 12 chilometri di quota, che viene trasportato dal vento (o dalla pioggia) e ricade sotto forma di cenere e pulviscolo. Il rilascio di radioattività (Cesio-137) dovuto al peggior incidente è stato quantificato in base al report di sicurezza per l'EPR presentato da AREVA alle autorità degli USA. Tra le 12 categorie di rilascio in caso di incidente grave (“large release frequency”/LRF) individuate da AREVA, è stata scelta quella di maggior probabilità descritta come “cedimento del sistema di contenimento” (causa perdita fluido di raffreddamento) e di non-funzionamento del Containment-spray (un sistema di sicurezza che eroga automaticamente uno spray ghiacciato nel doppio contenimento per abbassare la pressione in caso di incidente). Il rapporto tecnico sul fallout di un ipotetico incidente a un Epr localizzato a Chioggia è stato effettuato a partire da condizioni meteo effettivamente accadute nel corso del 1995, che può essere considerato per quell'area un “anno tipico”.

Nel caso 1 con le condizioni meteo del 3 marzo 1995, la ricaduta di Cesio-137 coinvolge prevalentemente il nordest dell'Italia con propaggini fino a Milano e Torino. Forti anche le ricadute oltre le Alpi. Nel caso 2 con le condizioni meteo registrate il 17 dicembre 1995, la ricaduta viene spinta verso est in direzione della pianura padana, coinvolgendo Milano e verso sud coinvolgendo più marcatamente Bologna e Firenze, con ricadute significative anche nel centro Italia. Nei casi 3 e 4 si ha un coinvolgimento significativo (oltre che del versante italiano) anche di Austria, Slovenia e Ungheria e Austria e Germania, con effetti fino in Svezia e nelle eepubbliche baltiche.

fonte:Greenpeace

mercoledì 8 settembre 2010

attivisti greenpeace in galera

Per il mondo dell’attivismo ambientalista ieri è stato un giorno nero! Junichi e Toru – Gli attivisti di Greenpeace che hanno denunciato la corruzione del programma giapponese di caccia alle balene – sono stati condannati a un anno di reclusione con sospensione della pena per tre anni. Una sentenza assolutamente sproporzionata e ingiusta per i "Tokyo Two", che hanno agito per far sapere al mondo la verità sulla caccia alle balene nell'Oceano Antartico.I Tokyo Two sono stati ritenuti colpevoli di furto e violazione di domicilio. Per smascherare il contrabbando di carne di balena all’interno del programma di caccia giapponese, Junichi e Toru erano riusciti a intercettare due delle numerose casse contenenti carne di balena, destinate illegalmente a membri dell'equipaggio per uso "privato". In tutto il mondo – anche a Roma – Grenpeace ha protestato contro questa sentenza, che rappresenta un freno per la democrazia e per i diritti. L’attivismo non è un crimine!
fonte:Greenpeace

lunedì 30 agosto 2010

karen silkwood

Karen Silkwood è stata una attivista del sindacato chimico-nucleare statunitense che lavorava come tecnico presso gli stabilimenti della Kerr-Mcgee a Crescent,Oklahoma,USA.La sua mansione era quella di fare i pellet di plutonio per barre di combustibile da usare nei reattori nucleari.Morì in circostanze misteriose a 28 anni in un incidente stradale il 13 novembre 1974,mentre stava portando avanti una indagine sulle numerose irregolarità che aveva riscontrato all’interno dello stabilimento stesso.Dopo aver aderito al sindacato,le fu assegnato il delicato incarico di indagare e controllare la sicurezza dei lavoratori:incarico che là portò subito a scoprire numerose falle sulla sicurezza stessa:esposizione al plutonio da parte degli operai e il numero insufficiente delle docce nei reparti sottoposti alle contaminazioni.Nell’estate del ‘74 denunciò tutte queste irregolarità ed altre,testimoniando di fronte alla Atomic Energy Commission(AEC).I fatti che successero nei giorni seguenti,riassunti nel libro”The killing of Karen Silkwood”di Richard Raske si possono riassumere così:una misteriosa serie di contaminazioni trovate sul suo corpo o sull’ambiente domestico la allontanarono dal lavoro,probabilmente intenzionali,fatte da qualcuno per allontanare(?) una testimone scomoda.E cosi la Silkwood per smascherare questo complotto decise di andare oltre alla AEC e contatto un giornalista del New York Times,L’appuntamento era per la sera del 13 novembre 1974 con il giornalista David Burnham e il dirigente sindacale Steve Wodka:testimoni affermano che la mattina di quel fatidico giorno,la donna aveva un corposo dossier di documenti.La sera di quel giorno fu trovata semidistrutta la Honda Civic di Karen Silkwood e dentro il cadavere della povera donna,un incidente avvenuto in circostanze sospette e mai chairite nonostante diverse indagini e diversi processi.Negli anni è uscita fuori la solita tesi complottistica che vede coinvolti servizi segreti occidentali e misteriosi gruppi iraniani,un furto di 44 kg di plutonio dalla fabbrica della Silkwood,fatto in cui si era accidentalmente imbattuta la coraggiosa attivista per caso mel corso delle sue indagini.Nel 1983 l’intera storia fu magnificamente immortalata da Mike Nichols nel film “Silkwood” interpretato da una Meryl Streep in stato di grazia:fu per episodi come questo e film che l’America prese una coscienza sulla questione nucleare.

