lunedì 15 giugno 2009

il leone del deserto

Il leone del deserto
Paese: Stati Uniti - Libia
Anno: 1981
Durata: 206 min.
Colore: colore
Audio: sonoro
Genere: guerra
Regia: Moustapha Akkad
Sceneggiatura: H.A.L. Craig
Interpreti e personaggi
Anthony Quinn Omar al-Mukhtar
Oliver Reed Gen. Rodolfo Graziani
Rod Steiger Benito Mussolini
Irene Papas Mabrouka
John Gielgud Sharif el-Gariani
Raf Vallone Col. Diodice
Gastone Moschin Col. Tomelli
Il leone del deserto
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il leone del deserto, realizzato nel 1981 per la
regia di Moustapha Akkad, è un film storico,
con la partecipazione di Anthony Quinn nel
ruolo del condottiero senussita libico Omar al-
Mukhtar, che si batté contro l'esercito Italiano
precedentemente alla Seconda guerra
mondiale.


Trama
È l'anno 1929 e l'allora capo del governo
italiano, il dittatore fascista Benito Mussolini
(Rod Steiger) deve confrontarsi con la
ventennale guerriglia intrapresa dai locali arabi e
berberi di Libia che si battono contro il
colonialismo italiano e le sue
rivendicazioni di una "quarta sponda", a
simboleggiare un rinato Impero Romano
sul suolo d'Africa. L'Italia aveva
occupato la regione, che era parte
dell'Impero Ottomano, nel 1911-1912,
sconfiggnedo i turchi che occupavano il
Paese. Nel film Mussolini nomina il
generale Rodolfo Graziani (Oliver Reed)
come suo sesto Governatore di Libia,
sicuro che un militare di tale credito
saprà schiacciare la rivolta e ristabilire la
pace e la sicurezza dei coloni italiani, (in
gran parte provenienti dalle regioni povere del Sud Italia e dal Veneto e dal'Emilia). Nella realtà
storica il governatore della Libia era Pietro Badoglio , e solo nel 1930 Graziani fu nominato vice
governatore della Cirenaica, una delle due regioni libiche.
Ad ispirare e guidare la resistenza è Omar al-Mukhtar (Anthony Quinn). Insegnante di professione,
partigiano per dovere, Omar al-Mukhtar si è votato ad una lotta che non potrà vedere vinta nel
corso della propria vita. Un arrogante imperialista contro un idealista con un'ideologia, lo scontro è
fra due nemici implacabili.
Anche se Omar al-Mukhtar ed i suoi uomini si avvalevano di armi obsolete, il generale Graziani
ammise e testimoniò della loro grande abilità nel muovere guerra. Graziani controllava il Nord
Africa con la forza dell'esercito italiano, e carri armati e aeroplani furono impiegati per la prima
volta nel deserto. Una dotazione primitiva non poteva reggere il confronto con delle armi moderne,
e malgrado il loro coraggio i libici soffrirono pesanti perdite (ma nel film si vedono morire quasi
esclisivamente soldati italiani). Nonostante tutto ciò, essi impegnarono per venti anni gli italiani
impedendo loro di conseguire una vittoria completa. Nel film poi pochi cavalieri berberi amati di
fucili, sconfiggono più volte le colonne italiane con le autoblindo e le mitragliatrici, che si scontrano,
in maniera poco credibile, tra loro. In una scena vi è una carica di beduini a cavallo, armati di fucili,
contro carri armati italiani, e questi cominciano a esplodere uno dopo l'altro, con della dinamite,
come nei western, rubata da un deposito di munizioni in un'azione precedente.
In una scena Omar al-Mukhtar mostra il suo vero e più intimo lato umano rifiutandosi di uccidere
un giovane ufficiale disarmato, ma fornendogli anzi una bandiera italiana per il ritorno. Omar al-