La fonte di questo post è wikipedia usa,se la traduzione risulta errata o lacunosa segnalatemelo

lunedì 19 luglio 2010

marea nera cinese

Clamoroso per trovare risposte alla marea nera e all’incredibile disastro della Deepwater Horizon, si batte la pista cinese. Secondo alcuni giornali americani, infatti, Bp avrebbe mandato a ispezionare in Cina la valvola di sicurezza anti-disastro.Proprio il dispositivo che non ha funzionato, causando la terribile fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico. A quanto pare, inoltre, non si tratterebbe di un episodio isolato ma di una pratica assai diffusa nel settore petrolifero.I motivi sono prettamente economici: tutto in Cina costa meno, persino i controlli ingegneristici.Se non fosse che, poi, il detto “chi più spende meno spende” ha sempre ragione: di pochi giorni fa, infatti, la notizia che Bp sta vendendo i gioielli di famiglia per pagare i debiti causati dal disastro. Riguardo ai controlli agli impianti di sicurezza, poi, già due mesi fa l’Huffington Post mise in luce i meccanismi del tutto opachi che regolano (o meglio, “deregolano”) l’industria petrolifera americana: controllori e controllati che coincidono, con buona pace della sicurezza.

fonte:ecoblog

mercoledì 14 luglio 2010

meno petrolio,please!

Ecco i consigli di Greenpeace per usare meno petrolio, e ridurre la domanda di un prodotto che sta inquinando i mari e devastando le spiagge di mezzo mondo.
1. Per andare al lavoro usa la bicicletta o il trasporto pubblico, il car pooling o il car sharing
2. Quando puoi, scegli prodotti confezionati senza plastica (che deriva dal petrolio), e in ogni caso ricicla o riutilizza i contenitori
3. Acquista frutta e verdura biologica: il più delle volte, fertilizzanti e pesticidi contengono derivati del petrolio
4. Compra prodotti di bellezza (shampoo, sapone, trucchi) a base di ingredienti naturali, senza derivati del petrolio
5. Scegli, quando possibile, prodotti di produzione locale. Così si riducono i consumi legati al trasporto
6. Indossa abiti realizzati in cotone o fibre naturali (meglio se da coltivazioni biologiche) anziché quelli prodotti utilizzando derivati del petrolio
7. Non usare stoviglie in plastica usa e getta
8. Smettila di bere acqua in bottiglia
9. Vola di meno e preferisci il treno per i tuoi viaggi
10. Chiedi al tuo Governo di incoraggiare lo sviluppo delle energie rinnovabili e di cancellare i sussidi al petrolio e ai combustibili fossili

lunedì 12 luglio 2010

una nuova marea nera?

La Malesia rischia di fare la fine della Louisiana? Non si sa ed è presto per dirlo ma la cosa certa è che a circa 240 chilometri dalla costa ci sono alcune piattaforme petrolifere che perdono petrolio.Petronas, la compagnia statale dell’energia, parla di piccole perdite di petrolio nelle acque che circondano le piattaforme. Non dice, però, quanti siano gli impianti ad avere problemi né quanto petrolio stia uscendo.Ha ammesso, però, il blocco di alcuni impianti e la presenza in loco di alcune squadre che stanno lavorando per ripulire il mare. Confermato anche l’utilizzo, sul fondo dell’oceano, di un robot per individuare il punto esatto della falla.Speriamo che le somiglianze con la tristissima storia della Deepwater Horizon, e della conseguente marea nera, finiscano qui.fonte:ecoblog

venerdì 9 luglio 2010

centrali nucleari in italia

Apprendo dal sito Borsaitaliana.it ,la solita cosa italiana.Ecco perchè in Italia non dobbiamo fare le centrali nucleari la sicurezza non è rinviabile per nessun motivo..."Sei mesi di ritardo, nella migliore delle ipotesi. L'avvio del programma nucleare italiano e' ufficiosamente rinviato al 2011. Il fatto che sia stato appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo statuto dell'Agenzia per la sicurezza nucleare cambia poco. Troppe sono, infatti, le caselle che restano ancora da riempire. In attesa del regolamento di organizzazione e funzionamento, ancora da approvare, l'Agenzia e' una scatola vuota, senza uffici ne' vertici. Eppure ha il compito fondamentale di definire le regole per la scelta dei siti dove sorgeranno le nuove centrali nucleari italiani.
Considerando che sono passati quasi tre mesi da quando il ministero dell'Economia ha dato il primo via libera, si legge in un articolo di MF, ci si poteva aspettare qualcosa di piu'. Invece ci vorra' un altro decreto del presidente del Consiglio anche solo per attribuire una sede alla nuova Agenzia..."

venerdì 2 luglio 2010

la marea nera contro la salute

La marea nera di petrolio della BP, oltre agli effetti immediati su ambiente, economia e turismo, rischia di causare gravi danni alla salute umana. In particolare quella dei lavoratori che sono costantemente a contatto con il greggio.L’organizzazione non profit statunitense Institute of Medicine ha organizzato una conferenza a Washington per discutere l’impatto dell’incidente della Deepwater Horizon sotto questo punto di vista.New Scientist, riportando i risultati della conferenza, elenca tutti i possibili disturbi causati dal greggio.L’esposizione ai fumi del petrolio crea danni immediati ma reversibili: irritazione a occhi, gola e pelle, mal di testa, nausea e sintomi simili all’influenza. Inoltre le crescenti temperature di questo periodo, miste agli effetti del greggio, aumentano sensibilmente il pericolo di insolazioni. Gli effetti più gravi sono però causati dalle componenti volatili cancerogene che possono alterare il dna umano, come il benzene.Tutti coloro che si espongono a questi fumi sono a rischio e, per ovvi motivi, i più danneggiati sono i lavoratori e i volontari che da settimane si stanno impegnando per pulire la zona. Non solo perché sono costretti a stare continuamente a contatto con le sostanze tossiche, ma anche perché, dovendo lavorare in molti e rapidamente, non sempre c’è il tempo di assimilare al meglio le procedure di sicurezza. Sono in particolare i volontari a essere i meno tutelati.Secondo una recente indagine di Propublica, un’agenzia giornalistica non profit di New York, dal 17 giugno si sono ammalati 307 lavoratori. Il triplo rispetto a quanto denunciato dalla Bp il 10 giugno. Secondo l’agenzia questo è dovuto sia all’aumento del numero di lavoratori sia a un ritardo nel registrare le malattie.fonte:internazionale

giovedì 20 maggio 2010

marea nera

dal sito di greenpeace:

“…A quasi un mese dall'esplosione della Deepwater Horizon, il petrolio inizia ad arrivare sulla coste. Greenpeace,prima di essere allontanata dalla Guardia costiera,è riuscita a documentare con le foto la spiaggia ricoperta da uno strato di catrame denso e viscoso nell'area di South Pass, in Louisiana, vicino alla foce del fiume Missisipi.Recenti stime confermano le ipotesi di Greenpeace che la reale fuoruscita di petrolio sia di ben dieci volte più grande di quanto dichiarato da BP: ecco perché si cerca di nascondere agli occhi dell'opinione pubblica l'entità di questo disastro. Prima avvelenano il mare con i disperdenti chimici per far sparire il petrolio e adesso allontanano chi cerca di monitorare e documentare l'espandersi del disastro.Sembra che la BP abbia veramente fatto male i sui conti. In documenti ufficiali compilati prima di ricevere l'autorizzazione per queste esplorazioni petrolifere la compagnia affermava, infatti, che era improbabile si verificasse una catastrofe, e che, in caso di disastro, le 50 miglia di distanza dalla costa avrebbero reso altrettanto improbabile un interessamento della costa.Ma il petrolio è arrivato a terra e a nulla sono valsi i tentativi per arginarlo. È passato più di un mese e il pozzo non è ancora stato chiuso. È ormai sotto gli occhi di tutti che non esistono misure preventive o sufficienti tecnologie di pronto intervento: il rischio delle perforazioni petrolifere offshore è troppo alto per l'ambiente e per le popolazioni.Eppure è di pochi giorni fa la notizia che i piani della Shell per iniziare perforazioni petrolifere in Alaska stanno andando avanti, mentre anche nel nostro Mediterraneo le richieste di autorizzazioni aumentano, soprattutto in Adriatico e nel Canale di Sicilia…”

guarda le foto

venerdì 14 maggio 2010

radioattività in niger

Il nucleare comporta anche questo tipo di problemi:In collaborazione con il laboratorio francese indipendente CRIIRAD e la rete di ONG ROTAB,Greenpeace ha realizzato un monitoraggio della radioattività di acqua, aria e terra intorno alle cittadine di Arlit e Akokan,in Niger, a pochi chilometri dalle miniere di Areva, accertando che i livelli di contaminazione sono altissimi.La radioattività crea più povertà perché causa molte vittime. Ogni giorno che passa la popolazione locale è esposta alle radiazioni, circondata da aria avvelenata, terra e acqua inquinate. E intanto Areva fattura centinaia di milioni di dollari, sfruttando le risorse naturali di uno dei paesi più poveri dell'Africa. Areva si presenta come una società attenta all'ambiente, ma il Niger ci rivela una verità ben diversa.Le analisi dell’organizzazione ambientalista mostrano che in quattro casi su cinque la radioattività nell'acqua supera i limiti ammessi dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Nonostante questo l'acqua viene distribuita alla popolazione. L'esposizione alla radioattività causa anche problemi delle vie respiratorie e non a caso nella regione delle miniere di Areva i tassi di mortalità legati a problemi respiratori sono il doppio che del resto del Paese. Inoltre, le ONG locali accusano gli ospedali, controllati da Areva, di aver nascosto molti casi di cancro.La metà dell'uranio di Areva proviene da due miniere del Niger, paese che rimane poverissimo nonostante da oltre quarant'anni sia il terzo produttore di uranio al mondo. Il gigante dell'energia nucleare ha firmato un accordo per iniziare a scavare una terza miniera tra il 2013 e il 2014.