Mukhtar dice che nell'Islam non si uccidono i soldati prigionieri, ma si lotta solo per la propria
patria e solo se mossi dalla necessità; altrimenti si deve odiare la guerra. Lo sceneggiatore farà
invece uccidere quel tenente italiano da un suo superiore, alle spalle e a tradimento.
Nel film si dà ad intendere che al-Mukhtar sia stato catturato dalle truppe nazionali italiane, mentre
in realtà fu catturato da uno squadrone di regolari libici a cavallo, inquadrati nell'Esercito italiano.
Curiosità
Quando venne ricostruito l'ingresso di Rodolfo Graziani a Bengasi, girato a Roma vennero
invitati alcuni membri del Movimento Sociale Italiano che si commossero per il realismo. Il
Movimento Sociale Italiano si oppose a togliere la censura al film dopo che era uscito nel
resto d'Europa.
Il ritratto di Omar al-Mukhtar compare sul retro della banconota libica da 10 dinari.
Il film Il leone del deserto fu parzialmente finanziato con 35 milioni di dollari da Muammar
Gheddafi, il quale chiese l'inclusione di una scena storicamente inesatta che mettesse in
cattiva luce i Senussi, in modo da separare la figura di al-Mukhtar, suo riferimento ideale, da
quella di re Idris I, capo dei Senussi e cacciato dalla rivolta di Gheddafi.
Il film è stato ripetutamente trasmesso dalla televisione libica, per diffondere la visione
storica di Gheddafi il quale è rappresentato da bambino presente all'impiccagione di al-
Mukhtar.
Lo storico inglese Denis Mack Smith ha scritto sulla rivista Cinema nuovo: "Mai prima di
questo film, gli orrori ma anche la nobiltà della guerriglia sono stati espressi in modo così
memorabile, in scene di battaglia così impressionanti; mai l'ingiustizia del colonialismo è stata
denunciata con tanto vigore....Chi giudica questo film col criterio dell'attendibilità storica non
può non ammirare l'ampiezza della ricerca che ha sovrinteso alla ricostruzione". (Eric
Salerno, Genocidio in Libia, Roma, 2005, p. 15).
Il regista e produttore siriano Mustafà Akkad fu ucciso in Giordania nel 2005 in un attentato
kamikaze di terroristi di Al Qaeda ad Amman.
Censura in Italia
Le autorità italiane hanno vietato la proiezione del film nel 1982 perché, nelle parole del primo
ministro Giulio Andreotti, «danneggia l'onore dell'esercito». Pare che il veto sia stato posto
dall'allora sottosegretario agli Affari Esteri Raffaele Costa.
Fu intentato persino un procedimento contro il film per "vilipendio delle Forze Armate". La pellicola
non fu mai distribuita nel Paese, dove resta tuttora introvabile nelle videoteche, anche se
facilmente reperibile su internet.
Nel 1987 fu bloccata la proiezione dalla digos in un cinema di Trento e il tutto si concluse con un
processo.
L'unico festival dove è stato proiettato semi-ufficialmente è stato il Riminicinema a Rimini nel
1988.
Craxi promise di mandarlo in onda sulla RAI, ma la promessa non venne mantenuta.
È stato proiettato non ufficialmente in altri festival senza alcuna interferenza da parte del governo.
Nel 2009, in occasione della visita in Italia del leader libico Gheddafi, la piattaforma televisiva
SKY ha trasmesso il film l'11 giugno.
Set
Il film venne girato a Hollywood, a Roma e in Libia, nel deserto e nel Fezzan.

domenica 14 giugno 2009

POTERE


il potere
ripubblico volentieri questo mio post pubblicato sul mio spaces:

in italia chi ha certi valori viene bollato come uno di "sinistra"e questa parola ultimamente è vista molto negativamente.Mi dispiace anche perchè da noi,in italia,la sinistra non ha mai "veramente " governato e tolta qualche tassuccia in più non ha mai ucciso,deportato,fatto sparire,malmenato nessuno come invece hanno fatto tutte le dittature nel mondo e nel tempo .Certo io sono d'accordo con certi pensatori,certi filosofi, ,che la nostrana sinistra non sa neanche dove stanno di casa ( einstein,bertrand russell,gandhi,confucio e altri ), e ultimamente ho iniziato a leggere saramago,scrittore nobel portoghese, per poi scoprire che è comunista e quindi sue certe idee rientrano nella mia etica ma è stata una combinazione bella e buona.Quello che voglio dire è che mi sono accorto che la vera divisione non è tanto tra sinistra e destra ma tra chi ha il potere e chi non lo ha:e questo scontro lo viviamo tutti quanti tutti i giorni.Basta pensare alla arroganza del potere, qualunche esso sia a tutti i livelli.Ecco di cosa veramente ho paura : del potere e della assoluta o quasi mancanza di controbbattere da parte di noi semplici cittadini.I politici ( primo e banale esempio di potere negativo ) da noi stanno una vita arroccati su quella poltrona e fanno e disfano la leggi a loro piacimento non tenendo assolutamente conto di noi cittadini-elettori:in Inghilterra Blair lascia la politica a 54 anni ! Un'età che in italia si inizia la politica proprio allora!!!però ho fiducia che il tempo e uomini a cui veramente sta a cuore la situazione umana aggiustino le cose e che il mondo in cui vivranno le mie figlie sarà migliore di quello di adesso.

sabato 23 maggio 2009

il potere...che mette paura


"tratto da wikipedia"
Il Gruppo Bilderberg (o conferenza Bilderberg) è una conferenza internazionale annuale, non ufficiale, ad invito di circa 130 esponenti, spesso con ruoli di rilievo nel mondo economico, finanziario o politico.
Dato che le discussioni durante questa conferenza non sono mai registrate o riportate all'esterno, questi incontri sono sia oggetto di forte critica sia la fonte di molte teorie del complotto.
L'obiettivo iniziale del gruppo sarebbe stato, nel contesto della guerra fredda, di rafforzare la cooperazione tra gli Stati Uniti ed i loro partner Europei. Inoltre, a causa del carattere molto riservato delle conferenze, il gruppo è stato a lungo considerato, da alcuni, una società segreta . Gli rimproverano possibilità di decisioni antidemocratiche che potrebbero essere prese da un gruppo così potente e in particolare, dalla caduta dell'Impero Sovietico, l'orchestrazione della mondializzazione economica.

tratto dal sito "PEACEREPORTER"
E' iniziato  in Grecia, in un'esclusiva località balneare alle porte di Atene, l'annuale conclave dell'élite politico-economia-militare occidentale riunita nel Bilderberg Group: il più potente e riservato organo decisionale del pianeta che dal 1954 si riunisce ogni anno a porte chiuse per concertare le linee guida a cui tutti i governi, le banche centrali e gli organismi internazionali devono poi attenersi. 
Si parla di crisi economica. Centotrenta tra capi di Stato e di governo, ministri economici, banchieri centrali, economisti, amministratori delegati delle principali multinazionali, capi di Stato Maggiore, responsabili delle agenzie d'intelligence e direttori dei grandi netowrk televisivi ed editoriali di Europa e Nord America sono arrivati nel lussuoso  di Vouliagmeni, una ventina di chilometri a sud di Atene, in un susseguirsi di limousine blindate con vetri oscurati. 
Giornalisti e curiosi sono tenuti a debita distanza dalla polizia greca e da guardie private e agenti servizi segreti di diversi Paesi. Non sono previste conferenze stampa o comunicati ufficiali per sapere gli argomenti in discussione (solo nel 2006 gli organizzatori diramarono un documento in cui si rendeva noto che si sarebbe parlato di guerra al terrorismo, fonti energetiche, finanza e immigrazione). Ma quest anno lo scrittore russo Daniel Estulin (che da anni indaga e pubblica libri sul Bilderberg Group) ha dichiarato di essere riuscito a ottenere per vie traverse una copia dell'ordine del giorno dei lavori del summit greco, che sarebbe: "Il futuro dell'economia Usa e del dollaro; La disoccupazione Usa: soluzioni e previsioni; Depressione o stagnazione prolungata?; La ratifica del Trattato di Lisbona". 
Massimo riserbo anche sui partecipanti. Secondo le informazioni raccolte dal quotidiano londinese Times, è certa la presenza del presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, del segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, del direttore della Banca Centrale Europea, Claude Trichet, e di quello della Banca Centrale Tedesca, Jo Ackermann.
Una classe dirigente globale. Per avere un'idea degli altri partecipanti bisogna rifarsi alle foto ‘rubate' dai teleobiettivi dei paparazzi ai precedenti incontri, alle informazioni trapelate in passato su singoli partecipazioni e soprattutto all'unica lista resa pubblica dal Bilderberg Group nel 2006. Il risultato è un elenco che comprende sempre: i vertici dell'amministrazione Usa (in passato in passato Henry Kissinger, Donald Rumsfeld, Richard Perle, Paul Wolfowitz), il grande banchiere David Rockefeller, i dirigenti della Federal Reserve, di Credit Suisse e della Rothschild Europe, delle compagnie petrolifere Shell, Bp e Eni, della Coca Cola, della Philips, della Unilever, di Time Warner, di AoL, della Tyssen-Krupp, della Fiat, rappresentanti della Nato, dell'Onu, della Banca Mondiale e della Ue, i direttori e corrispondenti del Times di Londra, del Wall Street Journal, del Financial Times, dell'International Herald Tribune, di Le Figarò, del Globe and Mail, del Die Zeit.