fonte:Greenpeace

mercoledì 5 maggio 2010

il disastro della Deepwater Horizon in Louisiana

Ecco quello che pensa Greenpeace sul disastro della Deepwater Horizon in Louisiana.(naturalmente io sono d'accordo)
Dopo tante promesse di “rivoluzione verde” e Green Economy, agli inizi di aprile 2010, Barak Obama ha ridato il via alle esplorazioni petrolifere offshore negli USA, dopo una lunga moratoria. Un pedaggio pagato alle lobby petrolifere per far passare un “Climate Bill” (la legislazione per la riduzione delle emissioni di gas serra) che riduce le emissioni degli USA solo del 4% rispetto al 1990 (anno di riferimento del Protocollo di Kyoto). Obama è stato subito ripagato da BP (che non vuol dire più British Petroleum ma Beyond Petroleum, cioè “Oltre il Petrolio”!) con una marea nera che lascerà il segno e che ha ucciso 11 persone.Vediamo di capire come e perché.
-La moratoria alle estrazioni petrolifere offshore negli USA non è cominciata per caso. Nel 1969 esplodeva infatti la piattaforma Santa Barbara (California): in dieci giorni, furono rilasciate in mare 12-13.000 tonnellate di petrolio. Almeno 10.000 uccelli furono uccisi. Dieci anni dopo era la volta della Ixtoc 1, della compagnia di Stato messicana PeMex: 450-480.000 tonnellate di petrolio furono rilasciate in mare nell’arco di oltre 9 mesi, nel Golfo del Messico. E’ il maggior rilascio di petrolio in mare mai registrato, con danni anche negli USA che la PeMex non volle mai pagare. Migliaia di tartarughe marine furono sgomberate con gli aerei dalle spiagge messicane, pesantemente contaminate. Altri pesanti rilasci di petrolio furono causati dalle 30 piattaforme danneggiate o affondate dall’uragano Katrina, nel 2005: proprio in Louisiana.
-La piattaforma Depwater Horizon non è della BP, che l’ha affittata dalla Transocean, alla modica cifra di 500,000 US$ al giorno. Con quella stessa cifra, la BP avrebbe potuto acquistare, e utilizzare, un sistema di bloccaggio del pozzo “a distanza” (azionabile con un sistema acustico, dalla superficie). Perché questo utile congegno, obbligatorio in Norvegia e in Brasile, non è stato utilizzato in una piattaforma assolutamente all’avanguardia (come sostiene la stessa BP)? L’uso di questo congegno è stato a lungo dibattuto negli USA, almeno dal 2000. Ma, dopo forti pressioni della lobby petrolifera, nel 2003 lo US Mineral Management Service concludeva che “questi sistemi non sono raccomandati perché tendono a essere troppo costosi”. Certo, mezzo milione di dollari sono una bella cifra: ma sono appena il costo dell’affitto giornaliero di una piattaforma. E nel primo quadrimestre 2010 la stessa BP, che ha fatto profitti per quasi 6 miliardi di dollari, per attività di lobby al Congresso USA ha speso non meno di 3,5 milioni di dollari.
-Non sappiamo ancora quanto petrolio stia rilasciando in mare la Deepwater Horizon. Sappiamo che BP ha mentito quando ha dichiarato una stima di circa 1.000 barili al giorno (c.a. 135 tonnellare). Già dopo i primi sopralluoghi la NOAA (National Oceanographic and Atmospheric Administration) ha portato la stima a 5.000 barili/giorno (c.a. 675 tonnellate) e i media riferiscono di stime assai maggiori: il 2 maggio il Wall Street Journal parlava di 25.000 barili al giorno (ovvero 3.375 tonnellate!) e la stessa BP ha dichiarato per la Deepwater Horizon una produzione potenziale di 150.000 barili al giorno (20.250 tonnellate). Queste cifre devono essere moltiplicate per la durata dello sversamento. Dopo il fallito tentativo di chiudere le valvole della testa di pozzo con un robot filoguidato (ROV, remote operated vehicle) adesso BP cerca di intrappolare la perdita sotto una cupola di cemento. In ogni caso ci vorrà tempo, bisognerà tagliare la condotta (che sta perdendo petrolio in almeno tre punti) e le perdite di petrolio, che fuoriesce anche da fessurazioni nel fondo marino, saranno bloccate solo scavando un altro pozzo (a mezzo miglio di distanza) per “togliere pressione” al pozzo in perdita. Ci vorranno mesi: Ixtoc 1 è esploso nel giugno 1979 ed è stato chiuso solo nel marzo 1980.
-Sui media si legge che BP avrebbe già dichiarato che si assume tutte le responsabilità e che pagherà tutti i danni. Non è vero: BP ha dichiarato che pagherà tutte le perdite economiche accertate e quantificabili. Probabilmente non è poca cosa: già i pescatori (soprattutto ostriche e gamberi) si stanno attrezzando per organizzare una “class action” (azione legale collettiva) per chiedere a BP almeno 5 miliardi di dollari. Altri danni economici potrebbero essere richiesti dal settore turistico: già solo la pesca sportiva in mare, da quelle parti è un bussiness da oltre 700.000 di dollari l’anno (oltre 7.700 posti di lavoro). Tuttavia, i precedenti ci dicono che difficilmente BP pagherà i danni ambientali che sta causando.
Dopo il disastro della Exxon Valdes (Prince William Sound, Alaska 1989) la Exxon Mobil era stata inizialmente condannata a pagare 287 milioni di dollari di danni e 5 miliardi di dollari come ammenda (anche per risarcire i danni ambientali). Dopo anni di appelli e perizie in tribunale, il 25 giugno 2008, la Corte d’Appello ha deciso che Exxon doveva pagare solo 507,5 milioni di dollari di danni. In altre parole, le compagnie petrolifere (e le loro assicurazioni) difficilmente pagano per tutti i danni ambientali collegati alle “maree nere”, danni che, d’altra parte, sono spesso difficili da quantificare.
-Gli effetti di disastri petroliferi come questo sono difficili sia da valutare che da monitorare. In particolare, gli effetti sull’ecosistema pelagico sono particolarmente complessi. Le sostanze tossiche rilasciate dalle migliaia di tonnellate di petrolio potrebbero avere effetti notevoli sia sulle comunità del plancton (organismi che vivono nella colonna d’acqua) che su altre specie. A ciò bisogna aggiungere gli effetti tossici dei disperdenti (ne sono stati usati almeno 400.000 litri) tra cui è confermato l’uso del Corexit (2- butossietanolo), vietato in California perché causa infertilità e malformazioni (o morte) dei feti.
L’uso di disperdenti può ridurre l’impatto sugli uccelli (che vengono “soffocati” dal catrame) ma aumenta quello sulla fauna e flora marina. Spesso è una decisione che si prende per motivi di “pubbliche relazioni” (gli uccelli incatramati fanno sensazione) che è come nascondere l’immondizia sotto il tappeto visto che l’effetto sui pesci è poco visibile. Ad esempio, da metà aprile a metà giugno nell’area è in corso la riproduzione del tonno rosso, una specie già decimata dalla pesca eccessiva di cui è stato anche proposto (col sostegno degli USA…) il bando del commercio internazionale. Nella stessa area sono presenti tartarughe marine e cetacei (come le focene, varie specie di delfini, balenottere, capodoglio e capodoglio pigmeo o cogia).
Lungo la fascia costiera del Golfo del Messico, negli USA ci sono oltre 2 milioni di ettari di zone umide, con oltre 400 specie a rischio. Il Governatore della Louisiana ha dichiarato che la marea nera minaccia almeno 14 Aree Protette. Tra le specie in pericolo ci sono varie specie di rettili (tartarughe e alligatori), lontre, pellicano bruno (il simbolo della Louisiana) e decine di specie di uccelli migratori, canori e limicoli. E’ difficile stimare in quanto tempo gli ecosistemi si riprenderanno: tra l’altro, l’evento è purtroppo in corso e non abbiamo una stima precisa né dell’area colpita né dei quantitativi di petrolio sversato.
Tuttavia, il caso della Exxon Valdez ci ricorda che dopo oltre vent’anni gli effetti sono ancora evidenti e le sostanze tossiche rilasciate con le 37.000 tonnellate di petrolio allora sversate sono ancora in circolazione. Se la Deepwater Horizon sta davvero rilasciando oltre 3.000 tonnellate di petrolio al giorno, già adesso (6 maggio) lo sversamento potrebbe essere di circa 48.000 tonnellate. Particolare importanza ha anche il periodo della stagione in cui avviene lo sversamento: quello della Exxon Valdez avvenne durante la stagione di riproduzione delle aringhe del Pacifico e lo stock non si è ancora ripreso.
-L’idea che incidenti come questo siano causati dall’incuria e dalla cupidigia delle lobby petrolifere non è errata, ma affronta solo parte della realtà. Questi incidenti, che sono più frequenti di quanto non riferiscono i media (lo scorso gennaio, a Port Hartur (USA) c’è stato un “major oilspill” di cui non abbiamo mai sentito parlare…) dipendono da “fattori” come uragani, errore umano, malfunzionamento delle tecnologie e altri imprevisti. Ce ne saranno sempre. Le statistiche poi ci dicono che, per quanto appariscenti, le maree nere sono un contributo minoritario all’inquinamento da petrolio in mare: i lavaggi delle cisterne e le fonti terrestri sono un problema ben maggiore anche se “localmente” meno acuto. Per eliminare questi pericoli, e per combattere il cambiamento climatico e l’acidificazione degli oceani (entrambi conseguenza dell’aumento atmosferico della CO2 causato dai combustibili fossili), l’unica soluzione è smettere di cercare, trasportare e usare questi prodotti. Settori sempre più ampi dell’industria si sono ormai appropriati degli scenari della “Rivoluzione Energetica”, descrivendo percorsi realistici che in un futuro prossimo ci permetteranno di lasciar perdere lo sporco petrolio (e fonti non meno pericolose come carbone e nucleare) passando alle energie rinnovabili (solare ed eolico) e all’efficienza energetica.
fonte:Greenpeace

martedì 4 maggio 2010

no all'energia nucleare


quello che pensa il wwf sul nucleare:

La scelta del nucleare nel nostro paese non ha alcun senso.

Al di là del rischio ambientale e per la salute delle popolazioni, il nucleare costa troppo, non dà indipendenza e sicurezza energetica - l’uranio è una risorsa che entro qualche decennio finirà, le centrali costituiscono degli obiettivi “sensibili” per il terrorismo, con forti rischi per la popolazione e comunque la preventiva militarizzazione del territorio. Il nostro Paese aveva rinunciato al nucleare, per decisione popolare, con il referendum del 1987. Nelle recenti elezioni regionali, quasi tutti i candidati (e gli eletti) alla carica a Governatore hanno dichiarato di non volere il nucleare sul proprio territorio.
Appare quindi sempre più evidente che l’unica strada sostenibile in materia di energia sia quella del risparmio, dall’efficienza energetica e dal sempre più forte ricorso alle fonti rinnovabili e pulite.

Il nucleare è marginale a livello mondiale

Il contributo attuale al fabbisogno energetico mondiale fornito dal nucleare è solo il 5,9% dell’energia primaria, addirittura il 2% di tutta l'energia. Di fatto produce meno dell’idroelettrico.

Il nucleare non migliora la sicurezza energetica e non riduce la dipendenza dal petrolio

L’Italia non possiede significative riserve di uranio e quindi sarebbe costretto ad importarlo da altri paesi.

L’Italia è il Paese europeo con maggior eccedenza di potenza elettrica istallata

L’Italia nel 2008 ha raggiunto una potenza elettrica installata che eccede largamente il picco di domanda, e nonostante questo ha in programma la realizzazione di un numero spropositato (ed inutile) di altre centrali. Importiamo energia elettrica dalla Francia (prodotta con il nucleare) solo per motivi di mercato e di convenienza.

Il nucleare è una follia dal punto di vista economico

Quella nucleare è da sempre stata la più costosa delle fonti energetiche. L’impianto in costruzione in Finlandia ha già maturato tre anni di ritardo e la spesa prevista è già quasi raddoppiata arrivando a 5,3 miliardi di euro. La tecnologia nucleare si è sviluppata è stato solo grazie ai massicci finanziamenti governativi strettamente connessi alla corsa agli armamenti nucleari. Le promesse di diminuzione della bolletta elettrica sono quindi del tutto campate in aria.

L’uranio NON è una risorsa molto abbondante in natura

Se si pensasse di sostituire, per la produzione di elettricità, tutta l’energia fossile con quella nucleare, le riserve di uranio si esaurirebbero nel giro di pochissimi anni. Di fatto già oggi la produzione d’uranio è inferiore al reale fabbisogno degli impianti in esercizio.

Il problema della gestione delle scorie non è stato risolto

L’energia nucleare, nel suo ciclo di produzione inevitabilmente origina delle scorie radioattive la cui gestione costituisce di fatto il più grave dei problemi non risolti connessi a tale tecnologia.