venerdì 15 maggio 2009

LIBERTA' DI STAMPA



fonti:FREEDOM HOUSE,LA REPUBBLICA,SITI VARI
Stampa, Freedom House declassa l’Italia “Non è più un Paese pienamente libero”



La libertà di stampa si sta riducendo in tutto il mondo, e l’Italia non è esente da questa forma di degrado. Nel rapporto 2009 di Freedom House (organizzazione autonoma con sede negli Stati Uniti, che si pone come obiettivo la promozione della libertà nel mondo), infatti il nostro Paese viene declassato per la prima volta da Paese ‘libero’ (free) a ‘parzialmente libero’ (partly free), unico caso nell’Europa Occidentale insieme alla Turchia.
Le ragioni della retrocessione dell’Italia sono molteplici, spiegano gli estensori del Rapporto, che esamina la libertà di stampa in 195 Paesi da quasi 30 anni (dal 1980): “Nonostante l’Europa Occidentale goda a tutt’oggi della più ampia libertà di stampa, l’Italia è stata retrocessa nella categoria dei Paesi parzialmente liberi, dal momento che la libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra, e a causa dell’eccessiva concentrazione della proprietà dei media”.
Più in dettaglio, Freedom House riconosce che, in generale, in Italia “la libertà di parola e di stampa sono costituzionalmente garantite e generalmente rispettate, nonostante la concentrazione della proprietà dei media”. Ma è proprio quest’ultimo il punto dolente. Certo, c’è la legge Gasparri, rispetto alla quale l’organizzazione avalla le critiche secondo le quali introduce norme che favoriscono l’attuale presidente del Consiglio . Ci sono i tanti processi per diffamazione a carico di altrettanti giornalisti, Freedom House ne cita alcuni tra i più eclatanti, tra i quali quelli a carico di Alexander Stille e di Marco Travaglio.
Ma il punto veramente dolente, a giudizio dell’organizzazione, è costituito “dalla concentrazione insolitamente alta della proprietà dei media rispetto agli standard europei”. E la crisi di La7 non ha certo giovato in questo panorama.
Tra i Paesi europei, anche la Grecia ha subito un significativo arretramento: precede infatti l’Italia di una sola postazione, e tuttavia mantiene la valutazione ‘free’, a differenza del nostro Paese. La quartultima posizione nell’Europa Occidentale è occupata dalla Grecia, preceduta, a parità di giudizio, da Malta, Francia e Cipro. Nella classifica generale l’Italia è al settantunesimo posto, a pari merito con Benin e Israele (tutti e tre primi ‘partly free’ della tabella).
I Paesi più liberi dell’Europa Occidentale sotto il profilo della libertà di stampa, sono, a giudizio di Freedom House, l’Islanda (primo), la Finlandia e la Norvegia (secondi), la Danimarca e la Svezia (quarti). Gli stessi Paesi sono anche in cima alla classifica generale. I primi Paese non europei nella classifica mondiale della libertà di stampa redatta da Freedom House sono la Nuova Zelanda e la Repubblica di Palau, all’undicesimo posto a pari merito con il Liechtenstein. Gli Stati Uniti arrivano solo al ventiquattresimo posto, a pari merito con la Repubblica Ceca e con la Lituania (rientrano ampiamente comunque tra i Paesi che godono di una libera stampa).