M. Gunther WWF Canon - centrale nucleare sul Rodano (Francia)Non è vero che le nuove centrali sono sicure

Il nucleare di IV Generazione ancora non esiste. Gli impianti nucleari sono sempre stati accompagnati da una lunga lista di incidenti, generalmente sottaciuti.

venerdì 12 febbraio 2010

balene e diritti

incredibile:in giappone vengono arrestate le persone che protestano contro la caccia alle balene e quello che c'è dietro.
Junichi Sato e Toru Suzuki, conosciuti come i “Tokyo Two”, affronteranno il processo il prossimo 15 febbraio. E lo scorso dicembre l’UNHRC ha informato il governo giapponese di aver riscontrato numerose violazioni dei diritti dei due attivisti da parte del sistema giudiziario giapponese.

«Junichi e Toru hanno agito nell’interesse pubblico denunciando la corruzione del programma di caccia baleniera finanziato con i soldi dei contribuenti. Ora è chiaro che questa non è solo l’opinione di Greenpeace, ma anche dell’organo competente delle Nazioni Unite. - afferma il Direttore esecutivo di Greenpeace International, Kumi Naidoo – Ci aspettiamo che il tribunale giapponese prenda in considerazione questa valutazione e giudichi il caso di conseguenza»

Secondo l’UNHRC, Sato e Suzuki hanno « agito consapevoli che le loro azioni fossero nell’interesse pubblico mentre cercavano di esporre casi di appropriazione indebita di carne di balena nell’industria della caccia baleniera finanziata con fondi pubblici ». L’UNHRC ricorda che i due attivisti hanno collaborato attivamente con la polizia e il pubblico ministero, che questa collaborazione non è stata presa in considerazione e che il governo non ha presentato al processo  molte informazioni essenziali, come i dettagli delle attività degli attivisti, la ricerca che essi hanno condotto, gli elementi di prova raccolti o l'aiuto dato alle autorità per avviare indagini formali.

UNHRC conclude:« Il Sistema giudiziario [del Giappone] non ha rispettato il diritto di questi due attivisti di non essere arbitrariamente privati della loro libertà, il loro diritto alla libertà di opinione e di espressione, così come il loro diritto di impegnarsi in attività pacifiche senza intimidazioni o molestie ». UNHRC ha quindi concluso  che il Governo del Giappone ha violato gli articoli 18,19 e 20 della Dichiarazione universale dei Diritti umani e degli articoli 18 e 19 del Patto internazionale sui Diritti civili e politici. Ha, inoltre, ritenuto che a Sato e Suzuki sia stato negato il diritto di contestare la loro detenzione davanti a un tribunale indipendente e imparziale con un procedimento imparziale e ha chiesto che il resto del processo sia condotto equamente.

«La decisione di impegnarsi in questa azione giudiziaria è stata presa dal precedente governo in Giappone. La nuova amministrazione può porre rimedio a questa vergogna, garantendo ora un processo equo e rispettando le norme giuridiche internazionali. Nell'interesse della trasparenza dovrebbero accogliere osservatori indipendenti per il processo - continua Naidoo ed ha aggiunto che è in viaggio verso il Giappone per assistere al processo - Il primo ministro Hatoyama deve anche ordinare un riesame delle accuse presentate ai “Tokyo Two”»
Dal giorno del loro arresto a giugno 2008, più di 250.000 persone hanno firmato la petizione chiedendo giustizia per Sato e Suzuki, decine di esperti di legge e associazioni sui diritti umani, come Amnesty International, hanno tutti espresso la stessa preoccupazione.
dal sito greenpeace

domenica 7 febbraio 2010

decalogo contro il nucleare

10 motivi per non andare verso il nucleare(da greenpeace)
1. Il nucleare è molto pericoloso
La tragedia di Cernobyl ha dimostrato la pericolosità di questa fonte di energia. Quell’incidente ha causato e
causerà ancora nel futuro centinaia di migliaia di vittime e ancora oggi a 23 anni di distanza le ricerche
scientifiche mostrano ancora impatti sia sulla flora che sulla fauna. Cresce l’evidenza di leucemie infantili
nelle aree vicino alle centrali nucleari.
2. Il nucleare è la fonte di energia più sporca
Le centrali nucleari generano scorie radioattive. Le scorie a vita media rimangono radioattive da 200 a 300
anni, le scorie a vita lunga anche miliardi di anni e non esiste ancora un sistema per la gestione in sicurezza
delle scorie nel lungo periodo.
3. Il nucleare è la fonte di energia che genera meno occupazione
Gli obiettivi europei per le fonti rinnovabili e l'efficienza energetica al 2020 valgono il triplo del piano nucleare
di Enel in termini energetici e creerebbero almeno 200 mila nuovi posti di lavoro "verdi" e dunque 10-15 volte
l’occupazione indotta dal nucleare.
4. Il nucleare è troppo costoso
Secondo le analisi di primarie società finanziarie, il costo dell’elettricità nucleare da nuovi impianti sarà di
65-70 euro/MWh quasi il doppio della cifra presentata da Enel e governo (40 euro/MWh). Se poi teniamo
conto dello smaltimento delle scorie e dello smantellamento e bonifica degli impianti nucleari, i costi per noi e
le future generazioni saranno ancora più elevati.
5. Il nucleare non è necessario
Entro il 2020 le fonti rinnovabili, insieme a misure di efficienza energetica, sono in grado di produrre quasi
150 miliardi di kilowattora, circa tre volte l'obiettivo di Enel sul nucleare, tagliando drasticamente le emissioni
di CO2.
6. Il nucleare è una falsa soluzione per il clima
Il nucleare è una scelta inutile ai fini climatici, visto che le centrali saranno pronte certamente dopo il 2020 e
invece bisogna ridurre oggi le emissioni di gas serra. Investire sul nucleare sottrae risorse alle fonti davvero
pulite, efficienza energetica e rinnovabili.
7. Il nucleare non genera indipendenza energetica
Se il nucleare dovesse tornare in Italia, continueremo a importare petrolio per i trasporti e diventeremo
dipendenti dall’estero per l’Uranio e per la tecnologia, visto che il nuovo reattore EPR è un brevetto francese.
E, comunque, la Francia leader del nucleare ha consumi procapite di petrolio superiori a quelli italiani.
8. Il nucleare è una risorsa limitata
L'Uranio è una risorsa molto limitata destinata a esaurirsi in poche decine di anni. Nel caso venissero costruiti
nuove centrali, l'esaurimento delle risorse di Uranio si accelererebbe.
9. Il nucleare non ha il sostegno dei cittadini
Gli italiani hanno detto NO al nucleare con un'importante scelta referendaria. Oggi i sondaggi di opinione
rivelano che la maggior parte dei cittadini non vuole una centrale nucleare nella propria Regione.
10. Il nucleare: più è lontano e minori sono i rischi
Alcuni sostengono che il rischio nucleare c’è già, essendo l’Italia circondata da reattori. È una affermazione
scorretta: anche se non è mai nullo, il rischio per le conseguenze di un incidente diminuisce maggiore è la
distanza dalla centrale. Le Alpi, come si è visto nel caso di Cernobyl, sono una parziale barriera naturale per
l’Italia.

mercoledì 3 febbraio 2010

greenpeace rompe le scatole...


dal sito greenpeace
sapete cosa c'è davvero nelle scatolette di tonno che comprate?

Per scoprirlo, abbiamo inviato un questionario alle aziende responsabili dei più importanti marchi di tonno in scatola presenti sul nostro mercato e sulla base delle risposte pervenute abbiamo pubblicato la classifica "Rompiscatole".

Coop, ASdoMar e Mare Blu sono ai primi posti in classifica: sebbene non siano effettivamente sostenibili, hanno almeno una regolamentazione scritta.
Zero in classifica per due dei marchi più venduti in Italia - Tonno MareAperto STAR e Consorcio - per la loro assoluta mancanza di trasparenza. Su 14 marchi valutati, 11 finiscono nella sezione "in rosso", perché non hanno ancora adottato criteri chiari per garantire che la pesca del tonno non danneggi l'ambiente.

Per pescare il tonno si utilizzano spesso metodi distruttivi che sono responsabili della cattura accidentale di un'ampia varietà di altre specie, tra cui tartarughe e squali ed esemplari immaturi di tonno. Il pinna gialla, il più consumato in Italia, è sotto pressione e la salvaguardia di alcuni stock desta ormai serie preoccupazioni.

In Italia si consumano più di 140mila tonnellate di tonno in scatola all'anno: prima che anche gli stock di tonno tropicale vengano totalmente compromessi, bisogna ridurre gli sforzi di pesca, eliminare gli attrezzi pericolosi e tutelare con riserve marine le aree più importanti per queste specie. Giorgia Monti Responsabile Campagna Mare

giovedì 14 gennaio 2010

ancora su copenhagen



Il testo finale dell’Accordo di Copenhagen – promosso da USA, Cina, India, Brasile e Sudafrica, di cui la Conferenza ha “preso atto” – da un lato afferma che la temperatura globale “dovrebbe essere mantenuta al di sotto dei 2 gradi”, ma non definisce alcun obiettivo vincolante per ridurre le emissioni di gas serra e contenere l’innalzamento delle temperature del Pianeta.
E poi la delusione Obama! Il Presidente Usa ha cercato un accordo con i Paesi emergenti per convincere il Senato USA ad approvare una legge sul clima. Peccato che i tagli millantati siano davvero ben poca cosa: la riduzione delle emissioni del 17% (al 2020) è infatti una bugia, perché si riferisce alle emissioni USA del 2005 quando il background stabilito dal Protocollo di Kyoyo è quello del 1990. E, rispetto al 1990, i “tagli” USA sono un 3-4%: è stata anche questa mancanza di ambizione che ha fatto saltare il negoziato!
Pochi e confusi i segnali positivi: a Copenhagen si è stabilito un fondo che dovrebbe finanziare la conservazione delle foreste e ci sono stati impegni sugli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, che dovrebbero arrivare a 100 miliardi di dollari l’anno nel 2020. Ma non è chiaro se si tratta di risorse effettivamente aggiuntive, né chi e con quale meccanismo le dovrà stanziare.
Mentre i leader chiacchierano e ci prendono in giro, il nostro unico Pianeta va arrosto. Secondo le stime dell’IPCC – il comitato internazionale di scienziati che studia i cambiamenti climatici – con gli impegni già presi o in via di approvazione l’aumento della temperatura globale nel secolo, sarà di oltre i 3 gradi, con conseguenze catastrofiche e irreversibili sull’ambiente.
Al crimine ambientale si somma l’ingiustizia che hanno subito i nostri quattro attivisti del “red carpet” – Juantxo, Joris, Nora e Christian – che hanno passato le vacanze di Natale in prigione – ben venti giorni – per essersi “imbucati” alla festa della regina Margrethe II e aver ricordato ai leader mondiali le loro responsabilità per la difesa del clima. Ora i nostri quattro dovranno affrontare un processo e potrebbero subire un’ulteriore pena detentiva.
Possiamo ancora salvare il pianeta dai cambiamenti climatici, ma più tempo perdiamo più sarà difficile rimediare. È necessario riprendere subito i negoziati: manca un quadro politico globale entro cui governare questo processo introducendo criteri di equità e solidarietà. Il prossimo appuntamento importante è per il 31 gennaio, data entro cui tutti i Paesi dovranno mettere nero su bianco i propri impegni di taglio delle emissioni. 

fonte:greenpeace

mercoledì 30 dicembre 2009

sondaggio sul nucleare

Il mio piccolo sondaggio sul ritorno dell'Italia alla energia nucleare si è concluso.