Ma la situazione europea, a parte il significativo deterioramento del clima in Italia, è decisamente positiva rispetto a quella di altre aree del mondo. “La professione giornalista è attualmente alle corde - denuncia Jennifer Windsor, direttore esecutivo di Freedom House - e sta lottando per rimanere in vita, stremata dalle pressioni dei governi e di altri potenti soggetti e dalla crisi economica globale. La stampa è la prima difesa della democrazia e la sua vulnerabilità ha enormi implicazioni per la sua tenuta, se i giornalisti non sono in grado di tener fermo il loro tradizionale ruolo di controllori dei poteri”.
Poco più di un terzo dei 195 Paesi esaminati garantiscono attualmente la libertà di stampa: sono classificati ‘free’ solo 70 Stati, il 36% del campione. Sessantuno (il 31%) sono ‘parzialmente liberi’ e 64 (il 33%) sono ‘non liberi’. Secondo l’indagine, solo il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi che godono di una stampa libera.
La situazione è particolarmente peggiorata, oltre che in Italia, nell’Est asiatico, mentre per alcuni Paesi dell’ex Unione Sovietica, del Medio Oriente e del Nord Africa Freedom House parla di vere e proprie intimidazioni nei confronti della stampa libera. Un significativo passo in avanti è stato registrato dalle Maldive, passate dalla categoria ‘not free’ a quella ‘free’ grazie all’adozione di una nuova costituzione che protegge la libertà di manifestazione del pensiero, e al rilascio di un importante giornalista, detenuto in carcere.
Decisi peggioramenti si sono registrati in Cambogia (’not free’), Paese nel quale sono aumentate le forme di intimidazione e di violenza nei confronti dei giornalisti; Hong Kong (’partly free’), a causa delle eccessive forme di pressione esercitate dalla Cina, la stessa Cina e Taiwan; Bulgaria, Croazia, Bosnia e Russia; Israele, dove le pressioni sui giornalisti sono fortemente aumentate nel corso dell’ultimo conflitto a Gaza; Senegal e Madagascar; Messico, Bolivia, Ecuador, Guatemala e Nicaragua.

giovedì 14 maggio 2009

CONTRO LA PENA DI MORTE


"DAL SITO DI AMNESTY INTERNATIONAL":

Pena di morte

Immagine della manifestazione di Roma, il 6 maggio
L'Iran è uno dei paesi che maggiormente applica la pena di morte. Secondo solo alla Cina, il paese ha messo a morte nel solo 2008 almeno 346 persone, tra cui otto minorenni al momento del reato, con metodi che comprendono l'impiccagione e la lapidazione.
L'impiccagione di Delara Darabi ha portato a 140 il numero di esecuzioni nel paese nel 2009 e ha innalzato un altro macabro dato: dal 1980 la Repubblica Islamica hamesso a morte almeno 42 minorenni al momento del reato, in totale disprezzo degli obblighi internazionali che vietano l' applicazione della pena capitale per reati commessi da minori di 18 anni.
Per ricordare Delara Darabi e tutti gli altri condannati a morte in Iran Amnesty International organizza ha organizzato, il 6 maggio, manifestazioni in diverse città europee, comprese Roma e Milano.
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