Su 31 persone che anno votato e che ringrazio di cuore i risultati sono stati i seguenti:
6 voti hanno deciso per il ritorno al nucleare, pari al 19 %;
25 hanno votato no  al nucleare e quindi sarebbero pari al 80 %.
Quindi l'80 % ha detto di no.
Penso che se tutti i sondaggi che si facessero sul ritorno al nucleare avessero questi risultati dovremmo rivedere tutta questa urgenza,questa ambizione di ritornare ad un tipo di energia altamente antieconomica e pericolosa,come ho scritto in altri post di questo blog.
In ogni caso consegno il risultato del sondaggio al web con la speranza di vedere cambiare rotta su questo argomento le autorità italiane.

sabato 19 dicembre 2009

le conclusioni di copenhagen

Ecco le conclusioni del summit della vergogna scritte attraverso una lettera spedita da Greenpeace a tutti gli attivisti 
Ciao attivista,sostenitore...
Come le decine di migliaia di attivisti attorno al globo che hanno lavorato in modo così duro perché da Copenhagen uscisse un trattato equo, ambizioso e legalmente vincolante, ho sperato fino all´ultimo che i nostri leader avrebbero agito, raggiungendo un accordo sul clima sufficiente a evitare la catastrofe climatica.

Ma la realtà è stata diversa. Nonostante il mandato ricevuto dai cittadini di tutto il mondo, e più di un centinaio di capi di governo arrivati a Copenhagen, il battibecco continua. I nostri leader non hanno agito come tali. Non hanno portato a termine il loro compito.

Il risultato non è equo, né ambizioso e legalmente vincolante. Oggi, i potenti della Terra hanno fallito l´obiettivo di impedire cambiamenti climatici disastrosi.

La città di Copenhagen è la scena di un crimine climatico, con i colpevoli che scappano verso l´aeroporto, coperti di vergogna. I leader mondiali hanno avuto un´occasione unica per cambiare il pianeta in meglio, evitando i cambiamenti climatici. Alla fine hanno prodotto un accordo debole, pieno di lacune abbastanza grandi da farci passare attraverso tutto l´Air Force One.

Ma non è finita. I cittadini di tutto il mondo chiedevano un vero accordo prima che il Summit iniziasse, e continuano a chiederlo. Possiamo ancora salvare centinaia di milioni di persone dalle devastazioni di un mondo sempre più caldo: ma è solo diventato molto più difficile.

La società civile, la maggior parte della quale è stata chiusa fuori nei giorni finali di questo Summit sul clima, ora deve raddoppiare i propri sforzi. Ciascuno di noi deve costringere i propri leader ad agire. Dobbiamo portare la lotta per impedire la catastrofe climatica a ogni livello politico: locale, regionale, nazionale e internazionale. E lo stesso per le stanze dei consigli di amministrazione e le strade principali delle nostre città. O lavoreremo per un cambiamento effettivo della nostra società o soffriremo le conseguenze di questo fallimento.

Come insulto finale, abbiamo appena saputo che i tre attivisti di Greenpeace entrati nel Palazzo Reale danese, nel corso della cena ufficiale dei capi di Stato, aprendo un banner con la richiesta di una vera azione per il clima, sono stati spediti in prigione per tre settimane. Si tratta dei leader sbagliati. I veri leader mondiali che hanno provato ad agire realmente sono ora in cella, mentre i presunti leader stanno abbandonando la scena.

martedì 15 dicembre 2009

la conferenza di Copenhagen non và...

Una delle sedute della conferenza di Copenaghen si è chiusa in una grande confusione dopo che i rappresentanti dei paesi africani e di altri paesi in via di sviluppo hanno accusato la presidenza della conferenza di cercare di “uccidere” il protocollo di Kyoto.Secondo i delegati, all’interno del meeting c’è una corrente che cerca di mettere da parte le richieste dei paesi più poveri. La crisi è scoppiata dopo che l’Australia ha proposto di sospendere la discussione sul taglio delle emissioni di anidride carbonica. La Danimarca e le Nazioni Unite hanno cercato di rassicurare i rappresentanti africani (particolarmente quello nigeriano, appoggiato dai paesi del G77). Ma si fa sempre più lontana l’ipotesi di riuscire a raggiungere un accordo globale entro venerdì, per la chiusura del meeeting.
Un altro filone di polemiche parte dalle parole di Barack Obama, nel suo discorso di Oslo, sui cambiamenti climatici: “Se non faremo niente, avremo sempre più siccità, carestie e spostamenti di massa, che negli anni farano aumentare i conflitti”. “L’allusione agli spostamenti di massa come fattore di conflitto fa riferimento alle lobby statunitensi legate all’esercito e ai neocon, che sono riusciti a imporre l’idea che i futuri profughi ambientali sono un ‘moltiplicatore di minacce’ per la sicurezza degli stati Uniti”, scrive Público.
Una delle lobby più influenti è l’American security project che una una recente campagna pubblicitaria affermava che “le migrazioni di massa e le emergenze umanitarie mettono in pericolo gli interessi nazionali degli Stati Uniti e li costringeranno a intervenire”.
Un parere simili è quelo del ministro degli esteri francese Hubert Védrine, secondo cui “se i movimenti di migratori sono sempre più di massa e rapidi, sicuramente ci dovrà essere una risposta di sicurezza”.
Su una cosa c’è abbastanza consenso: entro il 2050 i profughi ambientali potrano essere 200 milioni. E se davvero le nevi del Tibet e dell’Himalay stano sciogliendosi, anche molti di più.
fonte:internazionale
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